sabato 26 settembre 2020

UN' INEDITA ASIA ARGENTO: 'ISOLE', di Stefano Chiantini

 

ISOLE (2011) di Stefano Chiantini - Visibile su CHILI


Nel silenzio i rumori dell’anima
di Maddalena Marinelli

L’isola oltre ad un luogo geografico è una condizione mentale. 
Una scelta o un’imposizione esistenziale. 
L’ultimo lembo di terra in cui rifugiarsi, separandosi da tutto il resto, lasciandosi circondare dalle acque in cui passato e presente pacano i loro influssi. 
Fuori dal tempo e dal mondo, in una casa canonica su una piccola isola, vivono un anziano prete e una ragazza che ha deciso di non parlare più con nessuno.
Un grande dolore, legato al suo passato, ha divorato tutto anche la sua voce.
Nella loro semplice vita, fatta di silenzio e piccole ritualità quotidiane, arriverà un immigrato clandestino come una ‘nuova onda’, portatrice di sensazioni molto contrastanti tra gli abitanti della piccola comunità.
Isole di Stefano Chiantini racconta quel crudele e immotivato disprezzo nei confronti della diversità ma anche il grande valore delle relazioni umane quando siamo disposti a metterci in gioco. 
La capacità di accettare l’altro così com’è.
Don Enzo, Martina ed Ivan vengono condannati ed emarginati per malattia, scelte, diversa etnia. 
La gente che li circonda non si fa scrupoli, vengono derisi ed offesi pubblicamente. Nessuno si preoccupa davvero di capire e stabilire un rapporto autentico con loro. L’anziano prete, reduce da un ictus, non è considerato più in grado di intendere e volere. La ragazza, che per sua scelta decide di non parlare, è bollata come ‘la pazza’ da tutto il paese e l’immigrato clandestino è visto come una specie di pericoloso usurpatore, solo perché straniero.
Per capirsi le parole non sono indispensabili. 
Queste tre isole si accettano a vicenda e nel loro piccolo e momentaneo arcipelago riusciranno a generare sentimenti veri d’amicizia, solidarietà ed amore.

Asia Argento e Ivan Franek nel film 'Isole'


Tre persone totalmente diverse che si rispecchiano nella stessa condizione di solitudine.
Il bisogno di ritrovare una complicità e una comprensione nel contatto umano, nell’incontro che può cambiare la vita. 
In Isole poco importa se i legami instaurati sono destinati crudelmente ad essere interrotti perché ‘le terre recuperate’ rimarranno impossibili da perdere. 
Nel finale rimane sospeso solo un dolce e leggero dolore.
I rapporti umani che stanno nascendo inevitabilmente si relazionano col luogo, con la natura dell’isola e i suoi elementi. 
La dimensione di ‘quest’area staccata’ è culla che protegge ma anche gabbia da cui non si può fuggire. 
Malinconico  specchio di stati d’animo e di sensibilità incomprese. 
Proiezione dell’ostilità dei suoi abitanti.
La sua quiete può essere confortante ma allo stesso tempo diventare terribilmente desolante, evocando tutte le ombre nascoste nell’inconscio. 
Nel metaforico contatto con le api c’è il rispetto reciproco, la cura, l’accettazione contro ogni forma di prevaricazione, che può solo distruggere. 
Nell’acqua puoi vedere le persone che ami, dice Ivan a Martina.

Asia Argento e Ivan Franek in 'Isole' di Stefano Chiantini


Come in L’amore non basta saltiamo sopra un treno in corsa. Si è subito catturati. 
La regia di Chiantini ci catapulta immediatamente nella vita dei protagonisti. 
Insegue le figure umane in stretti vicoli e claustrofobici/oscuri vani domestici. Nonostante la forte presenza dell’ambiente esterno poche volte l’inquadratura si apre verso di esso,  rimane stretta intorno ai personaggi, ai volti, ai corpi, alle azioni. 
Così l’isola c’è ma diventa anche un’ombra, un misterioso personaggio fuoriscena che incombe senza essere visivamente troppo presente.
“Quello che più mi interessa mostrare sono le relazioni tra le persone, specie quelle che per vicissitudini diverse si sono discostate da ciò che oggi viene definito ‘normale’, ritrovandosi così automaticamente ai margini della società.” (Stefano Chiantini)
Regia e sceneggiatura operano secondo detrazione. 
A volte si scivola in un' assenza, come se entrasse in azione un pilota automatico che segue semplicemente gli eventi.
Con pacata fermezza, l’immagine viene spogliata da qualsiasi zavorra ammaliatrice esplorando, senza enfasi, nelle ferite della nostra sfera intima. 
Ciò che resta è l’essenza.
Centrale nel film è il personaggio di Martina, una creatura isolata sulla stessa isola ma in contatto con gli elementi naturali che la circondano. 
Sull’eco lontano di Ada di Lezioni di Piano è fragile, impetuosa, misteriosa, caparbia, senza età. 
Sente di doversi aprire alle inaspettate emozioni che stanno arrivando. 
Il sentimento per Ivan lentamente muterà quella sua eterea immagine da ragazzina in donna consapevole dei suoi desideri e  della sua femminilità.

