domenica 19 giugno 2022

LA GENITRICE PSICOTICA #4 : ‘LA PIANISTA’, di Michael Haneke

 

 
L’impossibilità di amare genera mostri

di Maddalena Marinelli

 

“Sapeva che quella era la sua maledizione e la sua condanna, ma proprio per questo, forse, non trovava la forza di staccarsene. E nessuno a bordo scorgeva il mostro, tranne lui.” (Dino Buzzati)
 
Erika Kohut si aggira furtivamente all’interno di un centro commerciale guardandosi intorno, infastidita dalla folla di persone che passandole accanto la sfiorano, la urtano.
Ma cosa ci fa la sofisticata, l’irreprensibile professoressa Kohut in un luogo per lei così proletario e inappropiato?
Si dirige all’interno di un peep-show, acquista dei gettoni e, sotto lo guardo incredulo ma allo stesso tempo incuriosito di fruitori abitudinari, entra in una cabina per guardare film pornografici di ogni tipo.
La vita di Erika è scandita da intere giornate dedicate all’insegnamento, esibizioni al piano in facoltose abitazioni private, serate passate a casa con una madre nevrotica che ossessivamente la perquisisce, la controlla e la tormenta.
La pianista disprezza la madre ma non riesce a farsi una vita lontano da lei.
In questa routine, in cui è intrappolata da sempre, la donna si ritaglia degli sfoghi, dei ‘piaceri speciali’. 
Allontanandosi dagli ambienti borghesi s’immerge nelle penombre di luoghi periferici e malfamati spiando coppie che consumano amplessi in vetture parcheggiate in drive in.

Isabelle Huppert in 'La pianista' di M. Haneke

Per sentirsi appagata deve punire e punirsi.
La sera chiusa in bagno procede con pratiche di autolesionismo riportata alla sua frustrante esistenza dalla voce della madre che la chiama per la cena.
Come prova di autocontrollo si nega il pieno raggiungimento del piacere.
E’ una donna profondamente sola che non ha mai condiviso la sessualità con qualcun altro.
Non è chiaro se sia un’ autentica slave o si sia convinta che il rapporto sessuale debba consumarsi necessariamente attraverso certe pratiche e modalità estreme per via dell’ assuefazione ai video pornografici, suo unico approccio alla sfera erotica.
Lei stessa pensa di essere priva di sentimenti e che mai questi prevarranno sul suo raziocinio.
L’algida bellezza e il talento pianistico di Erika attraggono il giovane Walter Klemmer.
La glaciale professoressa gli sfugge, gli è ostile e per il ragazzo diventa ancora più eccitante conquistarla.

Isabelle Huppert e Benoit Magimel in 'La pianista'

La donna cede alla passione pensando di aver finalmente trovato il partner per realizzare tutte le sue perverse fantasie di dominio e sottomissione.
I tentativi di imporre le sue regole sadomasochiste al suo giovane allievo, finiranno solo per umiliarla e devastarla.
Lui si dimostrerà spietato nel spezzarla, giustificandosi dicendo che è stata lei a 'contagiarlo' con le sue depravazioni.
Non comprenderà le problematicità psichiche e la fragilità della donna, considerandola una frigida pervertita da schiacciare.
Walter è un autentico brutale borghese retrivo, privo di empatia.
Perfetto esemplare in erba di quella buona società che dietro uno strato superficiale ‘perbene’ cela le peggiori nefandezze.
L’ ingenuità di Erika, che si trasformerà in un errore fatale, è nel dare per scontato che Walter comprenda, accetti senza remore i suoi ‘desideri particolari’, mentre lui ne rimane sconvolto, poi li asseconda, alla fine inorridito e frustrato li travisa in autentica violenza.
Tratto dal romanzo di Elfriede Jelinek e vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2001 La pianista è un film che vuole scavare nel torbido nascosto sotto la finzione borghese. 
Una storia d’amore insana e impossibile.
Tramite un contorto ma splendido personaggio femminile, interpretato magistralmente da Isabelle Huppert, entriamo negli anfratti più oscuri dei rapporti umani, di traumi mai curati, di vite fasulle che occultano scabrosi segreti.

Isabelle Huppert e Annie Girardot in 'La pianista'

Erika è una donna manipolata da una madre che, per proteggerla dai pericoli del mondo esterno attraverso possessività, controllo, paura, senso di colpa, ha determinato un forte disagio mentale nella figlia, impossibilitata a vivere un rapporto sentimentale e sessuale sano.
Nella buona società la professoressa Kouth è un eccellente pianista e una rinomata docente al Conservatorio di Vienna ma appena si confronta con l’amore il suo mondo e la sua psiche vanno in pezzi. 
Una vita affettiva non può essere controllata o incasellata in quello schema sessuale sadomasochistico, in quella proiezione distorta che per tanti anni ha elaborato nella sua mente senza alcun riscontro reale.
L’amore gli è così vicino ma per lei è inafferrabile, così degenera in qualcosa di maligno.


'La pianista' di Michael Haneke

La solitudine, la sofferenza, la frustrazione, la rabbia della pianista convergono in gesti immaturi e criminali.
Un punto di non ritorno, se non si interviene con cure psichiatriche adeguate. Chi è stato vittima di abusi tende a  riprodurli su se stesso e sugli altri, questo è il suo modo di stare al mondo.

