domenica 15 settembre 2019

LA FINE DEL MONDO #7: Le realtà alternative di Hereditary e Midsommar


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Incubi e nevrosi dell’era contemporanea
di Maddalena Marinelli


“Volenti o nolenti l’abbandono ci introduce, dal primo momento in cui lo subiamo, in una terra desolata che non conoscevamo, ci fa ascoltare un timbro inedito della disperazione e della fatica dell’esistere e del desiderare.” (Emanuele Trevi)

Il rifiuto della maternità, la codipendenza, l’elaborazione di un lutto.
Quel vuoto d’amore da colmare; un’apocalisse affettiva che scava e annichilisce dentro di noi.
Sappiamo davvero chi siamo?
C’è un limite a quello che si può sopportare e una volta superato, cosa siamo capaci di fare?
Odio, rancore, rabbia possono affiorare improvvisamente, senza più nessun controllo.
Il teatro dell’orrore come metafora catartica delle complesse dinamiche dei rapporti umani.
Ari Aster, partendo da un suo vissuto personale, trasmuta in ‘horror movie’ emozioni, scelte, conseguenze che l'essere umano deve affrontare a causa del dolore per un abbandono. 
Esplode la 'dysfunctional family'.
Come in Lanthimos la famiglia non rappresenta un posto sicuro dove trovare accoglienza o sostegno ma è un piccolo inferno perverso; un regno del male che genera distorsioni.
Come in Eggers il nucleo familiare diventa un terreno di guerra in cui non esiste coesione. Ognuno pensa a se stesso, ci si accusa reciprocamente fino al disfacimento.

"Hereditary" (2018) di Ari Aster

In Hereditary i segreti di una famiglia, l’incomunicabilità, l’indesiderata maternità, la perdita innaturale di un figlio, sfociano nella realtà alternativa della setta satanica adoratrice del demone Re Paimon che attende un corpo umano maschile da possedere per essere attivo nel nostro mondo e convertirlo al male.
Una maledizione che segna l’esistenza di una dinastia prescelta, perseguitata da patti demoniaci, morti violente, malattia mentale.
Un male che esorta a farlo entrare o a farlo uscire?
Un male che vuole impossessarsi del nostro corpo umano oppure è già dentro di noi nascosto da molto tempo?

"Midsommar" (2019) di Ari Aster

In Midsommar un insostenibile lutto, un rapporto di coppia ormai logorato,  l' insana dipendenza tra due persone si riversa in Hårga, un immaginario e misterico villaggio della Svezia settentrionale dove si vive a stretto contatto con la natura e la collettività, seguendo arcaiche tradizioni e riti pagani che prevedono senicidio, torture come quella dell’aquila di sangue, riti orgiastici di fertilità e per finire sacrifici umani.
Un mondo difforme in cui azioni considerate proibite e malvagie sono consentite, anzi sono sacre e servono a preservare il bene comune.
In questa ‘fantasia orrorifica’, nel tempio sacrificale avviene la ricerca di una purificazione, di una via d’uscita dalla sofferenza.
La liberazione da rapporti affettivi malati.
Morte o Rinascita? Questo è il filo conduttore del cinema di Ari Aster il nuovo astro nascente, insieme a Jordan Peele e Robert Eggers di un genere horror riportato ad una dimensione e ad una analisi più complessa e stratificata.


Dakota Johnson in "Suspiria" (2018) di Luca Guadagnino

Quest’anno ha dato un grande contributo ed ispirazione, in tal senso, anche il Suspiria di Guadagnino; una grande danza che trasuda speciali umori, un’opera caleindoscopica con molte chiavi di lettura, dove perdersi e ritrovarsi in tutte le mostruosità del passato e del presente.
Le streghe del ‘nuovo’ Suspiria nascondono un' essenza complessa; assumono una posizione politica, migrano in corpi, producono arte, non rappresentano necessariamente il male ma un moto di trasmutazione verso un mondo in cui ciclicamente si alternano creazione e distruzione.
Il bene e il male non occupano mai posti ben definiti ma si sovrappongono, ci ingannano, ci cambiano, mettendo a dura prova il nostro libero arbitrio.
Qualcosa di nuovo si fa strada. Ed ecco l’horror che si eleva a ben oltre il solito  jump scare per farci semplicemente paura o disgustarci con lo splatter.