Ivan Franek nel film 'Isole' di Stefano Chiantini


 “Mi sono innamorata subito di questo personaggio. L’idea di comunicare ad un livello più profondo delle parole. E’ stata una sfida dell’anima” (Asia Argento)
Ivan entra nella vita di Martina in punta di piedi restandone per quasi tutto il tempo a circoscritta distanza. 
Osserva, intuisce, condivide. 
Nonostante la sua difficile condizione, il transito identitario e le aspettative lavorative deluse è un personaggio dotato di una disarmante quiete interiore. 
Una bella solidità spirituale che conquista e attrae la ragazza.
L’altra faccia di Tobias Horvath, il tormentato immigrato dell’Europa dell’Est di Brucio nel vento di Silvio Soldini, interpretato sempre da Ivan Franek.
Si fa naufragio verso qualcosa di intimo  ma allo stesso tempo universale.

sabato 12 settembre 2020

'VOLEVO NASCONDERMI', di Giorgio Diritti

 

VOLEVO NASCONDERMI 


L’Essere sbagliato
di Maddalena Marinelli

Antonio, Anton, ‘Toni al Matt’, “El Tudesc”.
Costa, Laccabue e poi Ligabue.
Quando sei solo, povero, malato e inerme anche il tuo nome, la tua identità viene calpestata, si può storpiare, può sparire.
 «Tu non meriti di esistere» gli diceva il maestro della scuola elementare in Svizzera.
Antonio Ligabue invece non è sparito e non sarà dimenticato. 
Rimarrà un nome indelebile nella storia dell’arte.
Antonio bambino, Antonio ragazzo, Antonio adulto.
In un susseguirsi di sbalzi temporali tra passato, presente e futuro, seguiamo le sfortunate vicende di un uomo segnato da continui soprusi. 
Considerato ‘diverso’ perchè uno storpio, un ritardato, uno straniero comunque e ovunque.
Disadattato, senza una fissa dimora, senza una famiglia.
L’infanzia in Svizzera segnata dalla povertà e dall’abbandono della madre biologica.
La malattia. Un corpo marchiato dal rachitismo e da problemi neurologici che gli provocano crisi maniaco-depressive e atti di autolesionismo che determineranno numerosi ricoveri in istituti psichiatrici.
Era convinto di avere dentro di sè dei demoni e, per questo, si feriva le tempie per farli uscire.
Rifiutato dalla madre, in seguito abbandonato dalla famiglia adottiva, espulso dalla civilissima Svizzera che lo scarica a Gualtieri dove arriverà nell’Agosto del 1919.
Anche in questo piccolo paese della Bassa, Antonio verrà emarginato, bollato sempre come un forestiero e un povero matto.

Elio Germano in 'Volevo nascondermi' di G. Diritti


Uno storpio ometto gozzuto che fa paura a donne e bambini.
Irascibile, prepotente, diffidente ma capace di gesti gentili e generosi se avvicinato ed accolto nel modo giusto. 
Dotato anche di un certo umorismo.
Decide di vivere per molto tempo lontano dalla gente, tra la riva del Po e il bosco, dove la sua casa è una fatiscente capanna.
Respinto dalla società si rifugia nella natura ed entra in simbiosi con gli animali a cui non interessa giudicarlo o vessarlo.
Solo e non amato, condannato a non poter avere affetto e nemmeno rapporti sessuali.
A volte si veste con abiti femminili per avere l’illusione del calore di una donna.

'Volevo nascondermi' di Giorgio Diritti


In quell’era fascista di ordine e disciplina Ligabue è un ribelle ‘al di fuori’ di qualsiasi sistema.
L’incontro con lo scultore Mazzacurati, che intuisce il suo particolare talento artistico, lo conduce verso un’espressione che gli permetterà quell’unica via di fuga per esternare ed esorcizzare tutto il suo malessere interiore.
“Quando disegna appare rasserenato”; le bestie diventano i suoi soggetti preferiti. Diceva: ‘Io so come sono fatti anche dentro’.
Felini, rapaci, rettili, roditori in un trionfo di vividi colori, pennellate veementi e corpose, forme contorte e possenti tra naturalismo e visionarismo.

