venerdì 19 agosto 2022

MEMENTO MORI #3: 'ALPS', di Yorgos Lanthimos


ALPS (2011) di Yorgos Lanthimos


Sostituire i defunti
di Maddalena Marinelli

Problemi ad accettare la morte di un congiunto?
In tempo di crisi, se il lavoro non c’è te lo devi  inventare. 
Ed è così che nascono nuove figure professionali affini alle esigenze dell’odierna società.
Il gruppo degli ‘Alps’ è formato da un paramedico, un'infermiera, una ginnasta e un allenatore che si offrono come 'sostituti', dei congiunti dipartiti, per aiutare  ad affrontare e superare un lutto.
Si chiamano Alpi perché: “Le Alpi non possono essere sostituite da altre montagne ma possono sostituire tutte le altre”.
Per qualche ora a settimana gli Alps riempiono quel vuoto creato dalla perdita di un marito, di una figlia, di una madre.
Indossano gli abiti del defunto, usano i suoi oggetti, ne ripetono le abitudini e pronunciano le sue tipiche frasi.

Aris Servetalis in 'Alps' di Yorgos Lanthimos

Tutto questo per un lauto compenso e vincolati ad un ferreo regolamento, a cui il leader del gruppo (il grande castigatore) si attiene con massimo rigore; soprattutto quando si tratta di passare ad atti punitivi per riportare l’ordine nel collettivo.
In questa grottesca messa in scena, ben presto i confini tra finzione e realtà diventeranno molto labili e il rischio di perdere e annientare la propria identità, per un’altra vita più intrigante, sarà una dolce caduta nell’alienazione con aspri risvegli.
I dubbi si moltiplicano in un gioco a scatole cinesi.
Anche nel rapporto tra i quattro membri degli Alps ci sarà finzione o realtà?
Siamo reali o siamo tutti simulacri?
Ci assegniamo dei ruoli a vicenda e interpretiamo una messa in scena che replichiamo giorno dopo giorno nell’impossibilità di interrompere una catena di finzioni.
Essere qualcun altro, nessuno e centomila.
Fuggire dal proprio destino. Beffare la vita che c'è stata assegnata.
Cancellarsi, per prendere il posto di un’altra persona.
Avere  la possibilità di scegliere un’esistenza migliore della propria.

Ariane Labed in 'Alps' di Yorgos Lanthimos

Lanthimos, in questo suo terzo lungometraggio, continua la sua accattivante esplorazione nel malessere dell’uomo contemporaneo attraverso la costituzione di una sadica realtà ‘altra’.
In Alps si affronta l’incapacità di accettare la morte, il nascondersi dietro una maschera, l’inappagatezza della propria vita.
Una società arida e infelice che per sentirsi viva abbraccia un ideale di crudeltà. 
Nel cinema di Lanthimos la realtà viene riformulata attraverso concetti e regole spietate, nell’intento di ristabilire 'un ordine delle cose', spazzando via ogni tipo di pulsione umana e annullando ogni individualità.

'Solaris' (1972) di Andrej Tarkovskij

Prendere sembianze e abitudini di una persona che non esiste più.
Per la religione è reincarnazione per la scienza è clonazione oppure intelligenza artificiale.
Il surrogato si può rivelare migliore dell’originale oppure una sua copia oscura e perversa.
La vicinanza al misterioso oceano gelatinoso del pianeta Solaris fa materializzare degli ‘ospiti’, copie non umane ma perfettamente somiglianti a cari estinti che vivono nei ricordi dei membri dell’equipaggio della stazione spaziale orbitante intorno al pianeta extrasolare.
Gli ‘ospiti’, apparentemente innocui, sono perturbanti proiezioni di colpe e traumi dell'inconscio e condurranno gli umani alla perdita della ragione.
L'ignoto che ci divora e ci trasforma.

'Birth' (2004) di Jonathan Glazer

In Birth un bambino si presenta in una ricca casa borghese a cospetto di Anna affermando di essere Sean, ovvero il defunto marito della donna, morto ormai da dieci anni. 
Ovviamente nessuno gli crede ma il dubbio comincia pericolosamente ad insinuarsi in Anna, per via dei numerosi dettagli relativi alla sua vita coniugale che l’inquietante ragazzino conosce alla perfezione. 
Che sia davvero la reincarnazione del defunto Sean?
Quali sono i limiti etici che siamo disposti ad oltrepassare per riprenderci un amore perduto?
Non sempre un sostituto è portatore di disgrazie e malefici. 