Isabelle Huppert, Annie Girardot e Benoit Magimel in 'La pianista'

Il cinema di Haneke ci mostra la natura umana nella sua 'diversità'.
Scava a fondo nella psiche, vuole tracciare e analizzare le radici del male nel nostro vivere quotidiano in cui, quasi senza rendercene conto, rilasciamo granelli che poi sedimentano in razzismo, perversione, violenza, ossessione, scelleratezza, corrompendo le generazioni a venire.
Il tramonto e l’autodisfacimento della classe media occidentale.
Quell’orrido che si nasconde dietro il moralismo borghese che Haneke scova attraverso una regia chirurgica, capace di evocare un orrore psicologico e mostrare un orrore fisico.
Una crudeltà disturbante senza concessioni che si prende tutto il tempo necessario per rivelarsi nella sua imponenza, impossibile da arginare.
I figli, i giovani sono annichiliti; frutti marci derivati dagli errori e dall’anaffettività dei padri.
La violenza è la risposta a questa desolazione affettiva che si cerca di riempire con il consumismo.

Isabelle Huppert e Benoit Magimel in 'La pianista'

In La pianista Haneke allinea alla crudeltà e alla glacialità della narrazione registica una concessione speciale, un tocco sensibile che si avverte sul personaggio di Erika ‘cuore d’inverno pulsante’ di questa opera filmica profondamente intima e toccante in tutte le sue note vivide, dure, patetiche, estreme e carnali.


Emblematica l'inquadratura in cui Erika stesa a terra tende la mano a Walter e allo stesso tempo verso lo spettatore in un'ultima richiesta di comprensione e di amore. 
Stremata, ormai sopraffatta da quei sentimenti che hanno preso dominio su mente e corpo come un morbo letale ma per lei impossibili da vivere e condividere come tutti gli altri.


sabato 7 maggio 2022

‘THE NORTHMAN’, di Robert Eggers

 

THE NORTHMAN

L’ orrenda natura umana

di Maddalena Marinelli

Anno Domini 895. Paesi Scandinavi. Epoca Vichinga.

Un mondo brutale ricolmo di riti e superstizioni altrettanto atroci.
Il rapporto con la natura è totalizzante, nel creato si leggono i segni del divino e ci si identifica nella bestia feroce per potenziarsi durante la battaglia.
Predomina l’ossessione, la completa dipendenza al culto per controllare l’incontrollabile. 
Nell'entità divina si concentra tutto il bene e tutto il male.
I guerrieri, invasati da allucinogeni preparati da sciamani, assumono posture ricurve ed emettono versi ed urla lancinanti, mentre straziano con ferocia le carni del nemico.
Un regno di puro orrore. 
Non si tratta solo di uccidere. 
Aggressori, torturatori, carnefici; l’estrema esaltazione della crudeltà.
Il vivere quotidiano è un susseguirsi di guerre, saccheggi, schiavismo, rituali con sacrifici umani.
Il potere del corpo e del sangue nel rito, in battaglia, nella discendenza.
Il corpo più forte tiranneggia, il corpo dello schiavo appartiene ad un padrone, il corpo sacrificato salvifica la comunità.
Attraverso il sangue avviene una trasmissione di forza e di sapere, un' unione indissolubile e una continuità nel tempo

Ethan Hawke in 'The Northman'

<..Una civiltà ricca e complessa, fatta di arte meravigliosa, fusione culturale e religiosa, tecniche evolute, costumi elaborati e codici di onore e giustizia. Ma era anche una cultura di estrema violenza e sottomissione, in cui gli orribili cicli di vendetta non conoscevano fine…>  (R. Eggers)
Gli uomini del Nord trucidano la popolazione dei villaggi, depredano tutti i beni e il bestiame, schiavizzano i bambini e le donne, commettono stupri ed infanticidi secondo le usanze belliche.
La vita del piccolo principe Amleth viene sconvolta da un tradimento: l’uccisione del padre, il re Aurvandill, per mano dello zio Fjölnir.
Amleth fugge lontano giurando a se stesso di vendicare il padre, salvare la madre e uccidere lo zio.
Anni dopo si fa chiamare Úlfur Björn (orso-lupo) ed è diventato un ‘berserkr’ (feroce guerriero scandinavo invasato dallo spirito di Odino) brutale razziatore di villaggi.

Bjork in 'The Northman'

Sarà l’incontro con una veggente slava a ricordargli il suo voto; a risvegliare l’ambita vendetta che lo condurrà, sotto le mentite spoglie di schiavo, nell’accampamento di Fjölnir per compiere il suo destino.
Per questo 'percorso dell'eroe' Eggers trae spunto sia dall’opera di Saxo Grammaticus, sia da quella più celebre di Shakespeare ma insieme allo sceneggiatore Sjón rielabora, stravolge, s’impossessa del personaggio Amleto elaborando un nuovo punto di vista, in cui il senso di vendetta acquisisce fattezze molto più perturbanti.
Così Amleto non ha una mente contorta; Gertrude non è madre e moglie devota; Ofelia non morirà pazza ed annegata; lo zio fratricida non ha tutti i torti.
'The Northman' di Robert Eggers

I personaggi femminili di The Northman sono centrali; cambiano il presente e determinano il futuro.
Donne solo in apparenza sottomesse, muovono i fili della vicenda come le Norne tessono l'arazzo del destino ai piedi di Yggdrasill, l’albero cosmico.
Amleth con la sua vendetta è solo un tramite.
Sarà il suo operato a determinare la stirpe del ‘Re fanciulla’, ovvero il passaggio del potere reale al femmineo.
Un travolgente revenge movie in cui sulla tragedia prevale un’epica che riempie gli occhi di meravigliose epifanie.
Il magico non è mai esplicito ma solo suggerito; forse proiezione di uno stato d’animo; forse autosuggestione.
Questo mistico altrove esiste davvero, oppure è solo nella mente dei protagonisti?
'The Northman' di Robert Eggers