Elio Germano in 'Volevo nascondermi'


E’, inconsapevolmente, un autentico performer.
Esegue quel suo ‘rituale sciamanico’ davanti alla tela bianca; una sorta di danza arcaica in cui imita i movimenti e i versi delle belve prima di cominciare a ritrarli.
Lo fa per caricarsi di energia, per favorire il buon esito dell’atto creativo.
Antonio si considera un grande artista e avrà ragione.
La sua arte, nell’incredulità degli abitanti di Gualtieri, comincia ad essere apprezzata, fino al raggiungimento di un certo benessere economico ma soprattutto di una rivincita sociale.
Un documentario, una mostra a Roma, i premi, i numerosi articoli che lo elevano nell’olimpo degli artisti.
Toni compra molte motociclette, assume un autista per farsi portare in giro sulle sue tre macchine, si fa confezionare abiti costosi.

Elio Germano in 'Volevo nascondermi' di Giorgio Diritti


‘Guardatemi!’ questo volto non è piacevole, la mia testa è bitorzoluta, ho il gozzo, ho il naso sfregiato ma anch’io esisto, anch’io valgo.
Giorgio Diritti attraverso la sua poesia visiva fatta di parole setacciate con rigore, di documento antropologico, di religiosi silenzi nel rapporto con i luoghi, riesce come pochi a cogliere le inquietudini, i conflitti del nostro vivere anatomizzando il nucleo della comunità in cui si ritrova tutta la gamma dei sentimenti e delle azioni umane e quel  senso di appartenenza, di storia, di identità che stiamo lentamente perdendo serrandoci nell’individualismo.
Integrazione e diversità. 
I suoi personaggi sono sempre, in modi diversi, ‘profughi’ alla ricerca di un luogo a cui appartenere.
Oppure visti come ‘invasori’ che minacciano la collettività e per questo rifiutati nell’inserimento sociale.
Un cinema che procede su quella sensibile traccia di confine tra integrazioni, usurpazioni, separazioni. 
Una visione su quella 'linea d'ombra' dove tutto, in un attimo, può cambiare nel bene o nel male.
In tutto questo la vicenda di Ligabue sembra collocarsi perfettamente.
Il regista sceglie una struttura anti-narrativa; il film procede secondo salti temporali che ricostruiscono la tormentata vita di Ligabue con l'aggiunta di alcuni innesti onirici.
Una scelta audace e da molti incompresa, giudicata dispersiva, mancante di una visione d’insieme e di un punto d'accordo.

Elio Germano in 'Volevo nascondermi' di Giorgio Diritti


In Volevo nascondermi si incede seguendo un moto emotivo, il flusso dei ricordi dello stesso artista che li evoca in un amarcord sregolato ma di coinvolgente intensità.
Elio Germano non interpreta ma diventa integralmente Ligabue, restituendo sentitamente sia quell’ interiorità ruvida, tormentata, devastata dai continui abbandoni e maltrattamenti, sia quella fisicità deforme, segnata dalla malattia.
Diritti fa un lavoro accurato nella scelta dei figuranti e dei comprimari, volti 'veri' che sembrano usciti da un film di Ermanno Olmi o Bernardo Bertolucci.
Un mondo agreste che silenziosamente, nel perpetuo ripetersi delle sue umili mansioni quotidiane, circonda e osserva tutte quelle eccentricità di Ligabue mentre dipinge, plasma nella creta del Po le sue fiere, inveisce contro qualcuno che lo ha offeso, scorrazza con la sua fiammante motocicletta rossa in quella ruralità avvolta da colori cupi che sulle sue tele diventato irrealmente infuocati.
Volti che comunicano perfettamente stati d’animo essenziali o un’ incantevole apatia.
 
“Per tutti gli storti, tutti gli sbagliati, tutti gli emarginati, tutti i fuori casta del mondo..”
(Elio Germano in occasione della sua vittoria dell’Orso d’Argento come migliore attore alla Berlinale 2020 per il film ‘Volevo nascondermi’)

mercoledì 19 agosto 2020

IL CORPO #4: BIRGIT JURGENSSEN E FRANCESCA WOODMAN

 