"L'horror non è solo 'er film de paura', ma una costruzione visuale e visionaria" 
(Michele Soavi)

"Midsommar" di Ari Aster

Ari Aster scende nel nostro vero profondo orrore che diventa un  monito del nostro vivere quotidiano.
Adotta una regia totalmente immersiva in cui trascinare lo spettatore e farlo entrare visceralmente nella vicenda, nell’ atmosfera perturbante che ci rimane addosso anche dopo la fine del film.
Un giovane regista carico di idee, colto ed esteta; amante del dettaglio significante e feticista, delle simbologie, delle piccole inpercettibili sfumature, del disturbante grottesco.
I suoi riferimenti sono molteplici. Nel cuore c’è Bergman al secondo posto Kubrick ma anche Jodorowsky, Polanski e Argento.
Le sue citazioni passano veloci e velate ma assolutamente precise e contestualizzate.
C’è tecnica, padronanza e personalità registica che va oltre il genere trattato.
Un autore col grande talento di riuscire ogni volta a compiere il piccolo miracolo di far precipitare lo spettatore nel buco nero del suo/nostro regno oscuro, creando un fantastico trip collettivo.


"Hereditary" (2018) di Ari Aster

Entriamo nella lugubre casa di Hereditary inalando tutta la sua mestizia. 
Osserviamo le sinistre dinamiche della famiglia Graham. 
Li seguiamo nelle loro azioni quotidiane che si consumano nel solipsismo e in alcune strambe abitudini.
Varchiamo la porta di tutte le oscure stanze che si susseguono, per scovare, in ogni angolo, in ogni minuzia, i macabri segreti che hanno segnato e manipolato la vita di ogni personaggio/fantoccio.
Ci espandiamo nella luce di Midsommar in cui l'orrore e la violenza non si nascondono nell'oscurità ma si compiono in spazi aperti, alla luce del sole per concludersi nel dissolvimento etereo del fuoco che devasta, annienta e depura per aprirsi ad una nuova dimensione di se stessi.


sabato 13 luglio 2019

INGMAR BERGMAN: L'uomo e le sue stanze oscure



Persona o Anima?
di Maddalena Marinelli


Il regista dei turbamenti esistenziali che insinua e non risolve lasciando questa materia detonante sospesa tra due fulcri.
Da una parte il senso della vita retto sulla preservazione dell’amore.
Dall’altra parte la perdita del significato che apre il vuoto dell’anima e alimenta la disperazione, l’impossibilità di controllare gli eventi, l’afflizione per il sogno infranto dalla realtà.

"Luci d' Inverno" (1963) di Ingmar Bergman

Un susseguirsi incalzante di sofferti legami di famiglia, ricerca del divino, crisi artistiche, continue nascite e morti che costellano le storie dei suoi film.
Il cinema di Bergman non dà tregua è un grande affresco cinematografico di tutte le angosce, le paure e i vuoti spirituali dell’uomo del ventesimo secolo.
Oggi riesaminando i suoi film sembra di veder scorrere l’enciclopedia del cinema tanto è stata la sua influenza sulle generazioni successive di cineasti.
Senza allievi in patria ma con tanti sparsi nel mondo. Ha indicato nuove vie.
Allo stesso tempo ci si rende conto dell’assoluta mancanza di empatia con lo spettatore e del suo raggelante distacco col pubblico.
Cinema bellissimo, intenso ma intoccabile e solipsista.
Mantiene le distanze,  l’accesso totale è riservato esclusivamente al suo autore.
Come un bambino viziato Bergman si tiene stretto il suo bel gioco della lanterna magica tutto per sé. 

