lunedì 9 ottobre 2017

MAD GALLERY 3


Volti e luoghi di alienazione
di Maddalena Marinelli

“Posso misurare il moto dei corpi, ma non l’umana follia.”
(Isaac Newton)

Hieronymus Bosch, “La nave dei folli”, 1494, Parigi, Museo del Louvre


Una barca che va verso il nulla carica di personaggi corrotti ed avidi persi nel vizio. L’esibizione e la condanna del peccato.
In questo baccanale boschiano i folli vengono esiliati su una nave per essere allontanati dal mondo.
Il gufo e la ciliegia simboleggiano il peccato.
Il liuto personifica l’organo sessuale femminile. Suonarlo era ritenuto gesto di estrema lascivia, soprattutto da parte di una religiosa.
L’albero maestro si trasforma nell’albero della cuccagna con un’anatra arrosto appesa, che presto sarà raggiunta da un uomo affamato armato di coltello.
In cima si staglia una bandiera con l’effigie della luna crescente, un simbolo musulmano oppure un rimando  alla volubilità dei lunatici.
Ovviamente Bosch fa una critica in primis alla corruzione del mondo ecclesiastico. Infatti la nave nell’arte paleocristiana indica la Chiesa.
Nel 1413 il poema De Blauwe Scuut di Jacob van Oestvoren parlava di una barca carica di una compagnia libertina.
Nel 1494 era stato pubblicato il poema satirico La nave dei folli di Sebastian Brandt.
Brandt racconta il viaggio che un  gruppo di alienati intraprende per raggiungere Narragonien, la terra promessa dei matti, luogo che non riusciranno a raggiungere a causa della stupidità che li porterà ad assecondare i vizi, l’imprudenza e la malvagità.
Quindi la follia intesa come conseguenza del peccato o come punizione del peccatore. Il folle è considerato emblema della sregolatezza e dell’insensatezza della condizione umana.
Un concetto che verrà superato nella visione di Erasmo da Rotterdam,   nel saggio Elogio della follia scritto nel 1509, che vede trionfare la figura positiva e anticonformista del folle-saggio.
Osservando il quadro, non a caso, isolato dal gruppo, appollaiato su un ramo, c'è un personaggio misterioso. Indossa il costume da buffone con il cappuccio con le orecchie d'asino e tiene in mano una marotte (lo scettro dei buffoni). Si tratta del Folle, il ventiduesimo arcano maggiore dei tarocchi. Egli ha voltato la propria gobba ai compagni di navigazione, e quindi alla follia, e si tiene in disparte rispetto al resto del gruppo in un atteggiamento che pare quasi di meditazione. 
Che abbia ispirato la figura del folle-saggio di Erasmo?


“Mostratemi un individuo sano di mente, e lo curerò per voi.”
(Carl Gustav Jung)


Johann Heinrich Füssli, “Lady Macbeth sonnambula, 1784, Parigi, Museo del Louvre



Dal buio emerge la figura di Lady Macbeth tormentata dai fantasmi delle sue vittime e dal senso di colpa che la sta conducendo verso la follia.
Nei suoi occhi leggiamo paura e smarrimento.
Füssli coglie la ceca disperazione di una donna che ormai ha perso ogni lucidità e risolutezza.
In preda ad allucinazioni corre nell’ombra della notte facendosi luce con una candela.
Una visione romantica ed onirica che lascia ancora spazio al terrificante goticismo di mostri e fantasmi tanto amati da Füssli.
Un mondo incantato in cui l’uomo fugge e allo stesso tempo si rifugia in un perturbante fantastico.
La camminata notturna della celebre ‘lady nera’ si svolge in uno spazio amorfo e privo di riferimenti. La donna ormai si è persa in un abisso infernale.


“Un malato di mente entra nel manicomio come ‘persona’ per diventare una ‘cosa’. Il malato, prima di tutto, è una ‘persona’ e come tale deve essere considerata e curata (…) Noi siamo qui per dimenticare di essere psichiatri e per ricordare di essere persone.”
                                                (Franco Basaglia)

Pierre-André Brouillet, “Una lezione clinica alla Salpêtrière”, 1887, Université Paris Descartes