'Sommersby' (1993) di Jon Amiel

In
Sommersby l'insegnante Horace Townsend decide di prendere le sembianze del defunto Jack Sommersby  con cui aveva condiviso una cella per quattro anni, riuscendo a conoscere tutto della sua vita.
Si aggiunge un'incredibile somiglianza fisica che convince l'uomo ad andare avanti con questo piano ardito che incredibilmente funziona.
Il sostituto Horace è più umano, più colto, più amabile.
Dimostra di essere un uomo migliore dell’originale Sommersby in famiglia e nei rapporti col villaggio.
Un nuovo inizio per tutti ma il destino deve giocare ancora le sue carte.
Vantaggi e svantaggi del rinunciare alla propria identità.

'Under the skin' (2013) di Jonathan Glazer

Un classico: l’alieno che si impossessa di un corpo umano annientando l’identità del malcapitato, con lo scopo di resettare il pianeta Terra da ogni male e popolarlo di una razza extraterrestre più lungimirante.
Estirpare quella piaga chiamata uomo, oppure sfruttarlo come una sorta di risorsa energetica.
In Under the skin esseri alieni sostituiscono esseri umani per adescare altri essere umani con lo scopo di sciogliere i loro corpi in uno strano liquido corrosivo col fine di alimentare macchinari alieni. 
Fingere di essere qualcos’altro ti può far credere o desiderare di esserlo davvero. 
Così anche l’alieno più asettico a contatto con la sfera emotiva umana può rimanere 'incastrato', irrimediabilmente sedotto da un turbinio di sentimenti sconosciuti.
Quando l’extraterrestre, ormai vulnerabile, proverà ad integrarsi con l’umanità troverà solo dolore, rifiuto e morte pagando a caro prezzo la scelta di aver tradito la sua razza per rimanere un 'subentrante' con l'illusione di vivere ed amare come un umano.
Il clone, ovvero, la copia perfetta.

'Womb' (2010) di Benedek Fliegauf

In Womb Rebecca non accetta la morte del suo amato Tommy e decide di rivolgersi ad un istituto di replicazione genetica, dove si fa trapiantare nell'utero un clone del fidanzato defunto.
Inseguire il sogno di una storia d'amore fino alla fine del mondo, oltre il limite umano.
Il vano tentativo di sfidare la natura o il divino nel riportare indietro qualcuno dal regno dei morti.
Un atto di estremo amore ma al contempo egoista e distorto.
La scienza, se può riprodurre Tommy, non potrà mai riprodurre la  storia d'amore tra Tommy e Rebecca. 
La donna dovrà confrontarsi con le complesse implicazioni della sua scellerata decisione.

'Alien Resurrection' (1997) di Jean-Pierre Jeunet

Anno 2379. Ellen Ripley, ormai morta da 200 anni, viene clonata con lo scopo di recuperare l’embrione di xenomorfo dal suo torace, per riprodurre alieni in larga scala a scopi bellici.
La nuova Ripley (numero 8) ritrova ricordi ed emozioni umane del suo originale ma ha acquisito alcune delle incredibili caratteristiche del terrificante xenomorfo: una forza sovraumana, un'elevata velocità e il sangue corrosivo.
In lei prevarrà l’umanità oppure questo nuovo perverso istinto omicida/predatorio?
Dopo la solita mattanza provocata da chi ancora non ha capito che non si gioca con xenomorfo, regina xenomorfa e prole varia, il clone di Ripley e l’androide Annalee Call sono le uniche sopravvissute dirette sul pianeta Terra; incerte sul loro futuro da possibili 
emarginate poichè 'diverse'.
Entrambe copie umane perfette in tutte le fattezze fisiche ma intimorite nell'essere scoperte, perseguitate e imprigionate per la loro celata origine artificiale.
Un sostituto può essere sfruttato ed eliminato senza troppi scrupoli o rimorsi come copia non conforme all'originale.

domenica 19 giugno 2022

LA GENITRICE PSICOTICA #4 : ‘LA PIANISTA’, di Michael Haneke

 

 
L’impossibilità di amare genera mostri

di Maddalena Marinelli

 