"Come in uno specchio" (1961) di Ingmar Bergman

In una fusione tra arte e vita era stato risucchiato dalla sua creazione artistica attingendo soggetti per i film dalle sue esperienze personali e vivendo permanentemente dentro un set sull’isola di Faro (isola Bergman) che aveva trasformato nel suo microcosmo familiare/lavorativo: "In realtà, io vivo sempre nel mio sogno, e ogni tanto faccio una visita alla realtà" scrisse nella sua autobiografia Lanterna Magica del 1997.
Un cinema debordante di parola perchè Bergman prima di tutto è drammaturgo, predicatore di parabole umane visceralmente legato al teatro ma anche grande e raffinato scandagliatore del linguaggio cinematografico nonchè sostenitore di quello televisivo.
Col teatro l’affinità elettiva: “Continuerò a lavorare con il teatro finchè saranno obbligati a farmi uscire con i piedi davanti e la testa dietro”.
Il cinema come veicolo su cui possono viaggiare ed essere divulgati i sogni, le visioni, le idee.
La televisione un mezzo penetrante da studiare e con cui tentare nuovi esperimenti.
Nell’arco di più di quarant’anni di carriera un avvicendarsi di mogli, figli, esaurimenti nervosi, problemi fiscali, crisi creative e isolamenti.

"Sinfonia d' Autunno" (1978) di Ingmar Bergman

Nel mentre nascevano, uno dopo l’altro, anche i suoi capolavori come Il settimo sigillo e Il posto delle fragole tra quelli rimasti impressi nella memoria collettiva.
La trilogia del silenzio di Dio formata da Come in uno specchio, Luci d’inverno e Il silenzio. La sperimentazione, il gusto dell’immagine, il film sul film, la lotta interiore tra l’essere e l’apparire ma anche premonizione sull’era dell’incominicabilità in Persona, considerato dallo stesso Bergman il punto massimo a cui poteva arrivare.
Le allucinazioni e il viaggio nell’inconscio in L’ora del lupo che sfiora il genere horror.
La crisi di coppia, il rapporto tra i due sessi nel verbosissimo e interminabile dialogo di Scene da un matrimonio.

"Fanny e Alexander" (1982) di Ingmar Bergman

I sofferti legami di sangue tra madre e figlia in Sinfonia d’Autunno o l’immersione nei ricordi d’infanzia in Fanny e Alexander tra figure reali e ideali della sua vita.
I personaggi sono fantasmi della memoria. La casa di Alexander è la ricostruzione minuziosa della villa di Uppsala dove Bergman trascorse la fanciullezza. Il film in cui immortala più chiaramente l’austera figura paterna che gli creò turbamenti e sofferenze per tutta la vita.

"Il settimo sigillo" (1957) di Ingmar Bergman


“Film come sogni, film come musica. Nessun'arte passa la nostra coscienza come il cinema, che va diretto alle nostre sensazioni, fino nel profondo, nelle stanze scure della nostra anima.” ( Ingmar Bergman)

lunedì 6 maggio 2019

LO SPECCHIO: Il confronto con la metà oscura


L’altrove dell’essere riflesso
di Maddalena Marinelli


Lo specchio è un eccelente evocatore di immagini, lo stargate ideale per entrare in un universo retto da leggi arcane e imprevedibili.
Permette di alterare la normale percezione delle cose provocando quel nostro bisogno oscuro e insistente di 'vedere oltre', perché la limitata sfera del reale non può bastare a fornire risposte esaurienti a tutte le domande.
Lo specchio rassicurante o inquietante? Alleato o nemico? Rivelatore di verità o  del peggiore inganno?
Così quella barriera solida di vetro e metallo si dissolve in perforabile liquido; oltrapassandola s’intraprende un viaggio iniziatico.
Specchio delle mie brame è in te che si nascondono tutte le paure del reame?
Tra mito, favola, leggenda e superstizione le vicende che  lo rendono protagonista sono numerose.
Narciso ne viene ingannato innamorandosi di una creatura inesistente perché non ha la consapevolezza del sé.
Dioniso scopre la dualità dell’io e spaventato lo rompe prima di essere sbranato dai Titani; per Perseo è l’indispensabile alleato con cui distruggere il mostro Medusa.