Autoritratto di signora in un interno
di Maddalena Marinelli

“Vorrei uscire da qui” è il titolo di una foto del 1976 di Birgit Jürgenssen, un autoscatto in cui l’artista veste i panni di moglie borghese imprigionata nella “casa di bambola”, il limitato spazio concesso alla donna nella società.
Una pretesa di spazio, sintetizzata dall’artista nella lettera a Doris Psenicnik: “La questione dell’identità personale oggi non è più chi sono? Bensì piuttosto dove sono?...l’identità di genere è prodotta dallo spazio che gli esseri umani si creano per potervi esistere.” (Vienna, 8 marzo 2000, B. J.).
Francesca Woodman sembra porsi le stesse domande. Nei suoi autoscatti la  figura è costantemente in rapporto con uno spazio.
Quasi sempre si tratta dell’ambiente domestico, proprio quel  luogo destinato alla donna ma qualcosa è cambiato.  
Il rassicurante interno borghese è distrutto.   
Non c’è più nulla di riconoscibile. E’ una casa decadente, dove tra i resti si aggira una figura femminile nuda, che finalmente è uscita fuori e adesso liberata 'si esplora'.  
Dialoga con quel vuoto, fino a condividere la sua intimità. Si spoglia nel silenzio di una stanza per materializzare il suo regno interiore.
All’inizio sono esterni a Boulder ma presto diventano ossessivamente desolati interni a Providence, Roma e New York.
Il corpo appare e scompare, si fa parete è ombra sulle doghe del pavimento, si riflette negli specchi, il suo operare è continuo e non può fermarsi.
Trasforma la banalità del quotidiano in enigma improvviso, giocando con gli oggetti che trova per caso o per voluta collocazione.
Muovendosi in uno stato di dormiveglia, la sua figura oscilla tra la dimensione reale e quella del sogno.
E’ così che ci lascia i suoi messaggi.
Quindi non si tratta di rivendicare uno spazio solo fisico ma soprattutto psichico, uscire da certe imposizioni mentali. Abbattere l’invisibile assedio.
Ed ecco la ricerca mai conclusa del sé attraverso l'autoritratto che conduce all’estraneamento solitario, al confronto continuo con la propria immagine che si clona, sfiorando pericolosamente le calamitanti acque del Narciso.
Distaccarsi da sé mediante un’immagine che fa dell’io un altro.
E’ avviato così il processo della materializzazione dell’Ombra e del Doppio. L’Ombra è il rimosso depositato nell’inconscio.
Il Doppio è l’opposto, l’alter ego fantasma a cui l’artista riesce a dare un’immagine attraverso cui far emergere tutte le emotività nascoste, comprese quelle più negative.
I ritmi vertiginosi, l’iperattivismo, la corsa contro il tempo ci impediscono il contatto con la dimensione interiore, che è anche il contatto con la morte.
Birgit Jürgenssen (1949-2003) una vita breve e Francesca Woodman (1958-1981) una vita brevissima.
Sono gli anni Settanta. La studentessa americana Francesca e l’insegnante austriaca Birgit compiono il loro viaggio artistico in un periodo di cruciali cambiamenti; sono gli anni della contestazione.
A differenza di altre colleghe artiste di matrice femminista, che lanciano provocazioni molto esplicite proponendo scioccanti performance (Angry Woman:Valie Export, Natalia LL, Ana Mendieta, Karen Finley o la francese Orlan), la Jürgenssen non viene contagiata da questa virulenta “cavalcata delle valchirie”, in lei non attecchisce nemmeno l’Azionismo Viennese.
Sceglie una strada autonoma, dai toni più pacati, per mostrare i pregiudizi contro la donna e gli stereotipi sessuali. Mantiene sempre con fermezza un impegno sociale e politico. Il suo lavoro è rigoroso, attento nella tecnica, sottilmente tagliente.
Si esprime ironicamente rielaborando con ingegno i meccanismi dell’immagine pubblicitaria e della moda.
Francesca  è ancora un’adolescente rispetto a Birgit ma in lei è incredibilmente precoce la consapevolezza e la maturità dell’artista che si impone in quel periodo giovanile che invece dovrebbe essere di formazione. Brucia decisamente le tappe.
Ha 13 anni già le è chiaro cosa chiedere alla macchina fotografica, come usarla, quale luce e inquadratura sfruttare.
Entrambe scelgono di raccontarsi tramite la fotografia; medium che agisce sull’immediatezza esecutiva e comunicativa. Riescono ad oltrepassare  quell’attitudine informativa entrando in quella emotiva.
Il Surrealismo per loro diventa un’importante e costante punto di riferimento. Amalgama il tutto con le sue sospensioni enigmatiche, la fusione tra sogno e realtà, la capacità di infinite combinazioni e l’esplorazione nella sconosciuta sfera del rimosso.
Velocemente il corpo diventa il tramite di pensieri e concetti, nuova superficie da sperimentare e sulla quale aprire le vedute interiori.
Per Francesca la fotografia è un vero e proprio linguaggio espressivo.
La confidente che restituisce una testimonianza emotiva della sua vita. “Io vorrei che le mie fotografie potessero ricondensare l’esperienza in piccole immagini complete, nelle quali tutto il mistero della paura o comunque ciò che rimane latente agli occhi dell’osservatore uscisse, come se derivasse dalla sua propria esperienza.” (F.W.)
Ne studia la tecnica, la rende raffinata, nella composizione non lascia nulla al caso; realizza nel tempo un suo diario visivo per confermare la propria identità minacciata nel mondo esterno.
Un lascito davvero unico nel suo genere, perché trasmette una profondità concettuale attraverso la spontaneità tenera e irrequieta dell’adolescenza, ovvero, il limbo temporale in cui l’immagine di Francesca rimarrà sospesa per sempre, nell’impossibilità di diventare adulta.  
Per Birgit è diverso, non utilizza unicamente la fotografia e quando ci lavora diventa più un supporto per fissare un’idea, un’azione. Si traveste, gioca sull’ibridazione donna-animale che si amplifica fino alla messa in scena del rito, evocazione del daimon, una manifestazione fisica dell’anima che infatti può prendere le sembianze di un animale.   
Crea una serie di scarpe-scultura (Schuhwerk) annullando l’aspetto funzionale ed estetico. L’oggetto sembra incubare un gene che lo porta verso una strana, quasi mostruosa evoluzione che lo anima.  Ed ecco tra i meravigliosi esemplari generati, la scarpa incinta o quella con le ali.
In un autoscatto del 1975 la Jürgenssen mostra la schiena con la scritta “Ognuno ha il suo punto di vista” è un voltare le spalle, rifiutare l’opinione comune,  vedere le cose da una diversa prospettiva; anche se il rischio è di essere incompresi e di finire in “Alcune disordinate geometrie interiori”come racconta Francesca nei suoi quaderni fotografici, ma di perdersi vale sempre la pena, altrimenti come faremmo a ritrovarci. 














