domenica 19 ottobre 2014

FRANK di Lenny Abrahamson

           
                                                    MAD NEWS
FRANK nelle sale italiane dal 13 Novembre 2014

La vita è uno stato mentale
di Maddalena Marinelli

Chi è Frank? Anzi, cosa rappresenta?
La celebrazione della creatività allo stato puro oltre ogni limite.
Voglia di esprimersi senza riserve. Uno stile di vita e di musica alternativo.
Un rivoluzionario messia, una stella cometa che tutti seguono pensando di arrivare ad uno scopo ma invece questo punto d’arrivo non esiste nella bizzarra esistenza di Frank o non è così importante che ci sia.
Quando Frank viene condotto verso un traguardo fa di tutto per non raggiungerlo o distruggerlo perché dietro a quella ridicola testona di cartapesta c’è la disarmante  genialità incosciente di un Forrest Gump o di uno Chance Giardiniere.
Talento artistico, profonde metafore, illuminanti percorsi creativi oppure soltanto i risultati, i meravigliosi deliri di un’ instabilità mentale?
In un mondo che è portato a vedere ciò che vuole più che ciò che è, colui che si potrebbe definire un ritardato è scambiato per un genio, un sensibile e arguto osservatore dalle avveniristiche intuizioni musicali.
Perché non potrebbe esserlo?


Michael Fassbender e Domhnall Gleeson

Ed ecco come i social network possono distorcere la realtà e far diventare celebre qualcuno non per doti artistiche ma per comportamenti strampalati.
Joe è un aspirante musicista con una mediocrissima ispirazione.
Conduce una vita monotona nel vano tentativo di comporre canzoni fino a quando incrocia sulla sua strada la band dei Soronprfbs e conosce il suo misterioso leader Frank, un uomo dall’ingegno creativo fuori dai parametri, dall’esagerato ottimismo  e dalle mille idiosincrasie che non si sa per quale motivo nasconde il suo volto dietro un ingombrante mascherone carnevalesco.
Sperimentazione o demenzialità? Il ricordo vola alle indimenticabili canzoni che Phoebe cantava in Friends: “Gatto rognoso, bel gattone, tu puzzi come un caprone….”
Joe s’illumina d’immenso e fugge con il gruppo di musicisti squilibrati e molto sperimentali (o demenziali) per registrare un album  sperando di arrivare al sospirato successo ma rendendosi conto che la musica fa bene all’anima e questo può bastare per sentirsi appagati.

Maggie Gyllenhaal e Michael Fassbender nel film "Frank"

In effetti il gruppo di outsider, quasi tutti con ricoveri psichiatrici alle spalle, non vuole raggiungere il successo a tutti i costi.
Sono semplicemente persone appassionate di musica che si aiutano a vicenda facendo quello che amano fare e Joe, insinuandosi con le sue vuote ambizioni di fama, distruggerà questa piccola folle armonia senza capirla, fino a quando scoprirà quel mondo ‘diverso’ celato dietro la maschera di Frank.

Michael Fassbender nel film "Frank"
Una commedia dalle molteplici anime, davvero bizzarra ed imprevedibile presentata al Sundance Film Festival 2014 e in anteprima italiana al Biografilm Festival di Bologna.
Frank  è un film in cui non puoi far altro che lasciarti trasportare aspettandoti di tutto. Molti spunti, molte impennate in una miscela di humour e dramma.
E’ come assistere ad un’improbabile fusione tra Ken Loach  e Wes Anderson.
Un’originale riflessione sul rapporto tra genialità e follia, sul fragile universo parallelo creato dalle persone che vivono un disagio mentale rischiando di rimanere incomprese e schiacciate dal confronto con il mondo reale. 

domenica 28 settembre 2014

Il villaggio: mortifera coscienza collettiva




La comunità alla deriva mentale
di Maddalena Marinelli

“La follia è nei singoli qualcosa di raro ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola.”
(Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, 1886)