Il famoso neurologo Jean-Martin Charcot presenta ai suoi allievi un caso di isteria  all'ospedale Pitié-Salpêtrière di Parigi.
Charcot si era specializzato nello studio dell’ isteria e della suscettibilità all'ipnosi.
La paziente prescelta è Blanche Wittmann. Intorno alla donna compare la schiera di studenti, colleghi e collaboratori del neurologo intento a dimostrare che i sintomi dell'isteria sono reali come quelli di qualsiasi malattia organica. Sul tavolo, accanto a Charchot,  ci sono degli induttori collegati a una batteria Grenet per l'elettroterapia.
L’autore dell’opera è il pittore accademico André Brouillet specializzato in scene di genere, ritratti, paesaggi e in pittura orientalista per via del suo interesse nei confronti della realtà algerina. Visitò spesso Algeri e la Grecia.
Una visione chiara e fotografica che documenta il reale senza ulteriori pretese.
‘Una lezione clinica alla Salpêtrière’ è uno dei quadri più conosciuti nella storia della medicina.
Il dipinto si può vedere esposto in un corridoio dell'Université Paris Descartes, vicino alla scala d'ingresso al Musée d'Histoire de la Médecine.
Freud aveva una piccola versione litografica (38,5 cm x 54 cm) del dipinto, creata da Eugène Pirodon (1824-1908), incorniciata e appesa al muro delle sue sale di consulenza.


“I sogni sono una breve pazzia, e la pazzia un lungo sogno.”
(Arthur Schopenhauer)


Otto Dix, “The mad woman of Saint Marie-Py”, 1924, Los Angeles, LACMA


Una madre inginocchiata davanti al suo bambino presumibilmente morto. La donna è sotto shock.
Tutto si consuma in una strada ai margini di una città probabilmente devastata dalla guerra e dalla povertà.
Una drammatica visione che sembra arrivare da L’opera da tre soldi di Brecht o il tragico epilogo di  Mother with Child (1921) dello stesso Dix.

“The mad woman of Saint Marie-Py” e "Mother with Child"

Uno sventurato destino si è abbattuto sulla madre e il bambino.
Nulla viene risparmiato dalla grande mietitrice; spesso sono i più indifesi e innocenti a farne le spese.
Non ci è dato sapere se il bambino è morto per stenti, malattia oppure per mano di qualcuno.
Lo sguardo della donna sembra perso e terrificante. Sulla sua bocca è stampato una specie di ghigno. Colpisce e raggela quel suo gesto istintivo di porgere con la mano un capezzolo come se volesse ancora allattare il bambino da cui non provengono segni di vita. Con l'altra mano indica il corpo del figlio come a voler sollecitare lo spettatore a guardare con attenzione.
Qualcosa di terribile è accaduto.
Miseria e squallore racchiusi in un crudo realismo.
Il mondo ritratto da Otto Dix è un luogo abominevole, devastato dalla crudeltà dell’uomo. Un punto di non ritorno, un tragico abisso in cui l’umanità precipita e dove la morte è solo il minore degli orrori.


“Folle è l’uomo che parla alla luna. Stolto chi non le presta ascolto.”
(William Shakespeare)


Lorenzo Viani, “Vergine pazza”, 1929, collezione privata

L’ immagine tragica e spettrale di una donna che assume le sembianze di un fantoccio inquietante e stregonesco.
Nell’arte di Lorenzo Viani c’è l’oscura drammaticità di Goya, Kirchner, Daumier. I colori sono algidi e malinconici come quelli di Munch.
Toni scuri e asciutti, pennellate potenti e decise, un segno grafico essenziale, incisioni taglienti dai contrasti marcati e duri.
Viani rende protagonisti i reietti della società: vagabondi, folli, mendicanti, ubriaconi, nani, prostitute, pescatori, vedove del mare.
Il popolo di Viareggio, con i suoi simboli e le sue tradizioni, costituisce il soggetto prediletto di Viani.
Questa Vergine Pazza pone le mani in avanti come a voler toccare i tasti di un pianoforte. Lo farebbe pensare anche la posizione di come è seduta. Oppure è in preda ad un delirio, una crisi e i suoi movimenti sono dettati da uno stato di alterazione mentale.
Il soggetto potrebbe riferirsi ad una paziente ricoverata in un ospedale psichiatrico in cui Viani soggiornò a causa dei suoi attacchi d’asma oppure ad una povera sventurata vista in paese. 

mercoledì 1 febbraio 2017

SPLIT, di M. Night Shyamalan

                                                           
                                     MAD NEWS
SPLIT di M. Night Shyamalan

La matta bestialità
di Marinelli Maddalena

“Lo schizofrenico è un'isola, una monade chiusa in una cella dell'esistere, in una prigione del mondo. In isolamento perché così può ancora respirare.”
(Vittorino Andreoli, Il lato oscuro, 2002)