Illustrazione di John Tenniel per 'Attraverso lo specchio" (1870)

Alice lo attraversa ritrovandosi in un’altra dimensione solo apparentemente simile alla realtà dove continuano le sue avventure nel Paese delle meraviglie.
La strega di Biancaneve lo interroga come un oracolo per avere conferme sulla sua bellezza e sul suo potere.
Archimede lo avrebbe usato addirittura come congegno bellico (specchi ustori) per bruciare le navi romane nell’assedio di Siracusa.
L’Imperatore Giallo dopo lunghe battaglie, scacciò la gente dello specchio che voleva invadere la terra e li condannò a ripetere tutti gli atti degli uomini.
Nel caso servisse è un valido aiuto per smascherare i vampiri e va coperto se avete un morto in casa altrimenti la sua anima potrebbe finirci intrappolata per sempre. 
L’unica cosa proprio da evitare è romperlo, sette anni di disgrazie sono lunghi a passare.

Claude Monet, "Ninfee"1907, Houston, Museum of Fine Arts

Lo specchio 'limbo etereo' apre all’artista la visione dell’alterità e di conseguenza regala allo spettatore dell’opera un inaspettato e spiazzante mutamento di prospettiva sul mondo.
Non è solo un semplice duplicatore ma un 'disvelatore'. Ed è da questo concetto che l’artista è veramente attratto, inoltrandosi nei percorsi della psiche.
Sempre meno specchio di me e sempre più 'altro'.
Il ritorno del rimosso, il desiderio della sua materializzazione.
Aldilà di quella lastra c’è l’ignoto e il pericolo è quello di perdere i confini tra ciò che si ritiene reale e l’irrealtà,  scivolando giù come Narciso.
L’arte è la perfetta esploratrice di questo polo sconosciuto, riesce a dare un’immagine a questa zona d’ombra nell’uomo, permettendo così un confronto meno traumatico con essa.
Monet negli ultimi anni della sua vita ritraeva ossessivamente il riflesso delle ninfee nelle acque dello stagno, come se quello fosse diventato un qualcosa di perduto e inafferrabile del suo passato, delle sue passioni.
L’artista arrivò fino alla follia tentando il suicidio per annegamento.

Edward Burne Jones, "The mirror of Venus", 1875, Lisbona, Museo Calouste Gulbenkian

Nelle opere dei Preraffaelliti l’ebbrezza crudele e spietata della femme fatale di Simbolisti come Moreau, Beardsley o Franz von Stuck , si spegne nella languida figura di fanciulle eteree e glaciali che si specchiano nelle acque.
Vagano con lo sguardo nel vuoto, perdute per sempre nel loro mondo interiore, indifferenti allo scorrere del tempo e al luogo che le ospita.

Giacomo Balla, "Nello specchio", 1902, Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna

Giacomo Balla in Nello specchio si ritrae al centro della composizione con la tavolozza in mano, insieme al letterato Max Vanzi e ai coniugi Prini.
Il gruppo di amici sembra essere in uno stato di agitazione, investito da una specie di vento dalla sconosciuta provenienza e Balla strizza gli occhi come per vedere meglio qualcosa davanti a lui: ha uno sguardo incuriosito e indagatore.
Chissà cosa gli è apparso oltre lo specchio.
Come direbbe Paolini, forse gli siamo apparsi noi spettatori.