Cosa può accadere quando numerose menti si coalizzano in un perverso ideale collettivo?
La personalità individuale scompare, si crede in una realtà illusoria a cui tutti si convertono per distruggere un cosiddetto nemico.
Uomini senza più un volto. Come un contagio la ‘mente di gruppo’ prende dominio.
Una completa sottomissione della volontà, ed ecco crescere l’ardore spirituale del fanatismo al servizio di una causa: la violenza di strada, la demonizzazione e la persecuzione delle minoranze, lo zelotismo politico o religioso.
La folla diventa il più terribile dei carnefici, ‘il diverso’incarna mali e colpe che verranno riscattate immolando la sua carne.

"Rosemary's Baby" (1968) di Roman Polanski

Il complotto, la setta che si accanisce contro un’ignara vittima.
Celeberrimo esempio  la congrega malefica di Rosemary's Baby - Nastro rosso a New York che trama alle spalle della mogliettina color pastello emblema di quella società americana tradizionale e ingenua ricolma di ideali e speranze.
Dietro il perbenismo dell’alta borghesia newyorkése c’è puzza di zolfo.
Il progetto a cui si dedicano tanti simpatici ed educati vecchietti è quello di trovare una giovane ragazza per far nascere l’Anticristo.
L’innocente Rosemary, chiusa nelle sue illusioni infantili, non vede e non accetta la terribile verità fino a quando non  guarderà gli occhi diabolici del suo pargoletto. 
Quel suo mondo di mieloso candore sarà spazzato via per sempre.

"The Village" (2004) di M. Night Shyamalan

C’è chi gode all’idea di trasformare il creato in un luogo caotico e sanguinario e chi si prodiga per ricomporre una specie di 'eden' incontaminato dal male come gli anziani di The village. Un piccolo villaggio separato dal resto del mondo da un misterioso anello di bosco dove vivono mostruose creature innominabili che non amano gli sconfinamenti.
Preservando questa credenza nessuno osa andare oltre l’ignoto e chi ha dato vita a questo microcosmo incantato, per fuggire da una società violenta, diventa carceriere di tutti gli altri abitanti che vivono nell’incosapevolezza.
Un concentrato di stilemi delle favole più antiche che ci hanno appassionato e spaventato nell’infanzia.
L’illusione di un luogo immutabile. La paura come strumento di potere e controllo.

"Il nastro bianco" (2009) di Michael Haneke

L’apparente monotonia di una bucolica cittadina protestante tedesca viene turbata da terribili eventi. Nel film Il nastro bianco quelli che inizialmente si presentano come incidenti si riveleranno atti rigorosamente progettati. Orribili punizioni inflitte ad alcuni membri della cittadinanza. Una serie di omicidi, depravazioni, sevizie.
Nessuno trova né la ragione né i colpevoli. Solo una terribile intuizione.
Il distacco emotivo, l’annichilimento delle pulsioni, l’inflessibile  sistema educativo dei padri hanno raggelato e aberrato irrimediabilmente il cuore dei figli ossessionati  nel perseguire purezza e virtù lungo un percorso ormai  travisato.
I bambini ormai diventati branco, attraverso una sorta di gioco perverso, riproducono i meccanismi di sopraffazione del mondo adulto.
Dietro convenzioni ed omertà si nasconde il frutto deviante raccolto dai più giovani svezzati dagli anziani sul modello di autorità, sopruso, intolleranza, ed espiazione.
Una metafora, il germoglio della futura Germania nazista.