Disturbo dissociativo dell’identità. Personalità multipla.
Dentro il corpo di Kevin Wendell Crumb convivono Dennis, Hedwig, Jade, Barry, Patricia e molte altre personalità.
Un’orda che si contende il controllo del corpo di Kevin.
Lottano per avere il posto d’onore della personalità dominante che guida tutte le altre verso i propri obiettivi.
L’ossessivo-compulsivo Dennis e la leziosa Patricia insieme al dispettoso bambino Hedwig sono le più pericolose perché devote a quella che viene chiamata “la Bestia”, ovvero la 24esima personalità di Kevin.
Il Dottor Jekill, l’entità più spaventosa e distruttiva che non si è ancora rivelata.
La psichiatra che ha in cura l’uomo, durante le sedute, è abituata ad interagire con tutte le identità che albergano in Kevin ma pensa che la brutale Bestia sia solo una fantasia.
Lo sdoppiamento di personalità è un deficit oppure apre ad un potenziamento della mente umana? Può portare a quegli eventi che consideriamo legati al paranormale?
La Bestia che cos’è? Un super-uomo? Una manifestazione del demonio? Un essere alieno entrato in contatto con Kevin?

SPLIT - James McAvoy  (il bambino Hedwig)

L’effeminato Barry è la personalità dominante che ha il compito di tenere sotto controllo (nell’ombra) le personalità indesiderate ma basta un fattore scatenante per riaccendere i traumi di  un’infanzia devastata da abusi ed ecco che il dolce e remissivo Barry viene scalzato dall’alleanza delle personalità più pericolose che decidono di seguire gli ordini della Bestia.
Kevin posseduto dalla personalità di Dennis rapisce tre adolescenti e le rinchiude in un sotterraneo in attesa dell’arrivo della Bestia.
Le ragazze diventeranno spettatrici obbligate delle incredibili metamorfosi psichiche e fisiche dell’uomo.
Da qui i tentativi di fuga, le arguzie di una delle tre, Casey, che sembra la più reattiva nell’ ingegnarsi in questa terribile situazione.
Una lotta contro il tempo. La disputa interiore di Kevin tra le personalità che vogliono assecondare l’esplosione della Bestia e quelle che vogliono impedirlo.

SPLIT - James McAvoy (Patricia)

La favola, il mito, il paranormale, il rapporto col divino, la follia.
Un’entità maligna sfuggente da sconfiggere.
Tutte tematiche care a M. Night Shyamalan molto spesso sapientemente miscelate, sovrapposte, stravolte in un gioco di suspense.
Un terrore centellinato che viene costruito su basi colte, sull’elaborazioni di paure arcaiche sepolte in ognuno di noi.
Al centro l’outsider che si destreggia tra bene e male per compiere il suo destino eroico.
La sofferenza pregressa, l’handicap  che diventa arma risolutiva per salvarsi nel presente e guardare con nuovi occhi il futuro.
Un cinema cupo, pauroso, che svela tutto il male possibile che può arrivare dall’uomo o da quell’altrove sconosciuto.
L’umanità non è mai abbandonata nelle tenebre e i protagonisti riescono sempre a salvarsi in qualche modo inaspettato che ribalta la prospettiva della storia.
Il famoso 'twist ending' che ormai Shyamalan preferisce smorzare, dilazionando le rivelazioni prima del finale, probabilmente per non diventare troppo prevedibile seguendo sempre lo stesso schema.

SPLIT - James McAvoy (l'ossessivo-compulsivo Dennis)

Ispirato alla tragica e incredibile storia vera del criminale americano Billy Milligan in Split c’è Hitchcock, De Palma, Polanski nel tentativo di alternare più generi sulla base del thriller psicologico.
Tre giovinette come innocenti vittime sacrificali rinchiuse in un labirintico sotterraneo, in attesa di un terribile mostro che vuole divorarle o roba del genere.
'La bestia' vuole cibarsi degli impuri ovvero coloro che non hanno sofferto e per questo sono insignificanti. Chi ha conosciuto il dolore è puro, un essere elevato.
Un rito sacrificale per compiere una purificazione.
Come non pensare al mito del labirinto di Cnosso in cui ogni nove anni venivano portati sette fanciulli e sette fanciulle ateniesi da offrire in pasto al Minotauro, il mostruoso essere ibrido tra uomo e toro che si cibava di carne umana.
In Split l'uso della soggettiva stabilisce un filo emotivo forte e diretto con lo spettatore. Le atmosfere minimali e rarefatte avvolgono e coinvolgono ma bisogna ammettere che il film non riesce a trasmettere nulla di veramente inatteso. 
Questi passaggi da un genere all'altro lasciano nell'aria un'insoddisfacente incompiutezza e la sensazione che l’argomento sia stato trattato in modi più efficaci e approfonditi da altri registi.