Come nei precedenti  The Witch e The Lighthouse c’è la visione di un mondo arcaico spietato, un inferno terreno senza alcuna speranza, in cui i dannati marciano soli e smarriti nel buio alla ricerca di una luce che può rivelarsi ingannatrice, spingendo ancora di più in fondo al baratro.
La famiglia come in The Witch anche in The Northman è una fossa di serpenti. Sangue del tuo sangue che ferisce, tradisce ed abbandona.
La storia destinata a ripetersi. 
L’ostinata esplorazione di un passato che, in un cerchio senza inizio né fine, può essere considerato un futuro della disumanità. 
Un post apocalittico in cui l’uomo ritorna ad uno stato primordiale in cui il credo religioso, l' incontro con il divino, determina e giustifica ogni azione anche quella più ignobile. 
Un tempo ciclico in cui l'umanità ricalca sempre gli stessi orrori.
Eggers indaga sull’ancestrale, sul magico, sul sacrale.

Nicole Kidman in 'The Northman'

Il suo cinema è evocatore di demoni e streghe, antiche divinità marine, miti norreni.
Un male, di dubbia provenienza, che seduce e corrompe l’uomo.
In The Northman  Eggers realizza il suo personale blockbuster per il grande pubblico mantenendo, quasi intatti, tutti i suoi stilemi e confermando la sua grande personalità registica e autoriale.
Una ricostruzione storica accuratissima.
Si viene trasportati all’interno della visione attraverso carrellate laterali, piani sequenza mozzafiato, come quello dell'assalto al villagio, e primi piani su volti spiritati e corpi martoriati.
< La telecamera in continuo movimento è pensata per essere ipnotica e coinvolgente. Le riprese lunghe e dense, che immergono lo spettatore nella cultura di quell’epoca antica e al contempo raccontano la storia, hanno richiesto un'immensa disciplina e una totale collaborazione.> (R. Eggers)

'The Northman' di Robert Eggers

Come sempre viene data massima importanza alla fotografia che alterna una fredda desaturazione che rende l’immagine immobile, fissa come un’incisione con notturni color argento e un caldo chiaroscuro dalla resa fortemente pittorica.
La musica ti stordisce, ti comprime sulla poltrona è deflagrante con i suoi boati, i canti vichinghi, il lontano richiamo di corni e tamburi,

Alexander Skarsgard  e  Anya Taylor-Joy in 'The Northman'

The Northman è un’esperienza immersiva all’interno di un grande rito iniziatico oscuro e primordiale da assimilare, rigorosamente, nella condivisione della sala per celebrare il ritorno del pubblico al cinema dopo questo lungo e terribile periodo di chiusure e ristrettezze a causa della pandemia.
Ti perdi nella liricità della natura, ne assorbi l'energia e ne subisci la perfidia.
Un viaggio allucinante, sospeso tra le porte di Hel e il Valhalla.




mercoledì 20 aprile 2022

'SPENCER', di Pablo Larrain

 

SPENCER

La principessa incantata

di Maddalena Marinelli

Sotto un cielo plumbeo un commando arriva presso una maestosa residenza isolata.
In apparenza sembra di essere in uno stato di guerra, nel momento in cui un reparto speciale giunge nella riservatissima roccaforte di un leader politico.
Invece si tratta dei preparativi per le festività natalizie, lo  squadrone militare scorta le cibarie che serviranno ai cuochi per preparare i pasti.
Presto arriveranno tutti i membri della famiglia Windsor: il principe Carlo con i figli William ed Harry, la regina Elisabetta con il consorte Filippo e tutti gli annessi alla British Royal Family.
Manca solo lei. La mina vagante.
L’irrequieta principessa triste.
La tanto discussa Diana Spencer.
Sua altezza reale lungo la strada si perde, sembra disorientata: <Dove sono?>
Ormai il divorzio da Carlo è imminente, l’altra donna del futuro re è svelata, la stampa è sempre più ingorda di ottenere dichiarazioni scabrose e dettagli piccanti sulla crisi coniugale dei futuri sovrani.
Ad un punto di svolta della sua vita una Lady Diana confusa e infelice, tra continui ritardi e attacchi di bulimia, si prepara ad affrontare tre giorni infernali nella spettrale Sandringham House.
Sarà sotto gli occhi indagatori di tutti. 
Loro sanno tutto.
Dovrà sottostare ad ogni regola di corte perché: <Nessuno è al di sopra delle tradizioni>.  