“Sapeva che quella era la sua maledizione e la sua condanna, ma proprio per questo, forse, non trovava la forza di staccarsene. E nessuno a bordo scorgeva il mostro, tranne lui.” (Dino Buzzati)
 
Erika Kohut si aggira furtivamente all’interno di un centro commerciale guardandosi intorno, infastidita dalla folla di persone che passandole accanto la sfiorano, la urtano.
Ma cosa ci fa la sofisticata, l’irreprensibile professoressa Kohut in un luogo per lei così proletario e inappropiato?
Si dirige all’interno di un peep-show, acquista dei gettoni e, sotto lo guardo incredulo ma allo stesso tempo incuriosito di fruitori abitudinari, entra in una cabina per guardare film pornografici di ogni tipo.
La vita di Erika è scandita da intere giornate dedicate all’insegnamento, esibizioni al piano in facoltose abitazioni private, serate passate a casa con una madre nevrotica che ossessivamente la perquisisce, la controlla e la tormenta.
La pianista disprezza la madre ma non riesce a farsi una vita lontano da lei.
In questa routine, in cui è intrappolata da sempre, la donna si ritaglia degli sfoghi, dei ‘piaceri speciali’. 
Allontanandosi dagli ambienti borghesi s’immerge nelle penombre di luoghi periferici e malfamati spiando coppie che consumano amplessi in vetture parcheggiate in drive in.

Isabelle Huppert in 'La pianista' di M. Haneke

Per sentirsi appagata deve punire e punirsi.
La sera chiusa in bagno procede con pratiche di autolesionismo riportata alla sua frustrante esistenza dalla voce della madre che la chiama per la cena.
Come prova di autocontrollo si nega il pieno raggiungimento del piacere.
E’ una donna profondamente sola che non ha mai condiviso la sessualità con qualcun altro.
Non è chiaro se sia un’ autentica slave o si sia convinta che il rapporto sessuale debba consumarsi necessariamente attraverso certe pratiche e modalità estreme per via dell’ assuefazione ai video pornografici, suo unico approccio alla sfera erotica.
Lei stessa pensa di essere priva di sentimenti e che mai questi prevarranno sul suo raziocinio.
L’algida bellezza e il talento pianistico di Erika attraggono il giovane Walter Klemmer.
La glaciale professoressa gli sfugge, gli è ostile e per il ragazzo diventa ancora più eccitante conquistarla.

Isabelle Huppert e Benoit Magimel in 'La pianista'

La donna cede alla passione pensando di aver finalmente trovato il partner per realizzare tutte le sue perverse fantasie di dominio e sottomissione.
I tentativi di imporre le sue regole sadomasochiste al suo giovane allievo, finiranno solo per umiliarla e devastarla.
Lui si dimostrerà spietato nel spezzarla, giustificandosi dicendo che è stata lei a 'contagiarlo' con le sue depravazioni.
Non comprenderà le problematicità psichiche e la fragilità della donna, considerandola una frigida pervertita da schiacciare.
Walter è un autentico brutale borghese retrivo, privo di empatia.
Perfetto esemplare in erba di quella buona società che dietro uno strato superficiale ‘perbene’ cela le peggiori nefandezze.
L’ ingenuità di Erika, che si trasformerà in un errore fatale, è nel dare per scontato che Walter comprenda, accetti senza remore i suoi ‘desideri particolari’, mentre lui ne rimane sconvolto, poi li asseconda, alla fine inorridito e frustrato li travisa in autentica violenza.
Tratto dal romanzo di Elfriede Jelinek e vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2001 La pianista è un film che vuole scavare nel torbido nascosto sotto la finzione borghese. 
Una storia d’amore insana e impossibile.
Tramite un contorto ma splendido personaggio femminile, interpretato magistralmente da Isabelle Huppert, entriamo negli anfratti più oscuri dei rapporti umani, di traumi mai curati, di vite fasulle che occultano scabrosi segreti.