Anya Taylor-Joy nel film "Split"

M. Night Shyamalan e il suo doppio.
Nel suo cinema coesistono illuminazione e conformismo, inconsistenza e profondità, pathos e raziocinio.
Da una parte intimista, sensibile, originale, tecnicamente esperto e raffinato.
Tenta di scavare fino alle radici del male umano rispecchiandolo nel male soprannaturale.
Emoziona e coinvolge toccando tutti i nervi scoperti dello spettatore.
E’ la favola che appassiona, terrorizza e poi rassicura, lasciandoci in una vaga incertezza.
Dall’altra parte c’è il timore di non valicare certi confini, di darsi sempre un freno scadendo in un superficiale richiamo a compiacere la massa che annulla il tentativo di creare un percorso più sperimentale e autentico.
La vera ‘bestia’ che aspettiamo che si riveli è quella in Shyamalan per capire finalmente che strada vuole scegliere.



mercoledì 4 gennaio 2017

ANTONIO LIGABUE. MOSTRA AL COMPLESSO DEL VITTORIANO

                                               MAD NEWS
Antonio Ligabue, 'Testa di tigre'

Ululava alla luna, danzava come un selvaggio, viveva da vagabondo, amava le moto.
Un uomo alla ricerca di una rivalsa sociale, un artista che pur essendo autodidatta è riuscito ad esprimere tecnica e grande furore espressivo. Un matto?...continua a leggere il mio articolo qui:




ANTONIO LIGABUE (1899 - 1965)
A cura di Sandro Parmiggiani e Sergio Negri
Sall'11 Novembre 2016 all'8 Gennaio 2017
Complesso del Vittoriano
Via di San Pietro in Carcere, Roma

martedì 16 agosto 2016

THE WITCH, di Robert Eggers

                                                MAD NEWS

THE WITCH di Robert Eggers

La famiglia dei dannati
di Maddalena Marinelli

“Streghe e magia svelano qualcosa di noi: l’aspirazione dell’uomo a voler cambiare il proprio destino, il desiderio di raggiungere una felicità facile e impossibile.”
(Dario Argento)

Siamo nel 1630, molti anni prima dei famosi processi di Salem.
Una famiglia puritana abbandona un villaggio del New England per vivere isolata in prossimità di un sinistro bosco, covo di oscure presenze.
Si inizia con la misteriosa scomparsa del più piccolo, il neonato Samuel, per poi proseguire in un vortice di sospetti, superstizioni, fanatismo religioso che porterà a mettere l’uno contro l’altro i membri della noiosa famigliola di agricoltori.
Accuse, bugie, sensi di colpa cominceranno pian piano ad avanzare.
Il male che si scatenerà da dove arriva? Da una presenza demoniaca? Da una punizione divina? O forse più semplicemente dall’animo umano?
L’altra ipotesi è che la famiglia stia uscendo fuori di testa a causa di un’intossicazione da segale cornuta, molto diffusa a quei tempi.


Anya Taylor-Joy in "The Witch"

Il terribile sortilegio di una strega, che non riusciremo mai a vedere chiaramente, avvolge tutta la vicenda lasciando aperte altre supposizioni.
La famiglia diventa agnello sacrificale; invece di unirsi si dilania per cercare un capro espiatorio. 
Compare un caprone, dai bambini chiamato Black Philip, che potrebbe nascondere satanici poteri.

Harvey Scrimshaw in "The Witch"

Ingiustamente uscito nelle nostre sale nel mese di Agosto, The Witch è un’opera prima affascinante, confezionata con grande cura e maestria estetica, non a caso, da un neo-regista già affermato da anni come scenografo e costumista.
Un concentrato di accuratezza tecnica.
Un terrore psicologico racchiuso in una dimensione simbolica che lavora per sottrazione, arrivando ad un' asciuttezza teatrale.
Si basa sulle ricerche, durate ben cinque anni, di materiale originale dell’epoca: testimonianze, superstizioni, leggende, diari privati.
Una favola nera, un horror ‘ancestrale’ di raro pregio che crea buone aspettative per il lavoro futuro del regista canadese Robert Eggers.
Una strega che si nasconde nel bosco, quindi cosa ci sarà di nuovo?
Con minimi elementi, pochi effetti speciali e grazie alla bravura degli attori, il film si snoda intorno ad un crescente mistero; a quel qualcosa che non viene svelato.
Riprende le annichilenti atmosfere di Il Nastro Bianco; l’idea dell’indefinita mostruosità che si nasconde nel bosco di The Village; il perverso gioco accusatorio del Crogiolo di Arthur Miller; l'austerità e il rigore formale di Ordet e Dies irae.
La piccola ‘società famigliare’ condotta alla pazzia attraverso il radicalismo religioso, la paranoia e la cattiveria che si scatena tra i suoi membri.
Quel delirio che si genera cercando l’origine del male che finisce per condannare degli innocenti. 
I dilemmi interiori tra il condurre una vita religiosamente morigerata o dare sfogo all'istinto e alla passione.
La seduzione del maligno che per la giovane Thomasin diventa molto più attraente delle castranti regole e punizioni inflitte dai genitori.
“Non fate il male, e il male non esisterà.” (Lev Tolstoj)