Kristen Stewart in 'Spencer' di Pablo Larrain

L’antica magione attende Diana per avvolgerla in un tetro torpore popolato da terribili incubi, inquietanti apparizioni, continui presagi di morte.
La bambola spezza i suoi fili, si strappa i vestiti, vuole essere vera.
Sovvertire. Disubbidire. Infrangere ogni etichetta perchè tutto è sbagliato, tutto è passato, quindi bisogna fuggire da questo 'loop temporale'. 
Basta sfilare davanti al popolo come un manichino, basta reprimere ogni emozione, basta sorridere a comando.
A poca distanza, in antitesi, la tenuta Spencer in stato di abbandono, il luogo sicuro di un’infanzia da ridestare, una parte perduta di se stessa da ritrovare attraverso un disperato, utopistico tentativo di riavvolgere il nastro per ricominciare da capo la propria vita con scelte diverse.
Quella bambina felice non esiste più. Il posto delle fragole è marcito.
Va affrontata la realtà: l'umiliazione, il tradimento, il divorzio, lo scandalo, lo sdegno della regina madre.
Dopo la grande inquisizione sarà rogo o perdono?
Chi mangia, chi caccia e chi scappa.
Continui, ripetuti tentativi di fuga; un’ evasione da quella gabbia dorata che attanaglia in un perenne passato.
Quel 31 Agosto del 1997 fu proprio fuggendo che la principessa incontrò la morte, entrando per sempre nel mito. Omicidio o incidente?
Sandringham House  è un luogo stregato in cui < C' è solo un tempo. Il passato e il presente sono la stessa cosa e il futuro non esiste>.
Parole di un intenso sapore profetico. Diana infatti non avrà mai un futuro.

'Spencer' di Pablo Larrain

Larrain ritrae lo stato d’animo di Lady D, in quei tre giorni passati a Sandringham House per le festività natalizie del 1991, con quel velo di consapevolezza di tutto quello che in futuro accadrà.
La fine della favola della principessa del Galles è tristemente nota a tutti.
In Spencer il regista cileno immagina un continuo ‘stato d’assedio’ intorno alla figura di Diana che sembra sfiorare la follia.
In perenne allerta la donna sfila in un museo delle cere in cui viene spiata, giudicata probabilmente già condannata.
Quella collana di perle donatagli dal marito Carlo, che ne ha regalato un’altra identica a Camilla, stringe come un cappio intorno al collo, pare stia sul punto di strozzarla.
Larrain in questo psycho-horror fa continuamente perdere le coordinate, tinge tutto di ombre, spettri, opprimenti figure, orrorifici  sillogismi.
Lady Diana a Sandringham House sembra perdere il lume della ragione come Jack Torrence all’ Overlook Hotel.

'Spencer' di Pablo Larrain

Nelle stanze, lungo i corridoi i vivi si confondono con i morti.
Appare addirittura una celebre antenata della famiglia Spencer: Anna Bolena che, una volta incastrata, fu fatta decapitare dal marito Enrico VIII per poter sposare Jane Seymour.
Monito di un destino infelice. Una maledizione di famiglia. Diana come Anna?
Tutto il film è una proiezione di uno stato di alterazione mentale della principessa del Galles stanca di fingere una vita perfetta.
Rompere gli schemi. Uscire dalla bolla. Volare via.
La strada adesso è chiara davanti a lei.

mercoledì 26 gennaio 2022

'È STATA LA MANO DI DIO', di Paolo Sorrentino

 

E' STATA LA MANO DI DIO di Paolo Sorrentino


Vedi Napoli e poi vivi
 di Maddalena Marinelli

“A Napoli ognuno vive in una inebriata dimenticanza di sé. Accade lo stesso anche per me. Mi riconosco appena e mi sembra di essere del tutto un altro uomo. Ieri pensavo: O eri folle prima, o lo sei adesso” (J. W.Goethe)
 
L' abbraccio del piano sequenza su Partenope che si adagia sul golfo.
O’ tiempo a Napoli è irregolare, scorre a modo suo e ti confonde.
Passato, presente e futuro restano sospesi in un limbo incantato.
Anzitutto il passato. L’amarcord di Fabietto Schisa, ovvero l’adolescenza romanzata di Paolo Sorrentino nella Napoli degli anni '80 
In Fabietto c'è anche l'innocenza di un giovane Gep Gambardella destinato alla sensibilità e quella timida inquietudine stralunata dell' Elio di Chiamami col tuo nome che incerto ma audace procede nelle sue esplorazioni.
La famiglia, gli amici, l’amore, i riti di passaggio, l’abbandono; cosa ne sarà di me?
Il carrozzone dei parenti/freaks che sembrano degli allegri burloni ma invece sono tristi, rabbiosi. Sull'orlo della disperazione ognuno nasconde il suo dramma personale, ognuno scannerebbe quello che a tavola gli sta seduto accanto.

Filippo Scotti, Teresa Saponangelo, Marlon Joubert, Toni Servillo in 'E' stata la mano di Dio'

I genitori che quando siamo piccoli vediamo irreprensibili ed eterni e che invece non lo sono.
Possono sbagliare e possono andarsene all’improvviso.
Quando avviene perdi una parte di te e acquisisci una parte di loro, un lascito spirituale.
Non sarai mai più un figlio e ti rimarrà addosso uno smarrimento esistenziale.
Fellini ma forse più Troisi, il mito artistico che si manifesta come nume tutelare e un Capuano molto ‘concreto’ che nella mistica Piscina Mirabilis cazzia Fabietto esortandolo a cercare 'il conflitto' e gli ripete il monito: “Non ti disunire!”; ovvero restare fedele a tutto quello che nel bene e nel male ha fatto parte della sua crescita e trarne forza creativa. 
Non sottrarsi al dolore accettando un facile oblio ma accoglierlo ed elaborarlo altrimenti il Fabio/Paolo, futuro regista, non avrà mai nulla di valido da raccontare.
Maradona, il mito calcistico visto come l’arrivo del Messia che finalmente condurrà il popolo napoletano alla gloria, oltre a determinare la sorte del protagonista.
Panacea di tutti i mali. Maradona fa dimenticare agli Schisa e a tutti i napoletani le amarezze da ingoiare ogni giorno. 
La durezza della vita si dissolve magicamente nel sogno collettivo della vittoria di uno scudetto. E' l'illusione del riscatto, l'evasione da un presente deludente, quel filtro dorato per vedere la vita un po' più bella e concedersi una speranza.
“Maradona ha rappresentato per Napoli qualcosa di molto importante: è stato il riscatto, il vanto della città. Quello che ha fatto lui a Napoli lo hanno fatto solo i Borboni e Masaniello.” (Pino Daniele)
La realtà è scadente quindi si fugge nella superstizione, nel sogno erotico, nella magia del cinema, in un' eterna adolescenza, nel fascino dell'illecito, in un bagno, nella fede calcistica.
Il suo futuro Fabietto ancora non riesce a vederlo o non vuole più vederlo, dopo quel terribile  strappo ricevuto dalla vita.

Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Filippo Scotti in 'E' stata la mano di Dio'

Sorrentino ha voglia di evolvere e per questo nuovo inizio decide di condividere il suo vissuto emotivo, la sua visione impossibile, cercando di limitare gli orpelli tecnici ed estetici e di elaborare con più efficacia i suoi cari riferimenti felliniani.
Tutto questo è considerevole e rappresenta un atto importante per se stesso e per la sua carriera.
Ma Pinocchio non ce la fa proprio ad essere un bambino vero. 
Manca di autenticità anche quando si dichiara autentico.
Difficile mettersi a nudo, difficile liberarsi da un cinema disumano e onanistico, sovraccarico di così tanti e inutili simulacri.
Ed è ancora fumo negli occhi color Sorrentino e tutto sembra così speciale e commovente ma è solo l’illusione di un bravo burattinaio che spernacchia sul pubblico tronfio del suo operato sapientemente fasullo.
Nella ricerca formale non vi è alcun male a patto che ci sia un senso, una profondità celata e in Sorrentino questo accade ad intermittenza.
Sicuramente brillanti concetti ben definiti, perfettamente mirati  a colpire attraverso un’ articolata costruzione visiva.
Con pochi tratti metafisici il regista partenopeo è abilissimo nell’inquadrare un soggetto, una comunità, uno stato sociale, un’epoca avvicendando commedia a tragedia.
Le maschere sorrentiniane rappresentano solitudini, fallimenti esistenziali, pulsioni oscure, follie prorompenti.
Manca un senso di compiutezza. Tutto rimane frammentato e molti di questi frammenti sono superflui.
Picchi e discese. 
Film che funzionano a metà, tante scene ‘eccessive’ spacciate per altissime metafore, dialoghi farciti di frasi ad effetto che riecheggiano come vuote profezie.

Filippo Scotti e Ciro Capano in 'E' stata la mano di Dio'

Ostentazione inflazionata del corpo femminile che continua ad essere riproposto ogni volta attraverso un' attrice designata a scene di nudo integrale.
Ma cos’è questo continuo sbavare davanti ad un bel corpo di donna? 
Una citazione a Tinto Brass? Un omaggio alla commedia sexy all'italiana?
Il contrabbandiere Armando si fa lascivamente lavare nella vasca da bagno dalla procace sorella.
Fabietto desidera la zia e ha il suo primo rapporto sessuale con una donna che potrebbe essere la sua bisnonna. 
Un’altra grande metafora? Perché questo ‘famolo strano’ dal sapore incestuoso, questa inutile sordida scena  quando si poteva concepire altro per creare la scossa che farà uscire fuori dalla stasi del dolore il protagonista. 
Pensare sempre alla visione più improbabile per attirare l’attenzione, disorientare lo spettatore  con l’inaspettato nonsense.
In E' stata la mano di Dio si percepisce tutta l’indecisione tra il seguire una comunicazione visiva più vera o far detonare epifanie.
Si opta per una tediosa alternanza che danneggia soprattutto la seconda parte del film.
Sorrentino è più vero e lungimirante da monaciello dispettoso, quando persevera con l’illusione che quando affronta una narrazione reale, poichè finge anche dicendo la verità. 

domenica 28 novembre 2021

'ANNETTE', di Leos Carax

 

ANNETTE di Leos Carax

La roulette russa dello showbiz
di Maddalena Marinelli

“Qualora vogliate cantare, applaudire, piangere ridere o sbadigliare, siete pregati di farlo solo e unicamente nella vostra testa. Quella che viene richiesta è la vostra completa concentrazione, insieme al più assoluto silenzio”. (incipit del regista Leos Carax)

Henry e Ann si amano tantissimo, nonostante siano molto diversi.
Lei è l'apollineo; una celebre cantante lirica bellissima ed eterea che ogni sera 'salva' il suo pubblico.
Lui è il dionisiaco; un apprezzato stand-up comedian aggressivo e irriverente che ogni sera 'distrugge' i suoi spettatori.
L'elefante e la farfalla diventano la coppia più paparazzata del momento mentre le loro carriere artistiche volano sempre più in alto.

Marion Cotillard e Adam Driver in 'Annette' di Leos Carax

Il tutto trionfa in un matrimonio da cui nasce la piccola Annette, una creaturina molto speciale in cui si rifletterà  un amore genitoriale sbranato dal lato narcisistico e manipolatore di Ann ed Henry che finirà per oscurare e travolgere la fragile famigliola tra odio, tradimenti ed invidie.
L'inquietudine di Henry non sarà più così attraente ma diventerà pericolosa, soprattutto dopo il tracollo della sua carriera artistica.
L’infanzia di Annette sarà brutalizzata da una serie di tragici eventi.
La bimba verrà sballottata come un fantoccio da un palcoscenico all’altro da un padre che, una volta persa per sempre la sua popolarità, vuole sfruttare l’eccezionale talento della figlia.