mercoledì 12 agosto 2020

MEMENTO MORI: "STILL LIFE", di Uberto Pasolini


'STILL LIFE', (2013) di Uberto Pasolini


Signor May, lei è unico
di Maddalena Marinelli

Se la vita dei morti è riposta nel ricordo dei vivi, John May è il perfetto paladino di tale principio. 
Un uomo fuori dal mondo, sospeso all’interno di un’ esistenza che apparentemente può sembrare grigia e squallida ma che nasconde delle qualità umane non comuni.
Un funzionario comunale designato a contattare gli eventuali parenti di persone morte in solitudine.
Ispeziona la casa del defunto in cerca degli effetti personali e prova a coinvolgere, spesso inutilmente, quelle poche persone reperite a partecipare alla cerimonia funebre.
John adotta le persone morte, se ne fa carico emotivamente. 
Per lui non sono solo pratiche da schedare in un archivio.
Fruga nella loro vita per rintracciare familiari o amici e quando non ci riesce organizza il funerale, scrive l’elogio funebre ed è presente alla sepoltura o alla cremazione di ognuno di loro. 
Li accompagna, non li lascia soli nell’ultimo saluto; vuole ridargli quella dignità che in vita non hanno mai avuto. 
Questo insolito ometto va ben oltre le sue mansioni lavorative. 
Preserva l’onore dei morti. Ruba le foto dai fascicoli di tutte quelle persone decedute da sole, senza nessuno che li ricordi, e le raccoglie con cura in un grande album fotografico che sfoglia ogni sera nel suo anonimo appartamento per dare un senso, una storia a ciascun volto estraneo.

Eddie Marsan nel film 'Still life'

John è talmente dentro alla solitudine e alla morte degli altri che ha finito per annientare la sua vita che compare assolutamente insapore ed estremamente solitaria. 
Un uomo senza passato e senza futuro. 
Niente amici, niente amori, niente viaggi, niente shopping, nessun divertimento, nessun vizio.
Sembra negarsi addirittura il gusto del cibo, continuando a nutrirsi esclusivamente di pane tostato e tonno in scatola.
Un giorno viene licenziato, un altro esempio odierno di quanto conti poco la vita di un uomo e con quanta superficialità si possa spazzarla via.
In un ultimo atto di devozione, verso il lavoro a cui ha dedicato tutto se stesso, John non vuole andarsene lasciando in sospeso il caso di Billy Stoke.
Non ci sarà l’ennesima triste cerimonia senza nessuno. 
Il paladino di tutti quelli che muoiono da soli parte per l’ultima missione. 
Decide che riuscirà in ogni modo a trovare qualcuno che sia stato legato all’inquieto Billy Stoke, soprattutto una presunta figlia abbandonata da piccola.
Questa ricerca si trasformerà in un’inaspettata apertura verso il mondo dei vivi e verso l’amore.
'Still life' di Uberto Pasolini

Pur essendo molto diversi, avviene una strana identificazione tra John e Billy, oppure è solo la paura di morire nella solitudine e nell’indifferenza della società a renderci tutti uguali. 
L’irreprensibile John, come posseduto dall’alcolizzato Stoke, si concederà qualche piccola trasgressione.
Vincitore del premio alla regia nella sezione Orizzonti al Festival di Venezia 2013, dal tono gelidamente ovattato e minimale Still life è tutto racchiuso nel volto tra il buffo e il malinconico dell’attore protagonista (per la prima volta nella sua carriera) Eddie Marsan che incarna splendidamente questo contemporaneo antieroe, un po’ fiabesco, che vive invisibilmente e silenziosamente ma riesce a ritagliarsi un posto speciale nel mondo. 
Un piccolo timido 'alieno' con una particolare missione da svolgere.
Si riflette molto laicamente sulla morte, sulla pietas, sulle vite che ogni giorno si spengono nell’ombra ma soprattutto sull’isolamento, sull’importanza dei contatti umani, sull’annichilimento che ci sovrasta senza mai toccare accenti davvero tragici ma stemperando in un umorismo nero, anche se l’opera di Umberto Pasolini sa bene come far leva sull’emotività dello spettatore.