Alighiero Boetti, "Specchio cieco"1975, NewYork, collezione Gianfranco Gorgoni
Opera realizzata da Alighiero Boetti a partire da una foto scattata da Gianfranco Gorgoni

Il tema del doppio, quell’entità mancante è stata una costante nel lavoro di Alighiero Boetti o meglio come lui, non a caso, si era ribattezzato Alighiero e Boetti.
Specchio cieco non è un autoscatto ma una foto fatta a Boetti dal fotografo Gianfranco Gorgoni in cui l’artista è davanti ad uno specchio con gli occhi chiusi, in rapporto con se stesso o con il regno dell’arte per riceverne ispirazione.
La realtà si azzittisce ed è la mente a guidare.
Ci esorta a sprofondare in noi stessi nella contemplazione, rifiutare la vita quotidiana e ricercare le verità interiori ascoltando la voce dell’anima.
Lo specchio è il (non)luogo ideale dove si materializza “il doppio” assopito in ogni individuo, l’alter ego inconscio.
All’improvviso non riconoscersi più nel riflesso, perdere il confine.

'Persona' (1966) di Ingmar Bergman

Nel film Persona l’infermiera Alma che dovrebbe assistere l’attrice Elisabeth Vogler chiusa nel suo mutismo, vede lentamente svanire la sua identità, infine annullandosi del tutto e identificandosi con l’attrice.
Il regista Ingmar Bergman mostra le due donne davanti allo specchio, mentre i loro volti si confondono. Il film stesso è uno specchio; l’Io, l’anima, l’inconscio delle protagoniste ma anche, per forza di ciascun spettatore.
La metà oscura cerca una via d’uscita per liberarsi e rivelarsi.

'Il cigno nero" (2010) di Darren Aronofsky

Nina Sayers, nel film Il cigno nero, è una talentuosa ballerina intrappolata in una fragilità psicologica causata da un rapporto morboso con la madre che la considera e la tratta ancora come ‘la sua bambina’ da accudire e dominare.
La ragazza, messa sottopressione a causa del conseguimento del ruolo di protagonista nel celebre balletto Il lago dei cigni, inizia a perdersi nel suo lato oscuro che in scena si materializza proprio nel cigno nero.
L'espressione immediata di ogni impulso. Il risveglio dello ‘spirito malvagio’ che avvera i desideri repressi ed esorcizza le paure. 
Specchiandosi vede, più volte, apparire la sua gemella malvagia nascosta nel suo inconscio/altrove che cerca di prendere il sopravvento fino a ditruggere la parte in luce.
Nina scoprirà tragicamente che non esiste nessuna rivale tra le sue collega ma che la sua unica nemica è se stessa.
Che cosa accadrebbe se una mattina non ci riconoscessimo più nell’immagine allo specchio?
Un mondo in cui non potremmo più fidarci degli specchi.
Nell’infanzia avevo paura di entrare al buio nella camera di mia nonna, perché il mio terrore era quello di vedere riflessa, nei grandi specchi dell’armadio, un’altra immagine invece della mia, anche perché il mondo dall’altra parte dello specchio è associato quasi sempre al male, al demoniaco.

'Noi' (2019) di Jordan Peele

La paura di scoprire il male fuori o dentro di noi?
Sembra proprio che nello specchio-cantina del rimosso, l’uomo vada a riversare tutto quello che non può avere un posto nella realtà come i sosia del film US.
Duplicati degli esseri umani, riprodotti in laboratorio per qualche scopo e poi abbandonati nel sottosuolo. Condannati a vivere un' esistenza incatenata al riflesso dei loro originali.
Per Jordan Peele è anche metafora politica sul conflitto di classe e la disparità sociale. Ribaltare il sistema. Il diverso, il recluso, l’oppresso che cerca la sua affermazione.
Dentro e fuori di 'noi'. L’incubo di un doppio che non è più qualcosa di astratto.
L’ombra si materializza in carne ed ossa e ha deciso di prendere il nostro posto nel mondo.
Quel buio oltre lo specchio oltrepassa il confine per  invadere e prendere il dominio.
I mondi si scambiano, le identità si annullano, i dominatori diventano dominati. 
Adesso dove siamo e chi siamo?