"Dogville" (2003) di Lars von Trier

E’ risaputo che nei piccoli paesi la vita è più tranquilla e le persone sono genuine, operose ed ospitali. Quando la fuggiasca Grace, bisognosa d’aiuto, arriva nella sperduta Dogville trova tutta brava gente pronta ad accoglierla nella piccola, povera ma dignitosa comunità. Aria buona, statuine di ceramica, crostate di frutta.
Questo delizioso paradiso si tramuterà in un sadico inferno.
Molto presto la luce del radioso paesello cambia, anzi, svanisce e le ombre nascoste dentro gli abitanti di Dogville sono pronte ad accanirsi sulla ‘creatura fuori posto’ nel peggiore dei modi, attraverso le umiliazioni e le violenze più crudeli innescando le dinamiche della segregazione, dell’esclusione, dell’abuso e del sopruso giustificati da un’etica depravata.
La sopraffazione collettiva, nei confronti del diverso,  si scatena nell’infliggere un supplizio condiviso.
Dopo tali vessazioni, avendone la possibilità, la vittima non esita a trasformarsi in angelo sterminatore. Senza Dogville il mondo sarà un posto migliore.
Grace ne è convinta mentre assiste e partecipa alla fredda esecuzione di un’intera comunità, bambini compresi. Siamo sicuri di conoscere e di saper distinguere così nettamente il bene dal male e di non essere capaci di compiere abominevoli atti?
Il cinema atrocemente indagatore di Lars von Trier, con i suoi estremismi, ci pone questi interrogativi ribaltando e ricreando i dogmi morali.

"La donna perfetta" (2004) di Frank Oz

E se per raddrizzare le storture della società utilizzassimo la scoperta tecnologica creando una collettività ideale? Nella pacifica Stepford di La donna perfetta le mogli sono tutte sorridenti casalinghe soddisfatte e gli uomini mariti serviti e riveriti.
Non esiste nessun dissidio o malessere.
Un’altra grande menzogna alimentata da uno scienziato/capovillaggio (che si scoprirà essere incredibilmente una donna) motivata da un folle ideale contro l’emancipazione femminile.

"Calvaire" (2004) di Fabrice Du Welz

Se a Stepford non mancano le donne l’oscura comunità rurale di Calvaire è formata esclusivamente da uomini rozzi e bestiali. Condotto da un’infida nebbia Marc finirà preda di Bartel e di un branco di stranissimi individui all’interno di un piccolo brutale universo in cui il genere femminile non sembra mai esistito. 
Gli animali hanno sostituito il ruolo delle mogli.
Tutti vivono nel ricordo di un’unica donna fuggita da molto tempo che per qualche bizzarro motivo identificano follemente  nel forestiero Marc, pensando che Gloria sia tornata a casa.
L’abbrutimento psichico causato da un profondo stato d’isolamento. 

"La comunidad" (2000) di Alex de la Iglesia

Lasciando boschi e montagne non è che in città la situazione migliori. Che ne pensate del lato oscuro di chi ci abita accanto?
Nella grottesca commedia La comunidad - Intrigo all'ultimo piano un condominio cova avidi mostri camuffati da affascinanti single, vecchie zitelle, nerds pervertiti.
Tutti con l’unico obiettivo di  mettere le mani sulla vincita al totocalcio di un povero pensionato morto blindato nel suo appartamento, terrorizzato dalle cattive intenzioni dei suoi vicini di casa. Quando l’agente immobiliare Julia s’impossessa del malloppo inizierà un vero e proprio linciaggio. Impossibile scappare dal malefico fabbricato.

"La quinta stagione" (2012) di Peter Brosens e Jessica Woodworth

Homo homini lupus e natura che si ribella, con risvolti apocalittici, in La quinta stagione , fiaba cupa e surreale in cui una piccola collettività agreste rimane bloccata in un inverno senza fine.
Le api scompaiono, le mucche non danno più latte e la terra non germoglia.
Quando la ragione vacilla, la fame dilania, la paura non trova più sfogo ecco affidarsi a riti e superstizioni distorti dall’arroganza e dalla violenza della natura umana.
La setta alla ricerca del capro espiatorio che ovviamente sarà identificato nello straniero da sacrificare affinché la sventura si allontani.
Indossando delle maschere, per  alienarsi dalla propria coscienza, ormai si muovono all’unisono quando lo trascinano sulla collina per bruciarlo sul rogo.
Lo sfacelo più grande è sempre quello occultato dentro di noi.


