giovedì 6 marzo 2014

LA CREATRICE - Camille Claudel 1915, di Bruno Dumont

CAMILLE CLAUDEL 1915 di Bruno Dumont

L’internata della società
di Maddalena Marinelli

“Non è senza rimpianto che ti vedo spendere il tuo denaro in un manicomio. Del denaro che potrebbe essermi utile per fare belle opere e vivere piacevolmente!”
(lettera alla madre dal manicomio di Montdvergues, 18.02.1927)

Camille Claudel a vent'anni


La scultrice francese Camille Claudel rimase reclusa per trent’anni in una casa di cura psichiatrica solo perché era un personaggio scomodo; perchè aveva manifestato segnali di depressione dopo la fine della sua lunga relazione clandestina con Auguste Rodin vedendosi negata ogni speranza di matrimonio.
A Camille non era concesso nemmeno di rammaricarsi troppo per un amore finito. Per la scultrice inizia un periodo difficile. Si isola nel suo studio. Accusa Rodin e la sua banda di averle rubato idee e bozzetti. Distrugge molte opere. A questo punto, per la carriera di Paul Claudel e del cognato magistrato, avere parentele con una ‘pazza’ in circolazione è una pessima pubblicità.
Dopo la morte del padre, l’unico sostenitore della ragazza, la famiglia Claudel procede. Lasceranno che Camille marcisca a tempo indeterminato in un manicomio. Diagnosi: “E’ affetta da delirio sistematico di persecuzione basato principalmente  su false interpretazioni  e fantasie”.
La madre e la sorella non si preoccuperanno mai di fargli visita.
L’unico a mantenere un legame con lei, seppur discontinuo negli anni, sarà suo fratello Paul Claudel a cui Camille aggrappò l’ultima speranza di poter un giorno tornare nel mondo, al lavoro nell’amato atelier ma gli fu negato per sempre di proseguire il suo percorso artistico.


Camille Claudel nel suo atelier accanto all'opera "Persée et la Gorgone"

L’amato piccolo Paul ha nutrito sentimenti molto contrastanti nei confronti della sorella, riconoscendone il grandissimo genio ma parallelamente evidenziandone, secondo lui, i tanti limiti: “ Il mestiere dello scultore è, per un uomo, una specie di sfida continua al buon senso, per una donna sola e col temperamento di mia sorella è pura e semplice impossibilità” (Paul Claudel)
Allieva, musa, amante, coadiutrice e rivale. Quanto avrà influito il talento, la creatività, l’intuizione della giovane Camille sull’opera di Rodin?
Certamente l’apprendistato in un atelier si basava su reciproche concessioni tra maestro e allievo, per questo è difficile stabilire con certezza chi sia il vero autore di molte opere.
Lavoravano tutti i giorni insieme usando gli stessi modelli.
Rodin ha una profonda stima per la sua assistente. La consulta su tutto.
Mani e piedi di molti personaggi sono lasciati all’abilità, al tocco della scultrice durante il lungo tormentato periodo di simbiosi artistica e sentimentale terminato nel 1895.
"Ha una natura profondamente personale, che attira per la grazia ma respinge per il temperamento selvaggio." (Auguste Rodin)


Camille Claudel 1915 di Bruno Dumont

Inverno 1915. Sud della Francia. Montdevergues, un manicomio abbarbicato in cima ad una collina. Camille Claudel è prigioniera di interminabili giornate sempre uguali circondata da malati di mente che a volte accudisce e a volte allontana bruscamente.
Un lungo incubo senza fine raccontato con rigore essenziale dal regista francese Bruno Dumont che gira il film  in una vera casa d'accoglienza nei pressi di Avignone circondando, la protagonista, Juliette Binoche di autentici degenti psichiatrici.
Dumont vuole ricreare e trasmettere il dolore dell’anima di Camille. Vuole che risuoni ovunque, anche nel silenzio.
Rilascia un principio immateriale, alimenta un’aura magica e spirituale che comunica col pubblico senza troppe parole o costruzioni visive.
Il richiamo dell’arte si riaccende sempre e Camille cerca di disegnare fiori, prende una pietra in mano oppure tenta la modellazione di una zolla di terra che forse le ricorda come da bambina amava plasmare l’argilla rossa a casa del nonno a Villeneuve.
Questi piccoli tentativi di riavvicinarsi alla creazione artistica si spengono nella più grande disperazione di chi vorrebbe volare ma gli sono state tarpate le ali.