Anya Taylor-Joy in "The Witch"

sabato 9 aprile 2016

MAD MOVIES PARADE 4 (CLASSICI B/N)



Dieci film 'classici b/n' sull'alienazione mentale
di Maddalena Marinelli


L’impacciato Norman passa le sue giornate tra la gestione di un motel e la passione per la tassidermia. Ogni volta che Norman prova attrazione sessuale nei confronti di una donna, si scatena in lui un incontrollabile istinto omicida che ha radici nel morboso rapporto con la madre.
Tratto dall’omonimo romanzo del 1959 di Robert Bloch, la più celebre tra le opere del maestro del brivido, basato sulle reali vicende del serial killer Ed Gein che tra il 1947 e 1957, uccise due persone in Wisconsin, decorando la casa con i resti delle sue vittime.
Una doppia personalità come unico possibile equilibrio.
Norman Bates è diventato un'icona tra le più importanti del genere horror, nonché l’ispiratore di molti altri noti psicopatici del grande schermo come Frank di Maniac, Mark Lewis di Peeping Tom o Francis Dolarhyde di Red Dragon.
La schizofrenia scinde la personalità di Norman in due voci e in due menti che convivono in un unico corpo alternandosi ogni volta che s’innesca quel preciso richiamo ad un trauma infantile mai superato.

Un giornalista si cala, per esigenze lavorative, nella condizione di malato mentale facendosi ricoverare in una clinica psichiatrica. Il suo scopo è quello di svelare il colpevole di un omicidio per conquistare fama e stima, nonché la possibilità di ottenere il premio Pulitzer ma ci saranno imprevedibili conseguenze sulla sua psiche.
Quel quotidiano contatto con i pazienti e i medici lentamente lo logoreranno. 
Il manicomio visto come un grande palcoscenico. Le patologie trasformano i pazienti in bizzarri personaggi che si esprimono con lunghi e articolati monologhi teatrali, tra momenti di lucidità e fantasmagorici deliri. Samuel Fuller con spietata freddezza, senza alcun fronzolo, trasporta lo spettatore in un imprevedibile androne infernale. 
Nessun interesse ad un' indagine sulle condizioni che viveva in quegli anni il malato mentale in una struttura psichiatrica, solo il proposito di usare, come inquietante scenario del suo thriller manicomio e malati, per tracciare un percorso di angoscia e metamorfosi del protagonista.

Una giovane ma alquanto inibita governante accetta l’incarico di accudire due deliziosi bambini che vivono isolati in una grande casa lontana dal mondo che appartiene ad un facoltoso zio, completamente assente, desideroso di delegare ogni responsabilità e decisioni, riguardanti i suoi indesiderati nipoti, a qualcun altro.
Miss Giddens dovrà confrontarsi con strani avvenimenti tra il paranormale e la deviazione mentale. E’ tutto frutto della sua incalzante paranoia oppure qualcosa, una malefica entità, minaccia l’innocenza dei suoi protetti?
Un film velatamente sofisticato che affronta il mistero con un limpidissimo e rigoroso linguaggio estetico. La visione scorre serenamente come ascoltassimo una musica da carillon che ogni tanto si inceppa su segnali perturbanti.
Tutto costruito sulle sinistre  atmosfere dell’antica magione, la grande interpretazione di Debora Kerr e l’ipnotica ambiguità dei piccoli Miles e Flora.
Per gli appassionati di Giro di vite da tener presente anche il più torbido The Nightcomers (1972)  liberamente ispirato ai personaggi del romanzo di Henry James. Una sorta di ipotetico prequel. Racconta i fatti avvenuti prima dell'arrivo di Miss Giddens e soprattutto come il giardiniere e la governante abbiano "corrotto" i giovani Miles e Flora fino a tirar fuori una coppia di fratellini davvero diabolica.
Peter Quint e Miss Jessel, con la loro sadica storia d’amore, alimentano la crudeltà che Miles e Flora nascondono dietro l’alibi dell’innocenza.
In seguito, dopo le loro strane dipartite, gli spiriti dei due amanti è come se volessero possedere i corpi e le anime dei bambini per tornare a vivere.
Un altro famoso e imperdibile film ispirato, rielaborato sulle vicende di Giro di vite è The Others (2001) di Alejandro Amenabar. 