Eddie Marsan in 'Still life' di Uberto Pasolini

Come spiega lo stesso regista molto è stato ricostruito rubando dalla strada, osservando la vita degli altri ma anche da esperienze personali.
Una sintassi semplice ispirata allo stile contemplativo di Ozu ma con inquadrature incisive, mirate a cogliere dettagli che immediatamente restituiscono un ricordo, un’idea, un’emozione, uno stato di abbandono, un gesto d’amore e di speranza.

martedì 7 luglio 2020

'FAVOLACCE', dei fratelli D' Innocenzo


'FAVOLACCE' di Fabio e Damiano D'Innocenzo


E vissero per sempre infelici e scontenti
di Maddalena Marinelli

“In ogni istante della nostra vita abbiamo un piede nella favola e l’altro nell’abisso.” (Paulo Coelho)

C’era una volta un racconto dei racconti scritto sul diario di una bambina trovato casualmente da un uomo.
La storia ci viene tramandata oralmente da una voce che forse sta reinterpretando il tutto come in seguito farà chi, a sua volta, sta ascoltando.
In un ciclo continuo, ogni volta la vicenda cambierà e tornerà attraverso la parola scritta, il racconto orale o il medium televisivo.
I personaggi protranno essere degli sconosciuti, dei nostri vicini di casa o noi stessi.

"Il film è ispirato ad una storia vera, la storia vera è ispirata ad una storia falsa, la storia falsa non è molto ispirata" (voce fuori campo di Favolacce)

Apparentemente sono pagine che descrivono le giornate di un quartiere di provincia che scorrono monotonamente, quasi fuori dal tempo, tra pranzi, cene, feste, varie attività estive.
La vita di alcuni nuclei famigliari che abitano in ordinate villette a schiera.
I protagonisti sono bambini in età preadolescenziale a confronto con genitori in età prebestiale.

Giulia Melillo in 'Favolacce'

Quell’atmosfera favolisticamente sospesa, inizia a tingersi di nero.
Dennis e Alessia devono subire gli scatti di improvvisa violenza del padre Bruno, rabbioso verso tutto e tutti.
Viola è l’unica figlia di una coppia incapace di esternare qualsiasi emozione, tranne la mortificazione per ogni inadeguatezza della ragazzina per il rendimento scolastico o perché non è ancora riuscita a prendersi il morbillo.
L’introverso Geremia vive in un camper insieme ad un padre apparentemente affettuoso ma in realtà ossessionato a plasmare il figlio a sua immagine e somiglianza.
I due sono sempre alle prese con prove di virilità o banali sermoni, su come si affronta la vita, a cui il bambino è costretto a sottostare per emulare le orme paterne.
Intorno a questi tremendi microcosmi famigliari girano altri personaggi dalle esistenze altrettanto catastrofiche come la giovane strafottente Vilma, con quell’ingombrante pancione indesiderato di cui sembra assolutamente inconsapevole o l’apparente innocuo professor Bernardini, con i suoi logorroici sproloqui sullo stato dell’istruzione scolastica e della società odierna.

Ileana D'Ambra in 'Favolacce'

Terribili orrori si celano dietro ogni facciata perbenista.
La violenza sfrontata di Bruno Placido ha la stessa matrice della violenza pacatamente nascosta del terribile 'padre' di Miss Violence. 
Due implacabili carnefici che chiusa la porta di casa scatenano ogni perversione corporale e psicologica sulla propria famiglia.
Favolacce, pur non arrivando ad incesti e pedofilia, è fortemente legato a Miss Violence nell'esprimere una società senza speranza, emotivamente  ed eticamente distrutta, in balia di una dilagante violenza sistematica da infliggere sui più deboli.
Genitori brutali, completamente anaffettivi che scaricano le loro frustrazioni su figli che ormai vedono il mondo circostante come un luogo malsano da annientare o da abbandonare.
Anche nelle cosidette ‘favole classiche’ Hansel e Gretel, Buchettino, Cappuccetto Rosso non è che se la passassero bene da soli contro streghe, orchi e lupi.
Figuriamoci cosa devono affrontare e subire dei bambini in un film che si chiama Favolacce.