Camille Claudel (Juliette Binoche) nel film di Bruno Dumont

Non può più scolpire. Osserva la desolazione, la natura, i piccoli rituali quotidiani di malati e inservienti. Prega convulsamente nella piccola chiesa, piange improvvisamente, ride, sviluppa manie di persecuzione. Accusa ancora Rodin di tutte le sue sciagure. Si convince che vogliono avvelenarla ma anche la persona più integra impazzirebbe presto allontanata dal mondo, dai suoi sogni e nel quotidiano contatto con veri malati mentali.
In manicomio il tempo si trasforma in un’ interminabile attesa.
Camille attende per mesi, per giorni la visita del fratello preparando parole adatte.
Si ripete in testa quella maledetta arringa finale sperando di essere compresa, di poter vivere la sua vita in una modesta casa di campagna ma Paul Claudel aveva già emesso la sua condanna nei confronti della sorella e non gli permetterà mai più di uscire.
L’internamento era una punizione per una vita troppo emancipata o, secondo i dogmi morali di Paul, un meritato castigo per un aborto avvenuto durante la relazione con Rodin. 

Camille Claudel (Juliette Binoche) nel film di Bruno Dumont

Così la società dell’epoca confina a vita questa ‘creatrice’, personalità femminile unica, talentuosa e appassionata. 
“E’ lo sfruttamento della donna, l’annientamento dell’artista alla quale si vuole fare sudare persino il sangue. Tutto ciò in fondo viene dal cervello diabolico di Rodin.”

(lettere al fratello dal manicomio di Montdvergues, 03.03.1930)

domenica 9 febbraio 2014

I plutomani di Scorsese, Scott e O. Russell




Sbrana il prossimo tuo e celebra te stesso
di Maddalena Marinelli

L’avidità ha dato forma alla cultura contemporanea.
Nell’era dell’homo oeconomicus l’avido germina in ognuno di noi.
Gordon Gekko, il più famoso plutomane cinematografico, diceva:  “L'avidità, non trovo una parola migliore, è valida, l'avidità è giusta, l'avidità funziona, l'avidità chiarifica, penetra e cattura l'essenza dello spirito evolutivo. L'avidità in tutte le sue forme: l'avidità di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha impostato lo slancio in avanti di tutta l'umanità. E l'avidità, ascoltatemi bene, non salverà solamente la Teldar Carta, ma anche l'altra disfunzionante società che ha nome America”.
Dettagli: quali e quanti americani dovrebbe salvare l’avidità che esalta tanto Gordon Gekko? Per quelli che saranno salvati quanti ne dovranno annegare?
I brandelli dell’american dream distorto e corrotto che ha lasciato una desolante scia di povertà per molti e vaste ricchezze per pochi.
Adesso ci siamo involuti e Gordon Gekko di Wall Street a confronto del Jordan Belfort di The Wolf of Wall Street sembra quasi una romantica canaglia.
Il cinema dice la sua. Se volete provare a ricomporre i pezzi del sogno infranto e degenerato, attraverso l’occhio della settima arte, ecco documentato quello che è successo in Capitalism: A Love Story di Michael Moore o secondo l’interpretazione più profetica, spettrale ed esoterica di Paul Thomas Anderson in The Master e There Will Be Blood in cui c’è l’abicì emotivo e psichico  che innesta la follia del dominio.

"There will be blood" e "The Master" di Paul Thomas Anderson 

Politica, finanza, religione, scienza, inizia sempre con un predicatore sul podio a caccia di seguaci e quando cominciano a credergli è già troppo tardi.
L’avidità, una condizione in cui predomina un desiderio smodato legato prevalentemente al raggiungimento, con ogni mezzo, di denaro e potere che sfocia in un vero e proprio delirio di ricchezza. Rubare a ricchi o poveri, comunque rubare tramite operazioni virtuali, investimenti, conti, codici, numeri, spostamenti, prestiti.
Il denaro c’è ma non si vede. Non si crea e non si distrugge, si trasferisce e puff..
Una catena invisibile e infinita di frodi, riciclaggio sporco, abusi su abusi che fanno sprofondare gli uomini nella rovina e nella distruzione.
Come definire i manager che hanno prodotto questa crisi e sono scappati con liquidazioni miliardarie? E il ruolo delle banche, della politica, delle istituzioni?
Nel bel mezzo dell’odierna crisi economica il cinema americano riflette sull’avidità attraverso tre opere filmiche vorticose e spietate dai mirabolanti cast in cui, dopo le ascese, arrivano punizioni ma senza redenzioni. 