Un flautato racconto, una tenera amicizia tratto dal libro omonimo dello psichiatra e scrittore Theodore Isaac Rubin.
David è affetto da afefobia e oppresso da un' incontrollabile paura della morte; Lisa è affetta da sdoppiamento di personalità. I due giovani si conoscono in una clinica psichiatrica e subito stabiliscono uno specialissimo legame, fatto di un linguaggio tutto loro. La speranza di un miglioramento o di una guarigione grazie all’incontro con un'altra persona.
Una riflessione sulla diversità. L’incomprensione e l’allontanamento verso il malato mentale, considerato una vergogna e un peso persino dalla propria famiglia. L’importanza di trovare la strada giusta, quella luce inaspettata che può tirarci fuori dal buio.

Due anziane sorelle legate da un rapporto sadico e morboso che precipiterà nella follia. Jane Hudson sembra la più malefica con la sua ossessione ad un impossibile ritorno a quell’infanzia in cui era la famosa bambina prodigio Baby Jane. 
La paralitica Blanche Hudson solo apparentemente è la povera vittima delle sevizie della crudele Jane che per tutta la vita non sarà nulla di più di una marionetta. 
La scimmietta ammaestrata da un padre esaltato per i guadagni ottenuti dalla sua preziosa enfant prodige. 
L’ambigua Blanche era riuscita ad avere la sua rivincita, da quell’infanzia oscurata dalla viziata e osannata Baby Jane, diventando in età adulta una grande attrice ma un incidente stronca la sua carriera legandola per sempre alla sorella badante/carceriera. Lontane dal mondo, entrambe segregate nella loro sfarzosa villa hollywoodiana, le due sorelle arriveranno alla resa dei conti.
Quasi completamente ambientato in un interno; spiccano le capacità interpretative di Bette Davis e Joan Crawford che costruiscono i personaggi delle due sorelle su una straordinaria mimica facciale. Si sovrappongono, giocano con le voci, caricano l’espressione fino al limite del tragico e del grottesco.  Certamente Bette Davis riesce a volare più in alto della sua rivale e co-protagonista creando la figura di una memorabile psicopatica tra tenerezza, compassione e spietata crudeltà.
Una macabra parabola che scopre il lato oscuro del divismo, quando le luci della ribalta si spengono.

Virginia è finita in un ospedale psichiatrico in preda ad una perdita di memoria seguita da crisi isteriche. Un vaso rotto da ricomporre giorno dopo giorno, grazie all’aiuto di un illuminato psichiatra convinto che l’unica possibilità per curare Virginia sia la psicoterapia. La donna tra miglioramenti e ricadute riesce a risalire alle cause del suo trauma e ad avere una speranza di guarigione.
La fossa dei serpenti, che dà il titolo al film, era un luogo gremito di serpenti in cui, nell'antichità, venivano abbandonati gli alienati, perché si pensava che mettendo un pazzo in un luogo che avrebbe fatto impazzire un sano, il pazzo sarebbe guarito. 
Una tematica davvero insolita da trattare per il cinema hollywoodiano dell’epoca. Tramite lo sguardo della protagonista attraversiamo i vari reparti.  
Gironi danteschi che si differenziano in numeri secondo il grado di malattia delle ricoverate. 
L’ossessiva importanza delle porte che separano i luoghi e delimitano i confini tra malati e sani, tra il dentro e il fuori. La superficiale brutalità di medici e infermiere, seguaci di barbari trattamenti completamente inutili e umilianti per i degenti. 
La cruda descrizione delle cure psichiatriche adottate in quegli anni. 
Nonostante si perda in un finale aulico e pleonastico il film gode della coinvolgente interpretazione di Olivia de Havilland e di una regia convenzionale ma allo stesso tempo perspicace.