venerdì 5 aprile 2019

LA FINE DEL MONDO #6: "La favorita", di Yorgos Lanthimos


LA FAVORITA di Yorgos Lanthimos


Perversi intrighi di altri tempi
di Maddalena Marinelli

Un mondo spietato e autolesionistico quello di Lanthimos che continua il suo percorso verso un cinema teutonico e distopico dove il dolore fisico e psichico è visione necessaria e la bestialità tra vittime e carnefici è un ciclo in perpetua ripetizione/evoluzione in spazio, tempo e luogo.
Cinema di distruzioni e ricomposizioni. 
Con La Favorita si torna indietro nel tempo; un tuffo in un passato altrettanto devastante e terrificante come il presente di Il sacrificio del cervo sacro e il futuro di Lobster.
L’ennesima ‘camera lanthimosiana delle torture’.
Un’altra sciarada sulla perversità dei giochi di potere.
'Homo homini lupus' è il tormentone del regista greco che questa volta ci conduce nella corte inglese dei primi del Settecento mettendo sotto i riflettori, del suo raccapricciante ring, tre donne.
Il Paese è in guerra con la Francia e la corte è divisa in due fazioni: quella che vorrebbe continuare ad ogni costo l’impresa bellica e quella che vorrebbe interrompere le ostilità.


Rachel Weisz nel film "La Favorita"

Al centro di questo scenario troviamo la regina Anna, una donna assai vulnerabile, afflitta da un perenne stato di sofferenza psicofisica e per questo completamente soggiogata dalla sua favorita Lady Sara Churchill che detiene il potere economico e politico del Paese attraverso un lungo e complesso legame fatto di confidenze, crudeli battibecchi e favori sessuali con sua maestà.
Ad alterare questo equilibrio arriva a corte la giovane Abigail Masham, un' aristocratica declassata a serva che attraverso l'audacia nel conquistare la benevolenza di Sarah, mirerà a soffiargli il posto di favorita della regina.
Inizierà uno spietato gioco al massacro tra le due donne, in un susseguirsi di favori, lusinghe, menzogne, intrighi, veleni.
Entrambe hanno degli obiettivi da conseguire.
Sara vuole il potere per il conseguimento di un bene comune, seppur scegliendo di continuare con la guerra e di aumentare le tasse.
Abigail è una sopravvissuta, vede il potere come un modo per mettere al sicuro se stessa.


"La Favorita" di Yorgos Lanthimos

Una forte virilità femminea ipnotizza e sottomette tutti i personaggi maschili.
Incredibilmente per l’epoca, le donne diventano padrone del proprio destino e delle sorti di un intero Paese.
In questa battaglia al femminile gli uomini rimangono sullo sfondo ad imbellettarsi o a giocare con le anatre, bloccati come burattini in attesa che qualcuno venga a muovererne i fili.
Il gentil sesso posto al potere non si comporterà molto diversamente dagli uomini; ne ricalcherà le stesse empietà aggiungendone di nuove.
Si consuma un altro rituale sulle miserie morali della nostra società.
Le nefandezze del passato rimangono nel presente e ritornano nel futuro in un girone infernale difficile da interrompere.
Lanthimos, lavorando sulla caratterizzazione psicologica, analizza e ricrea l’ingranaggio che sostiene la perversità umana.
La sopravvivenza e le ardue scelte che ne conseguono è l'altro cardine del  cinema apocalittico del regista greco.
L'essere umano vuole salvarsi dalla catastrofe in ogni modo ma questo muterà la sua anima conducendolo ad una pericolosa brutalità. 