giovedì 31 luglio 2014

LA FINE DEL MONDO #3: Abel Ferrara, quell'eterno regno del male





Devastazione contemporanea
di Maddalena Marinelli

“L’importante è agitarsi” (Abel Ferrara)

L’umanità è immersa nel dolore. Il cinema di Abel Ferrara sputa sangue.
Una perenne apocalisse sociale in cui uomini incattiviti si divorano a vicenda senza più nessun ordine e controllo. Prostitute, barboni, trafficanti di droga, piccoli delinquenti, killer, artisti in crisi calati nelle tenebre senza alcuna luce che possa rischiarare, ripulire l’orda criminale.
Reietti della società alla ricerca di se stessi in una labirintica metropoli ostile, straripante di crudeltà.
Una violenza che anche quando non esplode si respira nell’aria, per le strade e infetta tutto quello che tocca.
Anche i buoni, dopo aver subito soprusi, diventano spietati carnefici come la timida e dimessa Thana che si trasforma in un’implacabile giustiziera della notte in L'angelo della vendetta.
Urgenza convulsiva. Una regia sporca,  istintiva con spolverate ironiche.
Tutto pulsa in visioni potenti, abissali, senza compromessi.
Un male tellurico che inghiotte l’uomo. Un male che ha una fantasia illimitata.
La fede appare ad intermittenza. Forse ti salva, forse no ma offre una speranza di redenzione.
Intanto le anime marciscono e la dannazione si espande come un virus mortale:  “La nostra droga è il Male e la nostra propensione al Male risiede nella nostra debolezza. Non è cogito ergo sum, ma pecco ergo sum” (The Addiction, 1995)
In The Addiction la protagonista Kathleen, dopo  essere stata morsa da un vampiro, diviene consapevole che la vita è anzitutto aggressione e volontà di annullamento di ogni altro essere.

"4:44 Last Day on Earth" (2011) di Abel Ferrara

Un male che si deve compiere fino in fondo con poche possibilità di essere estirpato.
Paradossalmente proprio in 4:44 Last Day on Earth, il film in cui Ferrara affronta più esplicitamente la fine del genere umano, alleggia un’atmosfera meno cupa del solito. L’amore ci salva dalla catastrofe e il drammatico fato viene accettato serenamente forse perché è la vita ad essere il vero inferno e nulla potrà essere peggio di questo.
I protagonisti hanno la consapevolezza che tutto finirà tra poche ore ma non si scatena nessuna reazione aggressiva. Anzi, la cupa metropoli ferrariana stracolma di violenza, sangue e vendetta tace in un rintanamento spirituale.
L’attesa del totale annientamento quieta ogni impulso malvagio e obbliga alla riflessione azzerando l’azione.
Ma per Ferrara è solo un intervallo; un respiro in superficie per ripiombare il prima possibile, ancora più ferocemente, nell’abisso della dissipazione.
In Welcome to New York il corpo bulimico di  Devereaux divora e distrugge senza sosta.

"Welcome to New York" (2014) di Abel Ferrara

Dopo la fine ricomincia l’inferno. E’ questa la vera apocalisse a cui l’uomo non può sottrarsi: il perpetuarsi della perdizione.
“Le cose non cambieranno mai” dice Deveraux, “nessuno vuole essere salvato davvero!”. Una metempsicosi del cattivo tenente con ossessioni ancora più turpi. Dall’atto autodistruttivo si passa al crimine sul prossimo.
La presunzione del potente a cui nulla può essere negato.
Il sopruso sulla donna, sulla famiglia, sulla società, sulla libertà, sullo stesso cinema.