“La follia non potrebbe essere in fondo solo infelicità?..”
Vincent è un ragazzo taciturno e tormentato, reduce dalla guerra.
La sua sensibilità e la voglia di essere d’aiuto agli altri lo porta a trovare lavoro in un istituto psichiatrico dove conoscerà l’ammaliante Lilith. Una creatura eterea che nasconde un potere seduttivo/distruttivo per chiunque ne cada preda. 
Questa sembra la strana patologia di Lilith, dai medici considerata con poche speranze di guarigione. Ingenuamente Vincent pensa di poterla salvare ma alla fine sarà lui stesso che dovrà chiedere di essere salvato dalle pericolose conseguenze dell’amore per Lilith e dai tormenti di traumi trascorsi che ormai non possono più essere ignorati.
Lilith vuole donare amore a tutti ma i suoi comportamenti sono ai limiti della ninfomania. Una bella fatina che vive nel suo mondo incantato. Distrugge chiunque cada nella sua meravigliosa tela e non può adeguarsi alla sua 'particolare' idea di felicità.
Vuole ammaliare tutti con la sua polverina dorata ed è incapace di amare veramente.
Poetico e struggente, l’ultimo film di Rossen, più famoso per aver diretto Lo Spaccone o Mambo con la nostra Silvana Mangano. 
Nessun interesse a raccontare o documentare la vita, le pratiche quotidiane di un manicomio che infatti preferisce infiocchettare in una specie di lussuosa residenza di campagna, dove tutto è pulito e ordinato. 
L'amore visto come beffarda illusione. Un desiderio di rivincita infranto. La giovinezza come tormento, delusione, caduta oscura.

Cecilia, accecata dalla passione, sposa un uomo avvolto dal mistero.
Condotta presso la sua magione scopre che l’aitante architetto, ha riprodotto in casa delle camere dove si sono consumati famosi delitti. A questo punto la donna, per vederci chiaro, vuole aprire la porta di quell’unica camera che il marito tiene segreta.
D’ispirazione hitchcockiana; chiari i riferimenti a Io ti salverò e in particolar modo a Rebecca, la prima moglie.
Suspense ed accuratezza scenica. Personaggi che appaiono nella casa come fantasmi, e sembrano vivere unicamente all’interno delle stanze che si perdono l’una nell’altra.
L’inquietante che trasuda dal luogo che Lang rende protagonista quanto gli attori.

Dopo una serrata corte che non accetta rifiuto, Gloria sposa Francisco che dopo poco tempo dimostra impulsi feticisti, manie di persecuzione e gelosia morbosa rendendo la vita della donna un inferno. L’apparato borghese ossia la madre, il prete, gli amici non vogliono credere alla donna che rischia di essere torturata e uccisa dal marito che ormai non può più controllare il suo stato psichico deviato.
Tratto dal romanzo autobiografico di Mercedes Pinto. Una denuncia sull’ipocrisia e l’incomprensione del contesto sociale che la donna aveva vissuto come vittima di violenze da parte del marito.
Tra i film più importanti del ventennio messicano di Bunuel in cui compaiono molti riferimenti biografici. Un impianto classico da melò hollywoodiano che nasconde un andamento documentaristico dove non mancano fratture, picchi e naturalmente richiami morbosi.

Il giovane psichiatra MacLeod  tenta di opporsi ai metodi violenti e repressivi applicati in un ospedale psichiatrico.  
L’attenzione si concentra sul reparto femminile tenuto sotto il pugno di ferro della capo-infermiera Lucrezia Terry, antesignana della temibile Mildred Ratched di Qualcuno volò sul nido del cuculo.
Da una parte la crudezza di pratiche retrogradi e umilianti per le pazienti, dall’altra parte metodi più umani e innovativi. La violenza come sistema terapeutico: la camicia di forza, la camera d’isolamento, l’ elettroshock, i bagni caldi e gelati. 
Atti di prevaricazione, punizioni piuttosto che cure o percorsi terapeutici per un rinserimento nel mondo esterno. Una lotta tra quelli che vogliono mantenere alto il muro tra malato mentale e il resto del mondo e coloro che vogliono abbatterlo.