Isabelle Huppert e Annie Girardot in 'La pianista'

Erika è una donna manipolata da una madre che, per proteggerla dai pericoli del mondo esterno attraverso possessività, controllo, paura, senso di colpa, ha determinato un forte disagio mentale nella figlia, impossibilitata a vivere un rapporto sentimentale e sessuale sano.
Nella buona società la professoressa Kouth è un eccellente pianista e una rinomata docente al Conservatorio di Vienna ma appena si confronta con l’amore il suo mondo e la sua psiche vanno in pezzi. 
Una vita affettiva non può essere controllata o incasellata in quello schema sessuale sadomasochistico, in quella proiezione distorta che per tanti anni ha elaborato nella sua mente senza alcun riscontro reale.
L’amore gli è così vicino ma per lei è inafferrabile, così degenera in qualcosa di maligno.


'La pianista' di Michael Haneke

La solitudine, la sofferenza, la frustrazione, la rabbia della pianista convergono in gesti immaturi e criminali.
Un punto di non ritorno, se non si interviene con cure psichiatriche adeguate. Chi è stato vittima di abusi tende a  riprodurli su se stesso e sugli altri, questo è il suo modo di stare al mondo.

Isabelle Huppert, Annie Girardot e Benoit Magimel in 'La pianista'

Il cinema di Haneke ci mostra la natura umana nella sua 'diversità'.
Scava a fondo nella psiche, vuole tracciare e analizzare le radici del male nel nostro vivere quotidiano in cui, quasi senza rendercene conto, rilasciamo granelli che poi sedimentano in razzismo, perversione, violenza, ossessione, scelleratezza, corrompendo le generazioni a venire.
Il tramonto e l’autodisfacimento della classe media occidentale.
Quell’orrido che si nasconde dietro il moralismo borghese che Haneke scova attraverso una regia chirurgica, capace di evocare un orrore psicologico e mostrare un orrore fisico.
Una crudeltà disturbante senza concessioni che si prende tutto il tempo necessario per rivelarsi nella sua imponenza, impossibile da arginare.
I figli, i giovani sono annichiliti; frutti marci derivati dagli errori e dall’anaffettività dei padri.
La violenza è la risposta a questa desolazione affettiva che si cerca di riempire con il consumismo.

Isabelle Huppert e Benoit Magimel in 'La pianista'

In La pianista Haneke allinea alla crudeltà e alla glacialità della narrazione registica una concessione speciale, un tocco sensibile che si avverte sul personaggio di Erika ‘cuore d’inverno pulsante’ di questa opera filmica profondamente intima e toccante in tutte le sue note vivide, dure, patetiche, estreme e carnali.


Emblematica l'inquadratura in cui Erika stesa a terra tende la mano a Walter e allo stesso tempo verso lo spettatore in un'ultima richiesta di comprensione e di amore. 
Stremata, ormai sopraffatta da quei sentimenti che hanno preso dominio su mente e corpo come un morbo letale ma per lei impossibili da vivere e condividere come tutti gli altri.


sabato 7 maggio 2022

‘THE NORTHMAN’, di Robert Eggers

 

THE NORTHMAN

L’ orrenda natura umana

di Maddalena Marinelli

Anno Domini 895. Paesi Scandinavi. Epoca Vichinga.

Un mondo brutale ricolmo di riti e superstizioni altrettanto atroci.
Il rapporto con la natura è totalizzante, nel creato si leggono i segni del divino e ci si identifica nella bestia feroce per potenziarsi durante la battaglia.
Predomina l’ossessione, la completa dipendenza al culto per controllare l’incontrollabile. 
Nell'entità divina si concentra tutto il bene e tutto il male.
I guerrieri, invasati da allucinogeni preparati da sciamani, assumono posture ricurve ed emettono versi ed urla lancinanti, mentre straziano con ferocia le carni del nemico.
Un regno di puro orrore. 
Non si tratta solo di uccidere. 
Aggressori, torturatori, carnefici; l’estrema esaltazione della crudeltà.
Il vivere quotidiano è un susseguirsi di guerre, saccheggi, schiavismo, rituali con sacrifici umani.
Il potere del corpo e del sangue nel rito, in battaglia, nella discendenza.
Il corpo più forte tiranneggia, il corpo dello schiavo appartiene ad un padrone, il corpo sacrificato salvifica la comunità.
Attraverso il sangue avviene una trasmissione di forza e di sapere, un' unione indissolubile e una continuità nel tempo

Ethan Hawke in 'The Northman'