Willem Dafoe in "Pasolini" di Abel Ferrara

Il turbine del male è davvero senza fine? Dopo tutti i gironi infernali cosa profetizzerà l’atteso Pasolini di Ferrara? Quell’umanità appestata, quel malsano vivere, quella disperazione, quel Pasolini che in versione psichedelica e splatteriana si è pur sempre rivelato in tutto il cinema ferrariano.
Siamo tutti in pericolo.
“I vari casi di criminalità che riempiono apocalitticamente la cronaca dei giornali e la nostra coscienza abbastanza atterrita, non sono casi: sono, evidentemente, casi estremi di un modo di essere criminale diffuso e profondo: di massa.”
(Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane 1976)

giovedì 12 giugno 2014

MAD GALLERY 2


Volti e luoghi di alienazione
di Maddalena Marinelli


“Matto. Affetto da un alto grado di indipendenza intellettuale; non conforme ai modelli di pensiero, parola e azione, che la maggioranza ricava dallo studio di se stessa. In poche parole, diverso dagli altri.”
(Ambrose Bierce, Dizionario del diavolo, 1911)

                  Giacomo Balla, “La pazza”, 1905, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna


Tra il 1902 e il 1905 Giacomo Balla realizza il ciclo dei viventi dedicata a tutti coloro che vivevano ai margini della società. Questa scelta tematica si può ricondurre all’adesione dell'artista all’idealismo sociale dell’amico poeta Giovanni Cena. Determinanti sono anche i contatti con Cesare Lombroso.
La fase pre-futurista di Balla è incentrata sulla ricerca di un realismo sociale espresso attraverso la tecnica del Divisionismo alla quale si avvicina a partire dal 1893 con il suo arrivo a Roma. Si interessa ai temi popolari, al mondo dei poveri, al paesaggio urbano.
La donna ritratta è Matilde Garbini, una malata mentale vicina di casa del pittore. Nell’espressione del volto e nella contorta postura del corpo Balla coglie la drammaticità di uno stato psichico alienato in un tranquillo contesto casalingo.
 I delicati colori e la luce del giallo retrostante la figura femminile concedono uno stato di quiete.
La donna si trova in controluce sulla soglia di una porta finestra mentre con un gesto o un’ espressione del volto sembra voler comunicare faticosamente qualcosa che rimarrà celato allo spettatore. 


“La pazzia è come il Paradiso. Quando arrivi al punto in cui non te ne frega più niente di quello che gli altri possono dire... sei vicino al cielo.” (Jimi Hendrix)


                               Francisco Goya, “El patio de una casa de locos”, 1794, Dallas, Meadows Museum


Un piccolo ma straordinario dipinto ad olio su ferro stagnato realizzato dopo il 1792 quando il celebre  artista spagnolo venne colpito da una misteriosa malattia che lo lasciò fisicamente debilitato e permanentemente sordo. Durante la lunga convalescenza Goya si dedicò a lavori di piccolo formato che danno più spazio alla fantasia e all'invenzione: “Sono riuscito a fare osservazioni che di solito non sono consentiti nelle opere commissionate ".
Un dipinto non certo da presentare a marchesi o conti. Un’immagine allo stesso tempo surreale e grottescamente realistica che denuncia la situazione di desolazione e totale abbandono in cui si trovavano i malati mentali.  
Francisco Goya vide questa scena quando si trovava a Saragozza.
Un cortile che ospita un gruppo di alienati. Il malato di mente veniva trattato come un criminale comune ed era normale intervenire con azioni punitive nei suoi confronti.
Una visione inquietante di uno stato di sofferenza.
Un dipinto dai toni rarefatti in cui i protagonisti emergono da altissime e cupe pareti. La luce del sole rimane irraggiungibile, non entra nel cortile. L’ uomo sulla sinistra sembra guardarci con espressione disperata  e urlante. Due uomini al centro lottano completamente nudi mentre il loro carceriere li batte. Come sempre Goya riesce a cogliere gli aspetti umani più oscuri e sadici della vita mai solo quelli retorici.