                          "American Hustle" di David O. Russell

Si comincia con la coppia di truffatori in American Hustle ambientato negli sfavillii estetici degli anni Settanta. In un baccanale visivo di lustrini, capelli cotonati e vestiti elasticizzati si parla dell'operazione Abscam e della dilagante corruzione che investe politici, istituzioni, agenti di polizia contornati dalla malavita locale.

"The wolf of Wall Street" di Martin Scorsese

Arriviamo alla fine degli anni Ottanta con The wolf of Wall Street, ad un altro baccanale di sesso, soldi e droghe. Habitat extra lusso di Jordan Belfort capobranco di un gruppo di brokers assatanati e senza più freni. Quando tutto sarà finito, dopo aver perso qualsiasi cosa ottenuta, Jordan non farà altro che ricominciare il gioco dall’inizio con nuovi adepti da indottrinare.

"The Counselor" di Ridley Scott

L’epilogo più tragico e violento sull’avidità, di una violenza impassibile e irreversibile, ce lo propone Ridley Scott in The Counselor. Un avvocato con smanie di facili guadagni si avventura a bere in un territorio sconosciuto e pericoloso.
Presto a sbranare la gazzella arriverà un’ impietosa predatrice pronta a lasciare una scia di morte senza batter ciglio.
Tre amari ritratti, nello scorrere del tempo, di un’ America immutabile nei suoi vizi e sbruffona nell’esibirli in cui i valori morali non solo non esistono più ma non sembrano proprio mai esistiti. L’abbrutimento della società contemporanea, una visione infernale illuminata ed esaltata dallo star system più fulgido, premiato e da un impeccabile stile.

"Il grande dittatore" (1940) di Charlie Chaplin

“La vita può essere felice e magnifica, ma noi l'abbiamo dimenticato. L'avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell'odio, ci ha condotti a passo d'oca a far le cose più abiette. Abbiamo i mezzi per spaziare ma ci siamo chiusi in noi stessi”.

(Charlie Chaplin, in Il grande dittatore, 1940)

lunedì 20 gennaio 2014

"Red Krokodil", di Domiziano Cristopharo

                                                  MAD NEWS
RED KROKODIL 
Da Giovedì 23 Gennaio 2014 nelle sale del circuito di Distribuzione Indipendente


Disgregazioni
di Maddalena Marinelli

“Ogni bucomane vede solo se stesso.”
(Christiane Vera Felscherinow - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, 1979)

Il ritratto di un giovane uomo oppresso dal Krokodil. Una miscela chimica che scarnifica, ti spolpa fino all’osso. La droga più letale in circolazione.
Ascoltiamo la sua voce fuoricampo che prova a spiegarci la caduta nell’abisso.
Un consolante richiamo che cerca di ridestarlo dal malefico oblio causato da quel veleno  che lo sta avvicinando inevitabilmente alla morte.
La sua mente vaga tra ricordi, allucinazioni e tremendi incubi.
L’immagine esoterica di un occhio lo perseguita. Compare da una fessura nel muro, lo vede aprirsi sulla sua mano. Tra macerie e sudiciume c’è un' icona di San Nicola, il santo il cui corpo, per tradizione religiosa, non si decompone.
Mani senza volto che offrono un palloncino bianco. Minaccioso arriva un essere bendato e deforme.
Rappresentazioni del suo inconscio fortemente turbato, non può far altro che generare mostri. Elaborazioni fantastiche con legami alla sua esistenza. Paure che si materializzano. La prova più penosa sarà il confronto col suo doppio sano.