“Non esistono fiabe non cruente. Tutte le fiabe provengono dalla profondità del sangue e dell’angoscia.” (Franz Kafka)

Fanciulli braccati da lupi, lasciati soli nell’oscurità del bosco, intrappolati in alte torri da cui nessuno verrà mai a salvarli.
La via d’uscita bisogna cercarsela da soli, seguendo il dolce fatale suono di un diabolico pifferaio che attuerà la sua vendetta.
Niente fatine buone, fortunadraghi o stregoni bianchi pronti a salvarti.
Nessuna bella addormentata si risveglierà.
Il principe azzurro è solo un vigliacco buffone che racconta frottole anche a se stesso.
Rapunzel perderà tutti i suoi capelli.
Dorothy non ci pensa proprio ad andarsene da Oz poiché a casa l’aspetta una famiglia da incubo.
Peter Pan non vuole crescere e gli piacerebbe brutalizzare Trilly.
Alice è caduta nella tana degli orrori di un coniglio nero dai denti aguzzi.

Elio Germano in 'Favolacce'

I fratelli D’ Innocenzo hanno scritto e diretto questo film che ha vinto L’ Orso d'Argento per la migliore sceneggiatura al Festival di Berlino e in Italia il Nastro d'Argento al miglior film confermandosi, dopo il loro primo lungometraggio La terra dell’abbastanza, come autentica nuova promessa del cinema italiano.
Favolacce è senza dubbio un'opera coraggiosa e insolitamente diversa.
Una ricerca registica e una scrittura che sconfinano dal solito sterile piattume in cui il cinema italiano è arenato da troppo tempo per quanto riguarda soprattutto il ricambio generazionale.
I due gemelli registi 'osano', sono menti iperattive, autodidatti appassionati cinefili, plasmati soprattutto attraverso visioni di tantissimo cinema e molte buone letture.
Infatti Favolacce richiama atmosfere e idee dei più grandi maestri del cinema contemporaneo come Lanthimos, Avranas, Haneke, i Coen, nonchè nostrano come Ettore Scola ma in particolar modo Garrone.
Una periferia metafisica che oscilla tra NeoRealismo e Cinema Indipendente Americano con sfumature burtoniane.
La sfida posta ai fratelli D’Innocenzo si fa sempre più interessante e vedremo come saranno in grado di proseguire e di sorprenderci.
Manca ancora una marcatura registica forte e definita.
I rimandi ad altri maestri sono interessanti ma non rielaborati a sufficienza attraverso una personalità autoriale autonoma.
La regia è sempre alla ricerca di inquadrature inusuali, fatte più per giocare o stupire. 
Si avverte ancora la mancanza di un vero controllo formale, di una costruzione visiva omogenea e significante.
In questo registi come Matteo Rovere, Sebastiano Riso, Alice Rohrwacher o Saverio Costanzo si dimostrano più decisi.
Ma i fratelli D’Innocenzo hanno follia, potenziale, entusiasmo e dedizione moltiplicato per due.

Justin Korovkin e Giulia Melillo in 'Favolacce'

In Favolacce si sente un crescente e opprimente stato di malessere che ti si appiccica addosso.
E’ la descrizione (sur)reale di una piccola borghesia dei nostri tempi abbrutita, svuotata di certezze, valori e speranze a cui non è rimasta nemmeno la dignità.
Signori e Signore ‘spregevolmente normali’ che vivono solo per ostentare, apparire e possedere.
Adulti assolutamente indegni di accudire dei bambini, rendendo arido e impossibile qualsiasi terreno futuro per le nuove generazioni.
In questa tragica visione distopica gli innocenti escono di scena e i colpevoli restano illesi.
L’unico innocente sopravvissuto è lasciato nelle mani dello spettatore invitato a  continuarne la storia decidendone le sorti e chissà se non sarà più, o continuerà ad essere una favolaccia.

lunedì 6 luglio 2020

L'ARTISTA MALEDETTO #3: 'LA GRANDE BELLEZZA', di Paolo Sorrentino



LA GRANDE BELLEZZA (2013) di Paolo Sorrentino


L’arte, divina rivelazione
di Maddalena Marinelli

Il volteggio della macchina da presa sul Gianicolo. 
I canti di un coro sacro come fossero le uniche voci rimaste al mondo. 
Salite e discese fino al corpo senza vita di un turista giapponese, stroncato da un infarto dopo aver osservato la grande bellezza del panorama romano.

“A Roma confluiscono tutti i peccati e tutti i vizi per esservi glorificati”.                   (Publio Cornelio Tacito, Storie, ca. 100)