'Annette' di Leos Carax

Carax padre dedica questo suo sesto lungometraggio alla figlia Nastya e con lei inizia il film, facendo intendere la presenza di un significativo riferimento autobiografico legato alla sua storia famigliare e alla moglie Katia Golubeva che si è tolta la vita nel 2011.
Annette non è solo un musical ma un ensemble di generi: dramma, commedia, noir, miscelati con sapienza e ricercatezza estetica.
Si affronta la crisi artistica e umana sfociando negli attualissimi temi delle molestie sessuali e del femminicidio.
Come in Holy Motors si  gioca tra simulazione e realtà svelando gli ingranaggi del mondo dello spettacolo.
Il cinema ansiogeno e futurista di Carax ci travolge in un turbine di immagini ed emozioni.
Un' esperienza visiva in cui ogni singolo fotogramma racchiude un senso. 
La purezza di un cinema sovversivo e destabilizzante che si spoglia di ogni narrazione convenzionale comunicando attraverso corpi, musica, epifanie, allegorie per descrivere lo stato delle cose presenti e darci alcuni scorci su possibili scenari futuri.
Un mattatoio visivo dove esplodono colori, parole, azioni.
L’urlo di Carax diventa in Annette musical irriverente dove sotto la pioggia non si balla ma si ammazza.
Un acquazzone non basta, ci vuole un diluvio universale.
Metacinema che punta il dito sullo star system tritacarne e sulla gogna mediatica.
Meraviglie ed orrori dell'identificazione con la propria arte.  

Marion Cotillard in "Annette' di Leos Carax

Apoteosi dell’amore che può essere soave e poetico ma anche brutale e osceno, mutando nel tempo in pulsione oscura.
Nella malinconica faccetta di Annette dalle grandi orecchie, si scorge il volto iconico e spaurito di un petit Denis Lavant che immancabilmente attraversa tutta l’opera di Carax in carne e ossa o evocazione.
Nella splendida sequenza finale Annette rivolgendosi al padre dirà: "Non hai più nessuno da amare", gettando le sue catene, emancipandosi dai suoi sciagurati genitori, si rivela nella sua compiutezza allo spettatore come portatrice di verità.
Non la vediamo più attraverso lo sguardo di Ann ed Henry.
Adesso libera dal suo simulacro, potrà scoprire se stessa e l’autenticità del mondo lontano dai rifletttori.

sabato 16 ottobre 2021

MAD MOVIES PARADE 5: LA FOLIE A DEUX

 


Duetti folli al cinema
di Maddalena Marinelli

In conflitto con la realtà circostante.
Vittime dello stesso malessere interiore.
Incompresi o privi di comprensione.
La folie à deux. Il malefico duo.
Uniti nella medesima visione del mondo.
Spinti dalla stessa anomalia verso la realizzazione di un folle progetto.
Il dominante e il sottomesso si completano  e si fomentano a vicenda.
La coppia psicopatica agisce per vendetta, per soldi, per compiere astrusi piani o per pura cattiveria.
Possono essere amici, fratelli, amanti, coniugi o due persone sconosciute unite dal fato verso medesimi oscuri intenti.
Manifestano le deformazioni psichiche inflitte sull’uomo dalla società e delineano nuove mitologie contemporanee.
Sono specchio di patologie, paure, desideri, crisi della realtà odierna.

Paul e Peter (Arno Frisch e Frank Giering)  in 'Funny game' (1997) di M. Haneke


Due ragazzi biondi dal candido faccino perfettamente accostato alla loro immacolata divisa bianca da golf.
Con un pretesto bussano alle porte di borghesi benestanti introducendosi, con un certo bon ton, in case dagli interni accoglienti e ben curati.
In realtà dietro queste ‘maschere’, da bravi ragazzi, si celano due giovani psicopatici invitati ad entrare, da ignare famigliole concentrate su come trascorrere le loro vacanze estive tra gite in barca, barbecue, tranquille serate tra amici.
Quando la porta si richiude  Paul e Peter iniziano il loro implacabile ‘funny game’, lento e perverso.
Una volta arrivati al game over si ricomincia con un'altra famiglia.
Nel cinema di Michael Haneke c’è sempre una minaccia, una violenza allo stesso tempo concreta e metaforica, in tutta la sua freddezza e determinazione, insita nell’uomo moderno.
Non siamo mai al sicuro dal male che ritorna indietro come un boomerang.
Una violenza annientatrice apparentemente senza alcun senso, che colpisce ciecamente ma che ha radici molto profonde da ricercare in un passato storico o individuale irrisolto.
Paul e Peter agiscono a favore di telecamera come a rendere complice il pubblico che osserva e partecipa ad una sorta di snuff movie in cui vengono seviziate e fatte fuori intere famiglie.
Critica ai mass media che morbosamente diffondono cruenti fatti di cronaca nera dandoli in pasto ai telespettatori senza alcun filtro, anzi esaltandone  i dettagli più macabri.