L’uomo vive il suo sdoppiamento, ritrova il suo corpo bello e illeso ma poi riprende contatto con la triste realtà, con una materia squarciata e piagata che non risponde più al suo volere. Esausto,vorrebbe essere qualunque cosa tranne se stesso.
Liberarsi dalla pesantezza di quel cumulo di carne disfatta e dolente.
La sua vita è solo un calvario che lo consuma.
Nel suo delirante viaggio metafisico arriva ad assumere le sembianze di Cristo eseguendo un’autocrocifissione come mezzo di catarsi e resurrezione.
Quando finalmente trova quella forza per reagire e scegliere di combattere, il mondo esterno gli riserverà una pessima sorpresa.  Da ‘fuori’ arriverà un’altra disgregazione.
Il Krokodil fa schifo e non può assolutamente continuare a diffondersi.
Crea una dipendenza molto più forte dell’eroina e porta alla morte entro due anni corrodendo orribilmente pelle e muscoli fino all’amputazione.
Red Krokodil è uno dei primi film a parlare di questa droga devastante.
Non viene utilizzato un linguaggio documentaristico e narrativo come in Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino o uno stile prorompente, cinico e violento come in Trainspotting.

Brock Madson in "Red Krokodil"

Domiziano Cristopharo realizza un’opera filmica a basso budget fondata su una visione intima e psicologica concentrata in un unico personaggio.
Per tutto il tempo la macchina da presa si addossa sul corpo martoriato di Brok Madson un attore non professionista con un passato da ex tossicodipendente.
Tutto questo ha portato all’interno del film elementi e tensioni autentiche.
Dettagli e situazioni che solo chi ha vissuto quell’abisso può sapere.
L’atmosfera perturbante è la proiezione di una psiche sconvolta dall’assunzione di droghe e questo permette al regista di creare tutto un impianto surreale e simbolico che si incastra con riferimenti realistici. Un ‘Paese delle Horrorviglie’ da cui emerge il Bianconiglio. Un muto araldo che annuncia e presiede le epifanie che seguiranno. Indica la possibilità di un risveglio spirituale ma quant'è profonda la sua tana?

vedi il trailer di RED KROKODIL

LEGGI LA MIA RECENSIONE DI 'RED KROKODIL' SU SCHERMAGLIE


martedì 17 dicembre 2013

La fine del mondo #2: "Le dernier combat", di Luc Besson

Le dernier combat (1983) di Luc Besson

                                                                                                                                                       
Un mondo senza parole
di Maddalena Marinelli

Il Pianeta è stato raso al suolo da una catastrofe imprecisata.
In una distesa desertica i sopravvissuti sono in continuo stato di guerriglia per conquistarsi i pochi beni preziosi: cibo, acqua e le rarissime donne che vengono custodite/segregate sotto chiave.
Gli uomini non riescono più ad emettere parola a causa di un veleno diffuso nell’aria. Regrediscono ad uno stadio primitivo trasformandosi in belve violente, in scalcinati guerrieri tra medioevo ed età della pietra.
Un film che alterna  poesia, dolcezza, crudeltà e ironia in cui la parola è completamente assente. Tutto viene affidato all’immagine, alla colonna sonora di Eric Serra, ai volti intensi degli attori Pierre Jolivet, Jean Bouise, Fritz Wepper e naturalmente alla prorompente fisicità di Jean Reno che diventerà una presenza costante in tutti i film successivi di Besson.
Personaggi beckettiani rassegnati o in cerca di rivincita in un mondo  dove l’uomo sembra rimasto completamente solo e non esiste più un Dio da invocare.


Il protagonista della vicenda conserva ancora un barlume di speranza. Rispetto agli altri, che rassegnati si lasciano andare all’imbarbarimento, lui cerca di reagire. Non vuole dimenticare la sua umanità e sogna di riavere un giorno la sua voce.
La banda di disperati, che vive nelle macchine in mezzo al deserto, è ridotto ad un branco di lupi affamati. Una piccola tribù che s’inventa sadiche regole come quella di sostituire il denaro con dita mozzate.
Il dottore, ultimo emblema del sapere umano, si è barricato nella sua clinica e si consola disegnando graffiti e accudendo la bella donna che tiene prigioniera nel labirintico sotterraneo. Il bruto, con la sua ceca ferocia, rappresenta tristemente lo stadio finale di questa regressione morale e sociale.
Uno schema narrativo chiaro e conciso, grande suggestione delle locations che vengono raccontate con estrema cura per il dettaglio e con l’ausilio di piccole invenzioni. L’eccezionalità del film è quella di riuscire a rendere credibile e autetico un mondo post-apocalittico senza l’ausilio di  effetti speciali. Non mancano le scene d’azione, scandite dal jazz-rock di Eric Serra, in cui il 23enne Besson  dimostra già la sua grande padronanza di ripresa.