"Goltzius and the Pelican Company" (2012) di Peter Greenaway

La crudeltà della corte, strategie e alleanze che si determinano in camera da letto, il continuo alternarsi tra sconfitti e vincenti sono tematiche ricorrenti nell'universo di Peter Greenaway come in  I misteri del giardino di Compton House, Il bambino di Masoch o meglio ancora in Goltzius and the Pelican Company.
Per Lanthimos meno sofisticherie estetiche e filosofiche ma stesso palcoscenico dei supplizi con una spiccata teatralizzazione per mettere in ridicolo l’ottusità del potere politico.


"Dangerous Liaisons" (1988) di Stephen Frears

Meditando sulla crudeltà al femminile, sul diabolico intrigo non si può non pensare alla famigerata Marchesa di Le relazioni pericolose, assoluta maestra nell'arte della manipolazione.
Un'altra donna che s'impone e, seppur maligna, si ribella alla sottomissione maschile sfruttando il suo talento.
Quelli della Marchesa sono tutti intrecci amorosi dove politica ed economia non c’entravano nulla ma pur sempre rischiosissime trame per chi ne viene coinvolto.
Gelosia, Vanità, Lussuria, Invidia, Crudeltà, Pietà, Vendetta, Ira, dosati con sapienza.
L’incanto e il disgusto  della nobiltà cortigiana, l'ascesa al potere, l'asservimento, l'inganno, la stoltezza, la perdizione. 


"Barry Lyndon" (1975) di Stanley Kubrick

Ovviamente la lezione kubrickiana ritorna e Lanthimos guarda con occhio attento a Barry Lyndon riprendendo scelte tecniche come la fotografia strutturata secondo l' utilizzo della luce naturale e l’illuminazione delle candele per le riprese notturne. 
Certo in La Favorita ai campi lunghi di Kubrick vengono preferiti primi piani e l’inusuale fish-eye che distorce le immagini donando un tocco metafisico.
L'ascesa e la discesa di Abigail Masham ha molte similitudini con la vicenda di Redmond Barry. Personaggi empatici, dotati di fortuna ed astuzia che riescono nella scalata sociale ma allo stesso tempo stolti, condannati a perdere molto velocemente tutto quello che hanno conquistato.


                      "Marie Antoinette" (2006) di Sofia Coppola 

Sovrani annoiati chiusi nelle loro gabbie dorate che giocano con coniglietti, pecorelle, si ingozzano di dolci e si struggono per trovare un po' di affetto, mentre fuori l’aumento delle tasse incattivisce il popolo che si prepara a terribili rappresaglie.
Gli incanti e gli sfarzi della corte di Versailles in Marie Antoinette di Sofia Coppola è un sogno pop di vestizioni, balli, pranzi e feste interrotto dalla lama della ghigliottina.
Anche qui una regina viziata e annoiata che nella frivolezza vede la sua unica via d'uscita da un'esistenza, seppur privilegiata, molto insoddisfacente.
“Pochi vedono come siamo, ma tutti vedono quello che fingiamo di essere.”
(N. Machiavelli)


"Vatel" (2000) di Roland Joffé

La sottomissione a regole e costumi di corte. L’atto drammatico che si consuma tra feste, sontuosi banchetti e lusso sfrenato. 
Il cuoco e maestro di cerimonie Francois Vatel impiega tutto il suo talento per soddisfare il Re Sole in visita alla corte del Principe Condè. 
Alla fine di tre giorni massacranti, quando l'ultimo sfavillante banchetto sembra ormai impossibile da allestire a causa di un ritardo della fornitura di pesce, Vatel 'esce di scena', si rende conto di non essere mai stato un artista ma solo un servo a servizio degli assurdi e inutili capricci di una corte persa in stupide vacuità.


Emma Stone nel film "La Favorita"

"...Le persone in posizione di potere, oggi come allora, rispondono alle loro regole, diverse rispetto al resto del mondo, in questo c'è la dimensione contemporanea del film...". (Y. Lanthimos)
Il grottesco scenario della corte rivela magnifici  piaceri che possono trasformarsi nelle più atroci sofferenze.
Lo splendore della decadenza.
Carissima Regina! Come va il regno?