Sophie e Jeanne (Isabelle Huppert e Sandrine Bonnaire) in 'La cérémonie' (1995) di C. Chabrol


Una coppia di amiche.
Sophie e Jeanne si trovano, si capiscono, coalizzano perché si riconoscono nella medesima vita di emarginazione, di abusi, di ingiustizie.
Vite da cui non aspettarsi nessun riscatto sociale.
Allora le due donne, sulle orme delle sorelle Papin, per invidia o per vendetta scelgono di sfogare tutta quella rabbia e frustrazione repressa sulla famiglia Lelievre, colpevoli di essere ‘i padroni’, i ricchi borghesi dalla vita facile che con la loro arroganza si permettono quando e come vogliono di rovinare le già labili esistenze dei meno fortunati per un capriccio, per pura perfidia o solo perché hanno il potere di farlo.
Sophie e Jeanne caricano i costosi fucili da caccia del capo famiglia Georges e compiono, senza esitazioni, ‘la mattanza’ nel salotto della villa borghese, come nel 1789 il popolo della Rivoluzione Francese irrompeva nelle lussuose case dei nobili per massacrarli o trascinarli in piazza, sotto la lama della ghigliottina, in nome di ‘Liberté, Égalité, Fraternité’.
Il cinema indagatore di Chabrol s’insinua nel cuore ovattato del nucleo borghese per esplodere, annientare, rivendicare, trovare spazio ad impulsi per troppo tempo sopiti.
Rimanendo sul tema home invasion ma passando al puro e crudo horror del geniale Pascal Laugier, assaporiamo sconcerto e ribrezzo in: la donna del camioncino dei dolci e l’orco.

La donna del camioncino dei dolci e l'orco (Kevin Power e Rob Archer) in 'Ghostland' (2018) di Pascal Laugier 


Evocatori di una macabra e grottesca bellezza, sono davvero una stramba coppia di terrificanti aguzzini, sicuramente con indescrivibili traumi infantili alle spalle lasciati tutti alla nostra immaginazione.
Irrompono nella casa dove si è appena trasferita una madre con le sue due figlie scatenando tutte le più orribili perversioni sulle tre malcapitate.
Non sappiamo e non sapremo molto su questi stravaganti serial killer che rappresentano il male puro, la più contorta delle anomalie.
Degustano la violenza come normale routine, centellinandola e ripetendo i loro sadici rituali giorno dopo giorno sulle loro sfortunate vittime.
Inclassificabili; non hanno storia, non hanno nome, non parlano, non sembrano appartenere alla nostra realtà; carichi di un’ energia malefica ineluttabile come Latherface e la sua parentela di antropofagi sciroccati.
Assolutamente terrificanti, usciti fuori dalla versione claunesca della scatola di Hellraiser o da qualche folle, marcio anfratto di Rob Zombie.

Genesis e Bell (Lorenza Izzo e Ana de Armas) in 'Knock Knock' (2015) di Eli Roth


Evan Webber è un’altra vittima di un’invasione e devastazione domestica davvero bizzarra.
Questa volta sono due minute ragazzine le sadiche aguzzine che si accaniranno sull’ignaro padrone di casa, rimasto solo per il weekend.
Evan verrà prima sedotto e poi bastonato dalle scatenate Genesis e Bel.
Vere e proprie castigatrici. Per loro si tratta di ‘una missione punitiva’, contro i papini perbenisti che nascondono tradimenti e molto altro alle loro famiglie perfette.
Le due giovani psicopatiche, di volta in volta, mirano ad un devoto marito e padre di famiglia che sistematicamente non resiste alle loro avances sessuali per poi, dalle stesse, ricevere un’ esemplare punizione e la conseguente, definitiva rovina di quell’esistenza apparentemente senza macchia.
Eli Roth si allontana dal cruento horror di Hostel o di The Green per dirigere egregiamente questa dark comedy intinta di thriller, dimostrando di essere un autore eterogeneo, capace di destreggiarsi bene in altri generi.

Le sorelle Legnani (Pina Borione e Eugene Walter) in 'La casa dalle finestre che ridono' (1979) di Pupi Avati


Le sorelle Legnani sono una coppia di ‘pazzerelle’ dedite, fin da giovanissima età, a riti incestuosi con il fratello pittore a cui procuravano cadaveri da ritrarre.
Le due malevoli sorelle  sono abili seviziatrici e anche in tarda età continuano, in incognito, a praticare torture e sacrifici umani dedicati alla memoria del fratello morto suicida, i cui resti sono amorevolmente idolatrati e conservati in un apposito stipo.
Due orride streghe. Il più terrificante duo di serial killer in età senile.
Un ritratto meravigliosamente tetro, grottesco ed ostile della soleggiata Bassa Padania trasformata da Pupi Avati, maestro di un terrore arcano, in un desolante scenario di orrori celati.
Un villaggio di dannati in cui tutti condividono e preservano un macabro segreto.
Jerry Lundegaard è un altro finto marito devoto che dietro quella sua apparente mitezza e innocuità progetta il rapimento della moglie per costringere il ricco suocero a pagare un riscatto.

Gaear e Carl (Peter Stormare e Steve Buscemi) in 'Fargo' (1996) di Joel ed Ethan Coen


Jerry ha sempre condotto una vita al margine e adesso vuole elevarsi, pensa che sia arrivata la sua occasione.
L’uomo, incautamente, si affida alla coppia di sicari Gaear e Carl, maldestri ma soprattutto mentalmente instabili e parecchio sanguinari.
Ben presto quello che doveva essere semplicemente un rapimento, grazie alla mancanza di ogni logica, remora o minima organizzazione  da parte dei due balordi, finirà in una lunga scia di sangue dritta verso una cippatrice.
Dal talento registico e narrativo dei fratelli Coen, una tragicommedia dai toni grotteschi diventata ormai un cult.
Fargo è stato un punto di riferimento per molte opere filmiche successive, oltre a definire le basi su cui poggia la caustica poetica dei Coen.
Prediletto, quasi sempre come tema centrale, il tentativo di rivincita sociale di personaggi marginali che conduce ad una serie di funesti, strani eventi.
Lynch lo aveva già sviscerato in Blue Velvet o meglio ancora in Twin Peaks: la violenza, il male che si annida nella tranquilla, monotona cittadina di provincia dove non accade mai nulla, si conoscono tutti e, ovviamente, nessuno è quello che sembra.
L’uomo qualunque catapultato in qualcosa che si rivelerà incontrollabilmente fatale.