Scarno, realizzato con poche risorse economiche ma con una grande intensità visiva e ideologica. Il primo lungometraggio di Luc Besson. Sono già ben evidenti quei tratti tipici della sua regia energica, lucida e amara in cui si ripete il leitmotiv di protagonisti buoni che si ritrovano a compiere nefandezze imposte da un sistema carogna. Per ogni film Besson studia un involucro estetico molto accurato. Segue freddamente uno schema registico che scandisce le storie secondo i livelli dei video games per ristabilire un senso umano di realtà solo nel finale. L’inafferrabile Besson che salta da un progetto all’altro senza seguire una linea precisa. Si divide tra l’irresistibile piacere di curare solo la forma e l’esigenza di esprimere un contenuto.
Si diverte a fare un cinema più commerciale e ultimamente anche i film per ragazzi. Poi c’è l’altra versione di Besson, attualmente sparita, quella dei film più intimisti e autobiografici come Le Dernier Combat, Le grand bleu, Angel-A, Atlantis. 

(Saggio di Maddalena Marinelli tratto dal catalogo della rassegna Finimondi)

sabato 23 novembre 2013

MAD MOVIES PARADE 2

     

Dieci film italiani dedicati al buio nella mente
di Maddalena Marinelli


Folgorante metafora distruttiva della colonna portante famiglia alle soglie dei moti sessantottini. Il prima della rivoluzione, quell’aria che si respira tra il vecchio e il nuovo, tra stasi e cambiamento. Tessiture shakespeariane, tipica ferocia parricida proveniente dalla mitologia greca. L’ambizioso e folle progetto omicida di Alessandro per fuggire dai legami che lo reprimono. Sarà in grado di gestire questa libertà senza nessun rimorso nei confronti dei sacrifici di sangue che ne sono stati il prezzo?

PARTNER (1968) di Bernardo Bertolucci
L’esplosione del doppio. Quando un giovane intellettuale si dimostra incapace di prendere decisioni  la sua mente partorisce un sosia che agisce senza remore. L’intrepido gemello realizza i desideri nascosti del timido Giacobbe. L’opera più criptica, stonata e intima di Bertolucci in cui prevale l’ombra. Decostruito, improvvisato e girato in presa diretta. ‘E’ VIETATO VIETARE E’PROIBITO PROIBIRE’, durante le riprese di Partner esplode il Maggio Francese.   

L’incontro tra una ragazza misteriosa e fragile con un uomo di mezza età avverso ai legami duraturi. L’amore sembra illusoriamente più forte dell’amara realtà in cui Nicole soffre di disturbi mentali imprevedibili che generano violente crisi e Dino si illude di riuscire a sacrificarsi per amore, di poter restare accanto alla ragazza nonostante tutto. Laconico, malinconico, amaro fallimento dell’amore.

Due sorelle, l’una carceriera dell’altra. Un impenetrabile e morboso microcosmo femminile. I ruoli di madre e figlia, amanti, coppia, insegnante e allieva, si concentrano unicamente in due donne mentre ‘fuori’ il genere maschile è visto come minaccia fino a concepire, nei suoi confronti, un vero e proprio atto di sterminio quando un uomo proverà ad interporsi entrando in questo bozzolo alienante.

In un manicomio,  fuori dal mondo reale, scorre la vita tra regole e trasgressioni. I rinchiusi, oltre ai malati, finiscono per essere anche gli stessi medici che nel contatto quotidiano con la follia iniziano a non distinguere più quella linea di separazione. Il dottor Bonaccorsi cerca rifugio nell’improbabile tesi sull’esistenza del microbo della follia che viene completamente smentita da una giovane dottoressa, l’unica a rendersi conto delle tante ‘anomalie’ condivise normalmente tra malati e medici. Quando Bonaccorsi oppresso sprofonderà nella crisi e deciderà di abbandonare l’ospedale scoprirà che non c’è via d’uscita quando la follia diventa status sociale e politico. La regia sofisticata di Bolognini tinteggiata di eros.