Inizia con un urlo tribale la deca-dance, l’eterna satanica notte da Capodanno dell’anno zero, in cui i poveri sono già spariti nell’abisso, mentre i ricchi ballano ancora sul baratro. 
La nave cola a picco sulle note di A far l’amore comincia tu e il breve flash dell’enorme carcassa della Concordia diventa uno sconfortante e profetico emblema di ammonimento.
Al termine della notte sorge l’alba, torna il silenzio e la città parla attraverso le sue meraviglie. 
Statue, antiche rovine, piazze, ponti, giardini, un sublime godimento estetico. 
Pura bellezza, abluzione che lava via ogni lordura umana dalla vacua vita del sessantacinquenne Gep Gambardella riportandolo ad uno stato di grazia, al tempo della sua giovinezza che rivede in quel mare immaginato sopra il suo letto.
La notte ritorna e il viaggio nei gironi infernali continua in un incessante sovradosaggio di epifanie. 
Sfilate di tragicomiche maschere ensoriane, il boudoir delle iniezioni botox, la venerazione della Santa Suora reliquia vivente, club privè con polacche bioniche, cardinali da prova del cuoco, il signore delle chiavi che può aprire le porte di tutti i palazzi della città. 
Suorine disseminate ovunque nei giardini a rincorrere bambini o incrociate sulle scalinate e nelle strade come segnali mistici per culminare nella figura suprema di Suor Maria.

Isabella Ferrari e Toni Servillo in 'La grande bellezza'

I giovani sono spariti. 
Plausibilmente tutti emigrati all’estero. 
L’unico rappresentante della categoria è considerato un pazzo  asociale che deciderà di abbandonare la vita sotto gli occhi di una madre raffinatamente anaffettiva.
La grande bellezza è trionfo dell’immagine che esalta il vuoto esistenziale.
L’assenza di senso, il ritratto luciferino di una crisi culturale che stiamo vivendo.
Il ticchettio del breve tempo umano che si avvicina alla sua scadenza, contro il sublime tempo immobile del passato che Roma impone ai suoi abitanti ogni giorno.

“Roma è una città singolare. Disconosce i meriti dei suoi abitanti ed è pronta ad apprezzare virtù che non hanno.”
(Giulio Andreotti, Il potere logora... ma è meglio non perderlo, 1990)

Come pesa questo vuoto. 
Ovvero, la sensazione che ci sia una maniacale/arguta ricercatezza estetica e tecnica ma non si riesca ad andare oltre a questo, che in un film come Il Divo era magnificamente efficace ma altrove non può bastare.
Immagini e concetti a raffica come in un grande zapping, facendo leva su facili emozioni. 
Fumo negli occhi color Sorrentino, pregiato ma fugace.

Toni Servillo in 'La grande bellezza'

Intorno al protagonista Toni Servillo, una variegata corte di attori: 
Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, Giorgio Pasotti, Luca Marinelli, Serena Grandi, Isabella Ferrari, Massimo Popolizio, Roberto Herlitzka, Serena Grandi, Massimo De Francovich e una fantasmatica Fanny Ardant. 
Paolo Sorrentino per il rito di questo grande bunga bunga, fa sfilare tutti i rappresentanti del teatro e del cinema italiano nel doppio ruolo di maschere e di se stessi, perché questa gomorra-dance è assolutamente reale ricalcante i festini di Arcore o i toga-party di Fiorito.
Un itinerario malinconico e incantato che prosegue la riflessione su questi ‘strani giorni’ che il nostro Paese sta vivendo. 
Quella perturbata sospensione disumanizzante che echeggia in Bella Addormentata di Bellocchio e traspare in Reality di Garrone, nel pescivendolo Luciano che sceglie di abbandonare e distruggere la sua vita reale per imbambolarsi in una perpetua finzione del Grande Fratello.
Le immagini così (pre)potenti e dogmatiche, di luoghi, opere d’arte e architetture della città eterna ricordano un altro straordinario decadente tragitto umano: Il ventre dell’architetto di Peter Greenaway, un’opera dall’ odore di morte più intenso e con molti aristocratici banchetti di combriccole ciniche e amorali, simili a quelle ritratte da Sorrentino.
La grande bellezza ha come perno l’arte. 
L’arte ci salva o ci distrugge? L’arte è solo una consolazione? 
La vita senza arte sarebbe insostenibile devastazione? 
L’arte ci fa scoprire la verità per poi renderci impossibile la convivenza con il reale?
L’abulico Gep Gambardella ha rinunciato alla sua arte ottenendo solo morte culturale, emotiva e spirituale.
Dalla pura magnificenza visiva del nostro patrimonio artistico, l’occhio si sposta su opere di artisti contemporanei come Simone Bergantini per capitombolare verso una deprimente immagine dell’artista odierno, finendo ad un’arte contemporanea che ne esce come grottesco sfacelo. 
Sono un po’ troppi gli episodi d’arte pagliaccesca.

Iaia Forte in 'La grande bellezza'

Una strafatta performer che dà capocciate all’acquedotto romano; la sagoma di lame ottenuta in estemporanea dall’esibizione di un lanciatore di coltelli; una bambina colorista indemoniata costretta dai genitori ad esibirsi come fenomeno artistico dell’ultima ora.
Infine, piccolo mea culpa di Sorrentino e davanti all’installazione fotografica dell’artista che si è fatto autoscatti ogni giorno della sua vita, improvvisamente, si genera una commossa contemplazione.