<..Una civiltà ricca e complessa, fatta di arte meravigliosa, fusione culturale e religiosa, tecniche evolute, costumi elaborati e codici di onore e giustizia. Ma era anche una cultura di estrema violenza e sottomissione, in cui gli orribili cicli di vendetta non conoscevano fine…>  (R. Eggers)
Gli uomini del Nord trucidano la popolazione dei villaggi, depredano tutti i beni e il bestiame, schiavizzano i bambini e le donne, commettono stupri ed infanticidi secondo le usanze belliche.
La vita del piccolo principe Amleth viene sconvolta da un tradimento: l’uccisione del padre, il re Aurvandill, per mano dello zio Fjölnir.
Amleth fugge lontano giurando a se stesso di vendicare il padre, salvare la madre e uccidere lo zio.
Anni dopo si fa chiamare Úlfur Björn (orso-lupo) ed è diventato un ‘berserkr’ (feroce guerriero scandinavo invasato dallo spirito di Odino) brutale razziatore di villaggi.

Bjork in 'The Northman'

Sarà l’incontro con una veggente slava a ricordargli il suo voto; a risvegliare l’ambita vendetta che lo condurrà, sotto le mentite spoglie di schiavo, nell’accampamento di Fjölnir per compiere il suo destino.
Per questo 'percorso dell'eroe' Eggers trae spunto sia dall’opera di Saxo Grammaticus, sia da quella più celebre di Shakespeare ma insieme allo sceneggiatore Sjón rielabora, stravolge, s’impossessa del personaggio Amleto elaborando un nuovo punto di vista, in cui il senso di vendetta acquisisce fattezze molto più perturbanti.
Così Amleto non ha una mente contorta; Gertrude non è madre e moglie devota; Ofelia non morirà pazza ed annegata; lo zio fratricida non ha tutti i torti.
'The Northman' di Robert Eggers

I personaggi femminili di The Northman sono centrali; cambiano il presente e determinano il futuro.
Donne solo in apparenza sottomesse, muovono i fili della vicenda come le Norne tessono l'arazzo del destino ai piedi di Yggdrasill, l’albero cosmico.
Amleth con la sua vendetta è solo un tramite.
Sarà il suo operato a determinare la stirpe del ‘Re fanciulla’, ovvero il passaggio del potere reale al femmineo.
Un travolgente revenge movie in cui sulla tragedia prevale un’epica che riempie gli occhi di meravigliose epifanie.
Il magico non è mai esplicito ma solo suggerito; forse proiezione di uno stato d’animo; forse autosuggestione.
Questo mistico altrove esiste davvero, oppure è solo nella mente dei protagonisti?
'The Northman' di Robert Eggers

Come nei precedenti  The Witch e The Lighthouse c’è la visione di un mondo arcaico spietato, un inferno terreno senza alcuna speranza, in cui i dannati marciano soli e smarriti nel buio alla ricerca di una luce che può rivelarsi ingannatrice, spingendo ancora di più in fondo al baratro.
La famiglia come in The Witch anche in The Northman è una fossa di serpenti. Sangue del tuo sangue che ferisce, tradisce ed abbandona.
La storia destinata a ripetersi. 
L’ostinata esplorazione di un passato che, in un cerchio senza inizio né fine, può essere considerato un futuro della disumanità. 
Un post apocalittico in cui l’uomo ritorna ad uno stato primordiale in cui il credo religioso, l' incontro con il divino, determina e giustifica ogni azione anche quella più ignobile. 
Un tempo ciclico in cui l'umanità ricalca sempre gli stessi orrori.
Eggers indaga sull’ancestrale, sul magico, sul sacrale.

Nicole Kidman in 'The Northman'

Il suo cinema è evocatore di demoni e streghe, antiche divinità marine, miti norreni.
Un male, di dubbia provenienza, che seduce e corrompe l’uomo.
In The Northman  Eggers realizza il suo personale blockbuster per il grande pubblico mantenendo, quasi intatti, tutti i suoi stilemi e confermando la sua grande personalità registica e autoriale.
Una ricostruzione storica accuratissima.
Si viene trasportati all’interno della visione attraverso carrellate laterali, piani sequenza mozzafiato, come quello dell'assalto al villagio, e primi piani su volti spiritati e corpi martoriati.
< La telecamera in continuo movimento è pensata per essere ipnotica e coinvolgente. Le riprese lunghe e dense, che immergono lo spettatore nella cultura di quell’epoca antica e al contempo raccontano la storia, hanno richiesto un'immensa disciplina e una totale collaborazione.> (R. Eggers)