Thriller soprannaturale che sfocia nell’horror. Esperimento tra cinema, performance, documentario. Una critica rivolta alla figura dell’intellettuale. Il ritratto della psicosi di un artista rivoluzionario nel suo atto creativo ma imprigionato nel sistema economico dell’arte. Così prendono vita apparizioni e desiderio omicida nei confronti della sua compagna, simbolo di quel sistema artistico che tanto l’opprime e che ha spento la sua ispirazione artistica. Protagonista una misteriosa e labirintica villa veneta che ammalia l’artista amplificandone le nevrosi con i suoi segreti e le sue particolari stanze.

Uno scambio d’identità, una riflessione sul potere e la politica. La riscoperta di un valore etico delle parole. Un uomo uscito da una clinica psichiatrica prende il posto del fratello gemello leader di un partito politico. Mentre Enrico schiacciato dai doveri fugge dalla sua maschera per ritrovare se stesso, Ernani come un baldanzoso attore di riserva recita a soggetto e nella sua imprevedibilità riesce a conquistare la gente perchè non ha nessun fine, nessun accordo, nessuna mira politica, nessun doppio gioco o strategia da seguire.

Nicola ha vissuto fin da bambino nel manicomio di Santa Maria della Pietà  non si sa bene per quale motivo, forse solo a causa di una famiglia assente. Matto solo perché non ha speranza di essere qualcos’altro. La sua voce-off diventa portatrice di evocazioni, piccoli racconti, drammi, quotidianità che rivelano tracce di vita vissuta dentro l’alienazione tratte da testimonianze raccolte dallo stesso Ascanio Celestini. Nella testa di Nicola avviene uno straordinario montaggio/cortocircuito tra ricordi, realtà e fantasie incompatibile con un ‘normale’ vivere presente ma che lo consacra geniale narratore.

"Venezia è una vecchia signora dall'alito cattivo" dice Fabio Stolz al nipote appena arrivato in città per studiare pittura. Attraverso gli occhi ingenui di questo ragazzino di provincia Risi cala lo spettatore all’interno di una decadente e malsana vita di coppia chiusa a macerare tra le fredde mura di un antico palazzo fatto di scale che conducono verso stanze segrete dove tutto è permesso. Giovinezza e vecchiaia, purezza e perversione, verità e finzione.  Un Dino Risi in veste gotica. Un film sulla perdita dell’innocenza, sul rifiuto dell’inesorabile tempo che passa.

Grazia è una donna che non riesce a stare al suo posto, come la Mabel di Cassavetes è una mina vagante. Moglie innamorata e passionale, madre dolcissima di tre figli non si vuole sottomettere al conformismo dei suoi conterranei. Sembra divampare in lei un fuoco incontenibile, una forza primordiale e selvaggia come l’acqua, la roccia, la natura che la circonda. Ma cos’è davvero Grazia? Tutti la considerano una pazza e vorrebbero estirparle questa imbarazzante e incomprensibile anomalia ma  lei non vuole farsi domare e svanirà per infine riapparire a tutti nella sua vera essenza, forse finalmente compresa.





mercoledì 9 ottobre 2013

La fine del mondo: Pre-visioni straordinarie




Un apocalittico itinerario umano, estetico e cinematografico
di Maddalena Marinelli

“Non vediamo le cose per come sono, ma per come siamo”     (Anais Nin)