“La vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia…”
(SALLY, Vasco Rossi)


                          Johann Heinrich Füssli,La Follia Di Kate”, 1806-1807, Francoforte, Goethe-museum


L’ inclinazione per il lato oscuro e perturbante si snoda come  filo conduttore di tutta l’ opera di Johann Heinrich Füssli. S’incarna, in particolar modo, nelle figure femminili, dipinte sia con fattezze di dolci fate sia come crudeli ed erotiche "femmes fatales" o come vittime innocenti perseguitate da mostruose creature notturne.
Il soggetto rappresentato è un personaggio della lirica The Sofa contenuta nel poemetto The task del poeta inglese William Cowper.
Kate è una giovane domestica innamorata di un marinaio la cui scomparsa in mare scatenerà in lei la follia.  Impazzisce di dolore rendendosi conto che il suo amato non farà più ritorno.
Kate ha tutte le tipiche caratteristiche del personaggio romantico concependo l’amore come assoluto, divorante e totalizzante fino alle estreme conseguenze.
La follia come eccesso passionale.
Füssli crea il riflesso esterno di una psiche che sta andando alla deriva.  
Gli occhi spalancati ci guardano con smarrimento e terrore, la bocca è semiaperta, la postura è innaturale. Il gesto della mano, seppure esitante, allude al mare causa del suo dolore.  E’ colto il momento culminante della follia che esplode come la tempesta alle spalle della ragazza, ormai irrefrenabile.


“Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell'uomo più passione che ragione perchè fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso”.
(Erasmo da Rotterdam)


Pieter Bruegel il Vecchio, “Margherita la pazza” (o Dulle Griet),1561, Anversa, Museo Mayer van den Bergh - particolare


Da Raffaello a Guercino e ancora  Simone Martini, Parmigianino, Andrea del Sarto, tanti la dipinsero spesso come una bellissima ragazza. "Dulle Griet" è una figura del folklore fiammingo personificazione della strega, allegoria dell'avarizia.
Una versione popolare e riadattata della figura di Santa Margherita d'Antiochia che sconfisse il demonio. Sotto il regno dell'imperatore Massimiano, feroce persecutore dei cristiani, in Antiochia di Pisidia una fanciulla di nome Margherita fu condannata a morte e martirizzata a causa della sua fede in un unico Dio. Nella cella durante la notte, secondo la leggenda, il diavolo sarebbe apparso a Margherita e l’ avrebbe ingerita viva. Ma lei, grazie  alla croce che aveva in mano, squarciò da dentro il ventre del mostro e si liberò. Per questo divenne la protettrice delle partorienti.
La sua memoria sopravvisse nelle leggende popolari trasformandosi, a poco a poco, da quella di una bella ragazza in fiore in quella di una strega capace di sfidare l'Inferno.
Bruegel la rappresentò al centro del dipinto come una vecchia invasata dal gigantesco corpo allampanato. Armata e in corsa  si dirige verso la bocca antropomorfa degli inferi con un ricco bottino.
Un monito per quanti insistono nel vizio al punto da perdere la ragione.
L’associazione della follia alla colpa e allo scatenamento del demoniaco.

   Pieter Bruegel il Vecchio, “Margherita la pazza” (o Dulle Griet) 1561
Attorno a Dulle Griet si svolge un abnorme sabba collettivo.
Vi sono scene di distruzione in una città, conseguenza di un attacco portato plausibilmente dalla strega stessa e dal suo passaggio.
Figure mostruose popolano tutto il dipinto. Il colore dominante è il meraviglioso rosso delle fiamme. Ogni mostruosa creatura e ogni oggetto rimandano a simboli magici e alchemici nascosti nell'umanità scanzonata e sgangherata del popolo.
Una figura chiave è il gigante che, poco sopra il centro del dipinto, regge sulla schiena una barca con la sfera e con un mestolo di ferro rovescia monete dal suo deretano a forma di uovo dal guscio rotto. Si tratta forse dell' opposto di Dulle Griet, che getta indifferente alla folla le ricchezze che essa invece raccoglie con avidità.
Un richiamo all'inutilità dell'accumulare beni materiali.
Evidenti sono i debiti verso Hieronymus Bosch. Margherita la pazza è il seguito, la coda dell’opera La Nave dei folli.
Molto probabilmente  lo stesso committente chiese un dipinto nello stile del defunto maestro.  