'The Northman' di Robert Eggers

Come sempre viene data massima importanza alla fotografia che alterna una fredda desaturazione che rende l’immagine immobile, fissa come un’incisione con notturni color argento e un caldo chiaroscuro dalla resa fortemente pittorica.
La musica ti stordisce, ti comprime sulla poltrona è deflagrante con i suoi boati, i canti vichinghi, il lontano richiamo di corni e tamburi,

Alexander Skarsgard  e  Anya Taylor-Joy in 'The Northman'

The Northman è un’esperienza immersiva all’interno di un grande rito iniziatico oscuro e primordiale da assimilare, rigorosamente, nella condivisione della sala per celebrare il ritorno del pubblico al cinema dopo questo lungo e terribile periodo di chiusure e ristrettezze a causa della pandemia.
Ti perdi nella liricità della natura, ne assorbi l'energia e ne subisci la perfidia.
Un viaggio allucinante, sospeso tra le porte di Hel e il Valhalla.




mercoledì 20 aprile 2022

'SPENCER', di Pablo Larrain

 

SPENCER

La principessa incantata

di Maddalena Marinelli

Sotto un cielo plumbeo un commando arriva presso una maestosa residenza isolata.
In apparenza sembra di essere in uno stato di guerra, nel momento in cui un reparto speciale giunge nella riservatissima roccaforte di un leader politico.
Invece si tratta dei preparativi per le festività natalizie, lo  squadrone militare scorta le cibarie che serviranno ai cuochi per preparare i pasti.
Presto arriveranno tutti i membri della famiglia Windsor: il principe Carlo con i figli William ed Harry, la regina Elisabetta con il consorte Filippo e tutti gli annessi alla British Royal Family.
Manca solo lei. La mina vagante.
L’irrequieta principessa triste.
La tanto discussa Diana Spencer.
Sua altezza reale lungo la strada si perde, sembra disorientata: <Dove sono?>
Ormai il divorzio da Carlo è imminente, l’altra donna del futuro re è svelata, la stampa è sempre più ingorda di ottenere dichiarazioni scabrose e dettagli piccanti sulla crisi coniugale dei futuri sovrani.
Ad un punto di svolta della sua vita una Lady Diana confusa e infelice, tra continui ritardi e attacchi di bulimia, si prepara ad affrontare tre giorni infernali nella spettrale Sandringham House.
Sarà sotto gli occhi indagatori di tutti. 
Loro sanno tutto.
Dovrà sottostare ad ogni regola di corte perché: <Nessuno è al di sopra delle tradizioni>.  

Kristen Stewart in 'Spencer' di Pablo Larrain

L’antica magione attende Diana per avvolgerla in un tetro torpore popolato da terribili incubi, inquietanti apparizioni, continui presagi di morte.
La bambola spezza i suoi fili, si strappa i vestiti, vuole essere vera.
Sovvertire. Disubbidire. Infrangere ogni etichetta perchè tutto è sbagliato, tutto è passato, quindi bisogna fuggire da questo 'loop temporale'. 
Basta sfilare davanti al popolo come un manichino, basta reprimere ogni emozione, basta sorridere a comando.
A poca distanza, in antitesi, la tenuta Spencer in stato di abbandono, il luogo sicuro di un’infanzia da ridestare, una parte perduta di se stessa da ritrovare attraverso un disperato, utopistico tentativo di riavvolgere il nastro per ricominciare da capo la propria vita con scelte diverse.
Quella bambina felice non esiste più. Il posto delle fragole è marcito.
Va affrontata la realtà: l'umiliazione, il tradimento, il divorzio, lo scandalo, lo sdegno della regina madre.
Dopo la grande inquisizione sarà rogo o perdono?
Chi mangia, chi caccia e chi scappa.
Continui, ripetuti tentativi di fuga; un’ evasione da quella gabbia dorata che attanaglia in un perenne passato.
Quel 31 Agosto del 1997 fu proprio fuggendo che la principessa incontrò la morte, entrando per sempre nel mito. Omicidio o incidente?
Sandringham House  è un luogo stregato in cui < C' è solo un tempo. Il passato e il presente sono la stessa cosa e il futuro non esiste>.
Parole di un intenso sapore profetico. Diana infatti non avrà mai un futuro.