Scenicamente appropiato sarebbe collocare lo svolgersi della fine al crepuscolo o alle prime luci dell’alba, quando il sonno e i sogni si muovono ancora nell’aria, quando l’abituale percezione della realtà rallenta e la nostra mente lascia scivolare dentro quelle piccole variazioni che inizialmente sembrano leggerissime ma che possono mutare con decisione il nostro usuale punto di vista gettandoci in abissi irreversibili. Quindi è in queste trame che potrebbe verificarsi, in un lieve  cambio di luce, l’inizio di qualche forma d’oscurità che rovescia il nostro mondo nel caos.  Se ci fosse un risveglio chissà in quale mutazione della realtà i nostri occhi si riaprirebbero.
Poco c’è rimasto da immaginarsi. Il cinema ha risucchiato ogni possibile fine del mondo e continuerà a proporre altre migliaia di (pre)visioni apocalittiche fino al vero, autentico ‘giorno del giudizio’ che probabilmente confonderemo con un film in 3D.
Ampia è la gamma tonale della catastrofe: rugginose distese desertiche, amalgama grigia che include cielo e terra, fangose e putrescenti lagune, cumuli di ferraglia, bianco abbacinante, profondi imbuti neri, distese d’acqua che sommergono le capitali del mondo.
Cercasi immagini del disastro? Potremmo banalmente partire dal genere cinematografico che per eccellenza se ne occupa più di tutti gli altri ma sarà poi inevitabile spaziare altrove perché la fine del mondo ha  un’ identità proteiforme.
In effetti da un film di fantascienza è difficile aspettarsi positività per l’avvenire, un domani migliore, di solito preannunciano l’avverarsi dei peggiori incubi arrivando a concepire immagini acheropite.
Ci siamo giocati anche il buon Spielberg che ha tradito il romanticismo di E.T. e Incontri Ravvicinati per calarsi in scenari futuri in cui l’onnipotenza umana trascina il mondo alle estreme conseguenze e nel caso non bastasse, ci sono sempre gli alieni ostili a farci fuori con le tecnologie più sofisticate e divinamente sadiche.

"Gli uccelli" (1963) di Alfred Hitchcock

Senza scomodare le civiltà intergalattiche ci pensa la natura con tutte le sue sacrosante ragioni a inviarci i suoi sicari dal cielo, come in Hitchcock dove gli uccelli si coalizzano nello sterminio della razza umana.
La violenza priva di senso e limiti, il terrore atomico, biologico e mutageno.
Una delle immagini più evocative della (auto)distruzione del Pianeta è quella della war room nel film Prova di errore di Sidney Lumet in cui i potenti della Terra osservano impotenti il propagarsi del disastro nucleare.
I nostri anni sono segnati da paure più prosaiche ma altrettanto devastanti come la perdita del lavoro, della casa, dei diritti umani, dei sentimenti, della giustizia, della libertà ma anche questo è la fine del mondo.
Le fantasie orwelliane si stanno minacciosamente avverando? Gli scenari di Fahrenheit 451 o de L’uomo che fuggì dal futuro, dove si vive in una società in cui sono  banditi i sentimenti e l’individualità, non sono così lontani.
Fa molta più paura il male che non si vede, rispetto alla calamità  che dovrebbe cadere dal cielo, quello subdolo che si annida nell’essere umano.

"Eraserhead - La mente che cancella" (1977) di David Lynch

In Eraserhead nel famoso volto/icona di Henry Spencer, sullo sfondo di una misteriosa nuvola di polvere che divora l’aria, si riflette un orrore indicibile e invisibile che rimane occultato agli spettatori. I suoi occhi cosa stanno fissando? Forse l’ultima visione del mondo prima della sua cancellazione proiettata nell’imcomprensibile ma perturbata espressione di Henry che già si trova, senza saperlo,  in un desolante e onirico mondo post-apocalittico.
Se il quadro d’insieme si dimostra decisamente allarmante un utile esercizio può essere mettere a nudo l’immagine dei pensieri e delle paure umane attraverso la prefigurazione filmica.
Iniezioni oculari per sperimentare, simulare, esorcizzare l’eventuale fine del mondo e la situazione post-atomica da homo homini lupus.
I Maya, Nostradamus, San Giovanni, sono tutti d’accordo sull’arrivo di questa distruzione/ricreazione planetaria. Ogni tanto nella storia sembra avvicinarsi il momento di questo grande flagello tanto per tenerci in allarme, farci riflettere sul senso della vita e naturalmente lucrarci sopra il più possibile.
Paranoie, fobie, visioni, bunker con scorte di minestre Campell, profezie che aumentano, le sette che cominciano a programmare i suicidi di massa.
Siamo sicuri che la fine del mondo deve ancora arrivare? O ci siamo già dentro e ci consuma lentamente? La bomba non potrà esplodere perché è già esplosa, anzi esplode ogni giorno. L’apocalisse  avviene in ogni minuto ed è vicina e possibile. Siamo noi i piccoli pianeti che si stanno spegnendo con finte estati ed inverni sempre più lunghi  e come nell’ Inquilino del terzo piano fuori non esiste nessun complotto.  La vera persecuzione, l’ordigno dell’apocalisse è nella nostra mente.
Il seme della follia è letale, contagioso e senza limiti creativi, la materia filmica si è molto nutrita di psicosi diventando spazio privilegiato di paure e fantasmi collettivi.  In Take Shelter un tranquillo operaio comincia ad avere terribili sogni su catastrofi che si abbatteranno sul Pianeta. Sono premonizioni o solo i segnali di un disturbo mentale?
La fantasia dell’uomo ha generato i tanti “The Day After” prevedendo civiltà al limite, lande desolate, regressioni all’età della pietra. L’azzeramento di tutto con i superstiti che si rincorrono per divorarsi a vicenda.