domenica 3 gennaio 2016

LA FINE DEL MONDO #4: "The Lobster", di Yorgos Lanthimos


'The Lobster' (2015) di Yorgos Lanthimos


Follie dell'inumano
di Maddalena Marinelli

Un mondo orripilante ridotto all’impossibilità di provare autentiche emozioni.
Egoismo, annichilimento, omologazione, intolleranza. Homo homini lupus.
Questo è il regno apocalittico di un futuro possibile in cui una società coercitiva non accetta i single imponendo come ideale la vita di coppia.
"La solitudine fa maturare l’originalità, la bellezza strana e inquietante, la poesia. Ma genera anche il contrario, lo sproporzionato, l’assurdo e l’illecito."
(Thomas Mann, La morte a Venezia, 1912)
Chi non trova l’anima gemella, malauguratamente rimane vedovo o divorzia senza riaccoppiarsi è considerato un fuorilegge e viene trasformato in un animale a sua scelta.
Nemmeno fuggendo e unendosi al gruppo dei 'solitari' nei boschi si è liberi perché viene imposto di rimanere single altrimenti si va incontro a mutilazioni fisiche.
Inevitabilmente tutte le fughe del protagonista finiscono in un vicolo cieco.
La sopravvivenza poggia sulla menzogna. Aberrazioni che generano altre aberrazioni. Alla fine anche lo stesso innamoramento si basa su leggi distorte, su dinamiche estranee ai sentimenti. Può iniziare per futili affinità e può finire per la scoperta di altrettante  insignificanti diversità.
L’uomo ha perso ogni spontaneità, ogni impulso emotivo, ogni morale.
L'omicidio, la tortura, la sopraffazione sono pratiche consuete.
Lanthimos, ancora una volta, ci mette di fronte ad un crudele scenario di reclusione distillando e ricomponendo dal peggio dell’umanità.
Un cinema tragico e bestiale condannato a non essere amato ma ammirato attentamente come trattato socio-antropologico dei nostri tempi.
Quando l’amore viene cancellato cosa può accadere alla nostra vita? Estirpare l’anima ci renderebbe esseri migliori?


'Fahrenheit 451' (1966) di Francois Truffaut

Eliminare lo stimolo di provare passioni è come svuotare il nostro corpo, morire senza essere morti.Togliere l'essenza dell'umanità.
In Fahrenheit 451 per sottomettere e controllare la massa si vieta la lettura dei libri.
L’espressione artistica implica un coinvolgimento emotivo e critico ovvero nutrimento, crescita della propria personalità. Un nemico per ogni totalitarismo.


'Equilibrium' (2002) di Kurt Wimmer

“Sradicare la vera fonte della crudeltà dell'uomo nei confronti dell'uomo stesso ovvero la sua capacità di provare emozioni” a questa conclusione è arrivata la società umana in Equilibrium in cui, per non provare sentimenti, la popolazione è costretta ad assumere la droga Prozium. Naturalmente, anche in questo caso, è vietato leggere libri o ascoltare musica.
Per non parlare di un futuro in cui si attua la supremazia di esseri artificiali. 
Robot che dominano il nostro mondo usando gli umani come fonte di energia per sopravvivere.
La creatura che vuole emanciparsi dal creatore fino a prenderne il posto alzando la soglia di crudeltà all'inverosimile.


'Matrix' (1999) di Lana e Andy Wachowski

Così in Matrix l’uomo è spremuto come una batteria mentre il suo cervello viene ingannato da una neuro-simulazione interattiva sviluppata dalle macchine per poter tenere sotto controllo gli umani:  “..un mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità”.
Anche gli alieni vogliono, ad ogni costo, privarci della nostra sfera emotiva.


'L'invasione degli ultracorpi' (1956) di Don Siegel
In L’invasione degli ultracorpi creature extraterrestri si replicano all'interno di enormi baccelli che crescono fino a creare copie di esseri umani privi di sentimenti con lo scopo di eliminare gli originali.


'Il villaggio dei dannati' (1960) di Wolf  Rilla

Progenie aliena penetrata in grembi di donne terrestri che daranno vita a bambini/soldati impassibili ad ogni emozione in Il villaggio dei dannati.


'The Host' (2013) di Andrew Niccol 

In The Host la Terra è stata colonizzata dalle “Anime”, una razza extraterrestre che ha sfrattato gli umani dai loro corpi tramutandoli in dimore per viandanti interplanetari. Le Anime hanno trasformato il pianeta in un mondo sicuro e pacifico ma eliminando la razza terrestre con tutte le sue imperfezioni.
Gli uomini diventano più pericolosi quando sono dominati dalle passioni oppure quando ne vengono privati?
Nel finale di Lobster la scelta di seguire il cuore, o quello che ne resta, relegherà David a vivere per sempre nel buio anche se ritrovarsi in un mondo senza libertà, in cui la violenza diventa un atto assolutamente normale, è già come essere caduti in un buco nero.
David non è un eroe, non lotta per amore, non è portatore di cambiamenti, è solo un pezzetto cinerio di uno squallido ingranaggio. Prova ad andare avanti, cerca di non essere eliminato da un gioco di società in cui non si può arrivare a vincere, salvarsi o essere felici. Nella visione di Lanthimos o si soccombe o si passa ad un livello successivo, ancora più infernale, di questo degrado umano.

“Il conformismo è il carceriere della libertà e il nemico dello sviluppo.”
(John Fitzgerald Kennedy, Messaggio all'ONU, 1961)