'Spencer' di Pablo Larrain

Larrain ritrae lo stato d’animo di Lady D, in quei tre giorni passati a Sandringham House per le festività natalizie del 1991, con quel velo di consapevolezza di tutto quello che in futuro accadrà.
La fine della favola della principessa del Galles è tristemente nota a tutti.
In Spencer il regista cileno immagina un continuo ‘stato d’assedio’ intorno alla figura di Diana che sembra sfiorare la follia.
In perenne allerta la donna sfila in un museo delle cere in cui viene spiata, giudicata probabilmente già condannata.
Quella collana di perle donatagli dal marito Carlo, che ne ha regalato un’altra identica a Camilla, stringe come un cappio intorno al collo, pare stia sul punto di strozzarla.
Larrain in questo psycho-horror fa continuamente perdere le coordinate, tinge tutto di ombre, spettri, opprimenti figure, orrorifici  sillogismi.
Lady Diana a Sandringham House sembra perdere il lume della ragione come Jack Torrence all’ Overlook Hotel.

'Spencer' di Pablo Larrain

Nelle stanze, lungo i corridoi i vivi si confondono con i morti.
Appare addirittura una celebre antenata della famiglia Spencer: Anna Bolena che, una volta incastrata, fu fatta decapitare dal marito Enrico VIII per poter sposare Jane Seymour.
Monito di un destino infelice. Una maledizione di famiglia. Diana come Anna?
Tutto il film è una proiezione di uno stato di alterazione mentale della principessa del Galles stanca di fingere una vita perfetta.
Rompere gli schemi. Uscire dalla bolla. Volare via.
La strada adesso è chiara davanti a lei.

mercoledì 26 gennaio 2022

'È STATA LA MANO DI DIO', di Paolo Sorrentino

 

E' STATA LA MANO DI DIO di Paolo Sorrentino


Vedi Napoli e poi vivi
 di Maddalena Marinelli

“A Napoli ognuno vive in una inebriata dimenticanza di sé. Accade lo stesso anche per me. Mi riconosco appena e mi sembra di essere del tutto un altro uomo. Ieri pensavo: O eri folle prima, o lo sei adesso” (J. W.Goethe)
 
L' abbraccio del piano sequenza su Partenope che si adagia sul golfo.
O’ tiempo a Napoli è irregolare, scorre a modo suo e ti confonde.
Passato, presente e futuro restano sospesi in un limbo incantato.
Anzitutto il passato. L’amarcord di Fabietto Schisa, ovvero l’adolescenza romanzata di Paolo Sorrentino nella Napoli degli anni '80 
In Fabietto c'è anche l'innocenza di un giovane Gep Gambardella destinato alla sensibilità e quella timida inquietudine stralunata dell' Elio di Chiamami col tuo nome che incerto ma audace procede nelle sue esplorazioni.
La famiglia, gli amici, l’amore, i riti di passaggio, l’abbandono; cosa ne sarà di me?
Il carrozzone dei parenti/freaks che sembrano degli allegri burloni ma invece sono tristi, rabbiosi. Sull'orlo della disperazione ognuno nasconde il suo dramma personale, ognuno scannerebbe quello che a tavola gli sta seduto accanto.

Filippo Scotti, Teresa Saponangelo, Marlon Joubert, Toni Servillo in 'E' stata la mano di Dio'