“Tutti siamo scienziati pazzi, e la vita è il nostro laboratorio. Tutti stiamo sperimentando per trovare un modo di vivere, per risolvere problemi, per convivere con pazzia e caos”. (David Cronenberg)

 Vincent Van Gogh, “Il dormitorio di Saint-Paul”, 1889, collezione privata

L'8 maggio 1889 Van Gogh, accompagnato dal pastore Salles, entrò volontariamente nella Maison de Santé di Saint-Paul-de-Mausole, un vecchio convento adibito a ospedale psichiatrico a Saint-Rémy-de-Provence, a venti chilometri da Arles.
«Osservando la realtà della vita dei pazzi in questo serraglio, perdo il vago terrore, la paura della cosa e a poco a poco posso arrivare a considerare la pazzia una malattia come un'altra» (V. Van Gogh)
L’opera raffigura l’interno del manicomio, il quale, al contrario dell’architettura esterna e della campagna che lo circondava, era abbastanza deprimente.
Il dipinto trasmette lo stato di abbandono in cui erano lasciati i pazienti.
Il lungo corridoio con i letti dei degenti e in primo piano un gruppetto di persone dimesse raccolte intorno ad una stufa giorno dopo giorno in eterna attesa.
« [...] Quelli che sono in questo luogo da molti anni, a mio parere soffrono di un completo afflosciamento. Il mio lavoro mi preserverà in qualche misura da un tale pericolo. » (Lettera a Théo van Gogh, 25 maggio 1889)
Vincent non si coricava nel dormitorio. Aveva a disposizione due camere di cui una per lavorare alle sue tele. Gli era permesso dipingere fuori dal manicomio accompagnato da un sorvegliante e si manteneva in contatto epistolare con il fratello che gli spediva libri e giornali. Durante la sua permanenza a Saint-Paul-de-Mausole tentò diverse volte di avvelenarsi con i colori e il petrolio.


giovedì 6 marzo 2014

LA CREATRICE - Camille Claudel 1915, di Bruno Dumont

CAMILLE CLAUDEL 1915 di Bruno Dumont

L’internata della società
di Maddalena Marinelli

“Non è senza rimpianto che ti vedo spendere il tuo denaro in un manicomio. Del denaro che potrebbe essermi utile per fare belle opere e vivere piacevolmente!”
(lettera alla madre dal manicomio di Montdvergues, 18.02.1927)

Camille Claudel a vent'anni


La scultrice francese Camille Claudel rimase reclusa per trent’anni in una casa di cura psichiatrica solo perché era un personaggio scomodo; perchè aveva manifestato segnali di depressione dopo la fine della sua lunga relazione clandestina con Auguste Rodin vedendosi negata ogni speranza di matrimonio.
A Camille non era concesso nemmeno di rammaricarsi troppo per un amore finito. Per la scultrice inizia un periodo difficile. Si isola nel suo studio. Accusa Rodin e la sua banda di averle rubato idee e bozzetti. Distrugge molte opere. A questo punto, per la carriera di Paul Claudel e del cognato magistrato, avere parentele con una ‘pazza’ in circolazione è una pessima pubblicità.
Dopo la morte del padre, l’unico sostenitore della ragazza, la famiglia Claudel procede. Lasceranno che Camille marcisca a tempo indeterminato in un manicomio. Diagnosi: “E’ affetta da delirio sistematico di persecuzione basato principalmente  su false interpretazioni  e fantasie”.
La madre e la sorella non si preoccuperanno mai di fargli visita.
L’unico a mantenere un legame con lei, seppur discontinuo negli anni, sarà suo fratello Paul Claudel a cui Camille aggrappò l’ultima speranza di poter un giorno tornare nel mondo, al lavoro nell’amato atelier ma gli fu negato per sempre di proseguire il suo percorso artistico.