Roman e Minnie (Sidney Blackmer e Ruth Gordon) in 'Rosemary's Baby' (1968) di R. Polanski


Passiamo alla vorticosa metropoli, esattamente New York e a tutti i suoi possibili deliri.
Gli amorevoli coniugi Castevet sono una normalissima coppia di anziani borghesi in cerca di un giovane fertile grembo, in cui depositare il seme di Satana per dare origine all’Anticristo.
In questo folle piano cadrà l’ingenua Rosemary, che farà non poca fatica a capire di essere finita nelle grinfie di una congrega satanica i cui adepti sono gli inquilini del suo stabile.
Per il marito di Rosemary non è così grave aver donato un figlio a Satana in cambio del successo professionale e tutti sono euforici per la nascita del diabolico pargoletto,  che farà sprofondare il mondo in un inferno terreno carico di supplizi per noi tutti.
Rosemary si arrabbia un tantino e sbraita con un coltellaccio in mano ma poi, cuore di mamma, accetta quel bimbo così ‘speciale’dagli occhietti diabolicamente vispi.
Polanski realizza un perfetto horror psicologico racchiuso in confortanti interni borghesi.
Il male  non si manifesta attraverso un' esplicita e visibile entità ma subdolamente è insito in un contesto reale.
Nessun mostro, niente sangue, nessuna morte cruenta.
E’ straordinario come nulla di questo ‘orrore’ ci venga mostrato ma solo raccontato o suggerito dal mondo onirico e non per questo fa meno paura.

Fabio ed Elisa (Vittorio Gassman e Catherine Deneuve) in 'Anima persa' (1977) di Dino Risi


Un’affascinante ma alquanto decadente coppia di coniugi incastonata all’interno di un’antica dimora veneziana.
Quando il passare del tempo logora il sogno di un amore idealizzato si cerca una soluzione, una via di fuga non sempre comprensibile o da potersi ritenere sensata.
Circondati da silenzio e solitudine Fabio ed Elisa, per poter continuare la farsa del perfetto matrimonio borghese,  si sono allontanati dal mondo per isolarsi in un loro altrove, in cui si può manifestare liberamente il doppio.
Nelle stanze, senza tempo, della loro vetusta magione Fabio diventa il lascivo professore ed Elisa è la piccola Beba.
Un gioco illecito che lentamente sta trascinando entrambi verso un punto di non ritorno. Un segreto sempre più scomodo che attraverso la figura del nipote Tino si dovrà scontrare con un brusco risveglio alla realtà e all’impossibilità di continuare tale delirio.
Sullo sfondo di una Venezia tetra e misterica, un inedito Risi esplora la zona d’ombra, il baratro della follia nascosto all'interno di un apparato borghese.

Mickey e Mallory (Woody Harrelson e Juliette Lewis) in 'Natural born killers' (1994) di O. Stone


Figli di un’America maledetta, segnati e perduti in un abisso di abusi e disfatte Mickey e Mallory sono destinati ad essere assassini nati, uniti nel sangue, selvaggi giustizieri da aggiungere a quello zoo televisivo già gremito di ‘fenomeni’ da esibire ad un pubblico ingordo di atti cruenti, in un rapporto perverso tra violenza e mezzi di comunicazione.
Sono una versione potenziata di Bonnie e Clyde. 
Implacabili. 
Uccidono per il piacere di farlo. 
Angeli della morte affascinanti e nefasti per tutti coloro che incroceranno la loro strada. 
Simbolo e conseguenza di quel degrado morale che cresce ai margini del benessere economico made in USA.
Dai rimasugli di un american dream infranto Mickey e Mallory vogliono trascinare tutto e tutti nel loro caos di rabbia, rancore e odio. 

Claude e Marie (Léa Seydoux e Sara Forestier) in ' Roubaix, une lumière' (2019) di A. Desplechin
 

Roubaix, terra di nessuno, una delle città più povere della Francia con un altissimo tasso di disoccupazione e di criminalità
Assassine per caso o per noia Claude e Marie sono due ragazze interrotte, prive di empatia.
Due tossicodipendenti che una notte progettano di entrare nella casa della loro anziana vicina per derubarla di poche cose senza valore.
Senza un motivo preciso decidono di strangolare la donna perché nel quadro delle loro squallide e brutali esistenze probabilmente è un gesto a cui non dare troppa importanza.
Nella terra lacerata di una città lasciata alla deriva, la devastazione morale avanza.
Roubaix sembra una landa postapocalittica  in cui dei disperati provano a sopravvivere come possono, perdendo la cognizione del bene e del male.
Claude e Marie sono una coppia di sbandate che si dividono un tugurio e una dose.
Non hanno nulla da perdere. Si uniscono nel male diventando, allo stesso tempo, vittime e carnefici.

"Tante cose si fanno per il bene degli altri che diventano il male degli altri e il proprio."
(Leonardo Sciascia)