I genitori che quando siamo piccoli vediamo irreprensibili ed eterni e che invece non lo sono.
Possono sbagliare e possono andarsene all’improvviso.
Quando avviene perdi una parte di te e acquisisci una parte di loro, un lascito spirituale.
Non sarai mai più un figlio e ti rimarrà addosso uno smarrimento esistenziale.
Fellini ma forse più Troisi, il mito artistico che si manifesta come nume tutelare e un Capuano molto ‘concreto’ che nella mistica Piscina Mirabilis cazzia Fabietto esortandolo a cercare 'il conflitto' e gli ripete il monito: “Non ti disunire!”; ovvero restare fedele a tutto quello che nel bene e nel male ha fatto parte della sua crescita e trarne forza creativa. 
Non sottrarsi al dolore accettando un facile oblio ma accoglierlo ed elaborarlo altrimenti il Fabio/Paolo, futuro regista, non avrà mai nulla di valido da raccontare.
Maradona, il mito calcistico visto come l’arrivo del Messia che finalmente condurrà il popolo napoletano alla gloria, oltre a determinare la sorte del protagonista.
Panacea di tutti i mali. Maradona fa dimenticare agli Schisa e a tutti i napoletani le amarezze da ingoiare ogni giorno. 
La durezza della vita si dissolve magicamente nel sogno collettivo della vittoria di uno scudetto. E' l'illusione del riscatto, l'evasione da un presente deludente, quel filtro dorato per vedere la vita un po' più bella e concedersi una speranza.
“Maradona ha rappresentato per Napoli qualcosa di molto importante: è stato il riscatto, il vanto della città. Quello che ha fatto lui a Napoli lo hanno fatto solo i Borboni e Masaniello.” (Pino Daniele)
La realtà è scadente quindi si fugge nella superstizione, nel sogno erotico, nella magia del cinema, in un' eterna adolescenza, nel fascino dell'illecito, in un bagno, nella fede calcistica.
Il suo futuro Fabietto ancora non riesce a vederlo o non vuole più vederlo, dopo quel terribile  strappo ricevuto dalla vita.

Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Filippo Scotti in 'E' stata la mano di Dio'

Sorrentino ha voglia di evolvere e per questo nuovo inizio decide di condividere il suo vissuto emotivo, la sua visione impossibile, cercando di limitare gli orpelli tecnici ed estetici e di elaborare con più efficacia i suoi cari riferimenti felliniani.
Tutto questo è considerevole e rappresenta un atto importante per se stesso e per la sua carriera.
Ma Pinocchio non ce la fa proprio ad essere un bambino vero. 
Manca di autenticità anche quando si dichiara autentico.
Difficile mettersi a nudo, difficile liberarsi da un cinema disumano e onanistico, sovraccarico di così tanti e inutili simulacri.
Ed è ancora fumo negli occhi color Sorrentino e tutto sembra così speciale e commovente ma è solo l’illusione di un bravo burattinaio che spernacchia sul pubblico tronfio del suo operato sapientemente fasullo.
Nella ricerca formale non vi è alcun male a patto che ci sia un senso, una profondità celata e in Sorrentino questo accade ad intermittenza.
Sicuramente brillanti concetti ben definiti, perfettamente mirati  a colpire attraverso un’ articolata costruzione visiva.
Con pochi tratti metafisici il regista partenopeo è abilissimo nell’inquadrare un soggetto, una comunità, uno stato sociale, un’epoca avvicendando commedia a tragedia.
Le maschere sorrentiniane rappresentano solitudini, fallimenti esistenziali, pulsioni oscure, follie prorompenti.
Manca un senso di compiutezza. Tutto rimane frammentato e molti di questi frammenti sono superflui.
Picchi e discese. 
Film che funzionano a metà, tante scene ‘eccessive’ spacciate per altissime metafore, dialoghi farciti di frasi ad effetto che riecheggiano come vuote profezie.

Filippo Scotti e Ciro Capano in 'E' stata la mano di Dio'

Ostentazione inflazionata del corpo femminile che continua ad essere riproposto ogni volta attraverso un' attrice designata a scene di nudo integrale.
Ma cos’è questo continuo sbavare davanti ad un bel corpo di donna? 
Una citazione a Tinto Brass? Un omaggio alla commedia sexy all'italiana?
Il contrabbandiere Armando si fa lascivamente lavare nella vasca da bagno dalla procace sorella.
Fabietto desidera la zia e ha il suo primo rapporto sessuale con una donna che potrebbe essere la sua bisnonna. 
Un’altra grande metafora? Perché questo ‘famolo strano’ dal sapore incestuoso, questa inutile sordida scena  quando si poteva concepire altro per creare la scossa che farà uscire fuori dalla stasi del dolore il protagonista. 
Pensare sempre alla visione più improbabile per attirare l’attenzione, disorientare lo spettatore  con l’inaspettato nonsense.
In E' stata la mano di Dio si percepisce tutta l’indecisione tra il seguire una comunicazione visiva più vera o far detonare epifanie.
Si opta per una tediosa alternanza che danneggia soprattutto la seconda parte del film.
Sorrentino è più vero e lungimirante da monaciello dispettoso, quando persevera con l’illusione che quando affronta una narrazione reale, poichè finge anche dicendo la verità.