"Il paese incantato" (1968) di Alejandro Jodorowsky 

Nel film Il paese incantato un uomo trascina sopra un carretto la sua donna paralitica. Insieme partono alla ricerca della leggendaria città di Tar, luogo estremo dove rifugiarsi da una realtà all’ultimo stadio del disfacimento morale. Lo scenario si presenta apocalittico; un mondo spazzato via in cui i sopravvissuti vivono tra le macerie senza più riferimenti e regole. Fando e Lis rappresentano la coppia archetipica. Lottano tra istinto di preservazione e istinto di distruzione del loro legame.
L’opera d’esordio del poeta/alchimista Jodorowsky. Cave deserte, cimiteri profanati da scenette che prendono in giro la morte, donne anziane che seducono uomini giovani, allegre bande di travestiti, una donna che rappresenta la figura di un pontefice, antropofagia, vampirismo e molto altro.
Forse Lis è solo un’invenzione di Fando, la rappresentazione della purezza indifesa che viene sempre minacciata o corrotta. Il cammino verso Tar si rivelerà una discesa nell’abisso della psiche da cui riemergono ricordi, dolori, traumi mai affrontati incarnati da una serie di emblematici personaggi. Un girone dantesco, un labirinto infernale dove i due protagonisti si ritrovano sempre al punto di partenza. Quando Lis distrugge il tamburo che rappresenta l’ultimo prezioso oggetto dell’infanzia, Fando la uccide facendola diventare una santa divorata dai suoi fedeli che attraverso l’atto del cannibalismo cercano di conquistare un pezzetto della sua purezza.

"The road" (2009) di John Hillcoat

Un altro sfondo post-apocalittico, un altro viaggio della speranza, un’altra coppia: un padre e suo figlio. In The Road il mondo è diventato un luogo sconfinatamente selvaggio dove gli uomini si dividono tra prede e predatori. Un inferno del nulla, in cui il male è diventato la scelta per la sopravvivenza.Vedere un bambino buttato in uno scenario simile fa paura. La sua (r)esistenza sembra impossibile. Il padre lo definisce ‘la mia garanzia’, in un mondo in cui ogni giorno è più grigio del precedente, il bambino diventa quel fuoco da non far spegnere per nessuna ragione. Anche in questo caso la purezza e l’innocenza contro le disfattezze dell’umanità.
La morte è un pensiero incessante sia come pericolo tangibile ma anche come liberazione, alternativa al teatro delle crudeltà inflitto dai predatori. Il bambino nasce nella fine del mondo, in un contesto senza più nomi, riferimenti temporali e spaziali. La sua vita è racchiusa tra la morte della madre che non vede e quella del padre a cui assiste integralmente.

"Il tempo dei lupi" (2003) di Michael Haneke

Il tempo dei lupi di Michael Haneke inizia con l’uccisione del capofamiglia lasciando allo sbando una donna e i suoi due figli in mezzo ad un inprecisato e spietato paesaggio nebbioso spogliato da chissà quale cataclisma. Ancora un bambino come agnello tra i lupi che sul finale decide di compiere una specie di sacrificio saltando nel fuoco per purificare la Terra dai suoi mali.
Una moltitudine di proposte, di possibili orrori futuri. Chissà tra i tanti, quale si avventerà su di noi. Oppure rimarranno solo grandi fantasie, sfoghi liberatori del nostro inconscio.
Il cinema può curare il male del mondo? Può elaborare gli sbagli del passato? Può illuminarci sulla via futura? Oppure è solo un attraversamento senza giusta destinazione. Il nostro matrix in cui alienarci a piacimento, dove i sogni e gli incubi si consumano ripetendosi in un ciclo perpetuo.

(Saggio di Maddalena Marinelli tratto dal catalogo della rassegna Finimondi )