Camille Claudel nel suo atelier accanto all'opera "Persée et la Gorgone"

L’amato piccolo Paul ha nutrito sentimenti molto contrastanti nei confronti della sorella, riconoscendone il grandissimo genio ma parallelamente evidenziandone, secondo lui, i tanti limiti: “ Il mestiere dello scultore è, per un uomo, una specie di sfida continua al buon senso, per una donna sola e col temperamento di mia sorella è pura e semplice impossibilità” (Paul Claudel)
Allieva, musa, amante, coadiutrice e rivale. Quanto avrà influito il talento, la creatività, l’intuizione della giovane Camille sull’opera di Rodin?
Certamente l’apprendistato in un atelier si basava su reciproche concessioni tra maestro e allievo, per questo è difficile stabilire con certezza chi sia il vero autore di molte opere.
Lavoravano tutti i giorni insieme usando gli stessi modelli.
Rodin ha una profonda stima per la sua assistente. La consulta su tutto.
Mani e piedi di molti personaggi sono lasciati all’abilità, al tocco della scultrice durante il lungo tormentato periodo di simbiosi artistica e sentimentale terminato nel 1895.
"Ha una natura profondamente personale, che attira per la grazia ma respinge per il temperamento selvaggio." (Auguste Rodin)


Camille Claudel 1915 di Bruno Dumont

Inverno 1915. Sud della Francia. Montdevergues, un manicomio abbarbicato in cima ad una collina. Camille Claudel è prigioniera di interminabili giornate sempre uguali circondata da malati di mente che a volte accudisce e a volte allontana bruscamente.
Un lungo incubo senza fine raccontato con rigore essenziale dal regista francese Bruno Dumont che gira il film  in una vera casa d'accoglienza nei pressi di Avignone circondando, la protagonista, Juliette Binoche di autentici degenti psichiatrici.
Dumont vuole ricreare e trasmettere il dolore dell’anima di Camille. Vuole che risuoni ovunque, anche nel silenzio.
Rilascia un principio immateriale, alimenta un’aura magica e spirituale che comunica col pubblico senza troppe parole o costruzioni visive.
Il richiamo dell’arte si riaccende sempre e Camille cerca di disegnare fiori, prende una pietra in mano oppure tenta la modellazione di una zolla di terra che forse le ricorda come da bambina amava plasmare l’argilla rossa a casa del nonno a Villeneuve.
Questi piccoli tentativi di riavvicinarsi alla creazione artistica si spengono nella più grande disperazione di chi vorrebbe volare ma gli sono state tarpate le ali.

Camille Claudel (Juliette Binoche) nel film di Bruno Dumont

Non può più scolpire. Osserva la desolazione, la natura, i piccoli rituali quotidiani di malati e inservienti. Prega convulsamente nella piccola chiesa, piange improvvisamente, ride, sviluppa manie di persecuzione. Accusa ancora Rodin di tutte le sue sciagure. Si convince che vogliono avvelenarla ma anche la persona più integra impazzirebbe presto allontanata dal mondo, dai suoi sogni e nel quotidiano contatto con veri malati mentali.
In manicomio il tempo si trasforma in un’ interminabile attesa.
Camille attende per mesi, per giorni la visita del fratello preparando parole adatte.
Si ripete in testa quella maledetta arringa finale sperando di essere compresa, di poter vivere la sua vita in una modesta casa di campagna ma Paul Claudel aveva già emesso la sua condanna nei confronti della sorella e non gli permetterà mai più di uscire.
L’internamento era una punizione per una vita troppo emancipata o, secondo i dogmi morali di Paul, un meritato castigo per un aborto avvenuto durante la relazione con Rodin. 

Camille Claudel (Juliette Binoche) nel film di Bruno Dumont

Così la società dell’epoca confina a vita questa ‘creatrice’, personalità femminile unica, talentuosa e appassionata. 
“E’ lo sfruttamento della donna, l’annientamento dell’artista alla quale si vuole fare sudare persino il sangue. Tutto ciò in fondo viene dal cervello diabolico di Rodin.”

(lettere al fratello dal manicomio di Montdvergues, 03.03.1930)