mercoledì 24 maggio 2023

LA GENITRICE PSICOTICA #5: ‘BEAU HA PAURA’, di Ari Aster

                                                                          

                                                             SPOILER

'BEAU HA PAURA' di Ari Aster

Viaggio al centro della psiche

di Maddalena Marinelli

“Nulla infonde più coraggio al pauroso della paura altrui.” (Umberto Eco)
 

Paura di vivere, paura di morire, paura di decidere, paura di amare, paura della malattia, paura dell’altro, paura di provare piacere.

Beau Wassermann è un perfetto concentrato di tutte le ansie e le fobie esistenti.

Nella sua mente si affollano gli scenari più distopici.
Morire per mano di criminali psicopatici, per un medicinale assunto senza acqua, per la puntura del ragno violino, per una macchina che ti investe, per un fulmineo malore causato dal raggiungimento di un orgasmo.
Un profondo disagio esistenziale. Una vita mai vissuta costellata di timori, ossessioni, inibizioni e sensi di colpa.

“L'uomo è più facile e proclive a temere che a sperare.” (Giacomo Leopardi)


'Beau ha paura' di Ari Aster


                           

Ma chi ringraziare per tutto questo bel casino?
Chi ha reso Beau un essere pavido, irrisolto, un eterno adolescente?
Ed ecco la paura più smisurata di tutte, quella di colei che lo ha generato, che lo ha cresciuto nell’oppressione: sua madre Mona, la grande castratrice.
Un padre assente e una madre oppressiva, che ha bloccato la crescita emotiva del figlio.
Una genitrice sempre giudicante, iperprotettiva che usa come ricatto emotivo il senso di colpa.

Patti LuPone (la madre) in 'Beau ha paura'


                               

Una manipolatrice che ha insegnato al figlio il dovere di risarcirla in eterno per il bene che lei gli ha dato, per i sacrifici che ha fatto e continua a fare per lui.
Guida desideri e aspirazioni,  sostituendosi a Beau in qualunque decisione, rendendolo incapace di scegliere in autonomia, di sviluppare autostima e di crearsi una vita indipendente e matura.
Ma per Beau è arrivata la resa dei conti.
Non può più sottrarsi dal confronto con Mona.

La salvezza: una liberazione da questo legame sadico. 

La definitiva perdizione: uno sprofondamento nell’abisso delle sue turbe mentali. 
Noi spettatori saremo con lui; letteralmente nella sua testa.
Beau ci trascinerà in un viaggio allucinogeno all’interno del suo universo interiore, in cui ritroveremo ‘cose’ molto familiari.

Dopo 'le realtà alternative’ della setta devota al demone Paimon di Hereditary e il misterico villaggio di Hårga di Midsommar, in Beau is afraid Aster ci conduce nella dimensione psichica.

'Beau ha paura' di Ari Aster


“Non è l’esplorazione della vita di un uomo, piuttosto della sua esperienza. Ho voluto calare il pubblico dentro la sua testa, i suoi sentimenti e spero di esserci riuscito quasi a livello cellulare”, racconta Aster. “Lo spettatore si trova nei panni di questa persona, si muove dentro di lui ma non per tenere traccia del suo percorso, bensì per vivere i suoi ricordi, le sue fantasie, i suoi orrori. Il film è l’esperienza di vita di Beau.”
In un’ alternanza di orrore e umorismo, di estrema violenza e delicatezza fiabesca, Ari Aster realizza un’ opera filmica difficilmente definibile che ingloba tutti i generi, ancora una volta, ponendo al centro la famiglia disfunzionale in cui si annida l’orrore.  “Evil runs in the family”

'Beau ha paura' di Ari Aster


Una commedia nera, un sogno lucido, un incubo kafkiano non così lontano dalla realtà odierna.
Nell’arco di tre ore, attraversando ambientazioni e paesaggi in continuo cambiamento, Aster ci racconta molto di se stesso, dei mali della nostra società ma tanto lavoro è lasciato all’elaborazione dello spettatore, ovviamente in base alle singole esperienze personali.
Una storia che collassa su se stessa.
Criptico e allegorico Beau ha paura è un rituale collettivo a cui siamo invitati a partecipare, per provare le emozioni del protagonista che si materializzano in precise visioni di luoghi, azioni e personaggi.

'Beau ha paura' di Ari Aster


Si inizia con l’uscita dal cavernoso utero materno, per finire col rientro in esso.
Il piano reale, se esiste, si perde continuamente.
Una delle poche tracce realistiche è probabilmente la seduta con lo psichiatra che Aster, non a caso, pone all’inizio come fa Guadagnino nel suo Suspiria, un altro viaggio allegorico tra introspezione, realtà e fantastico.
Dopodiché si scatena un meraviglioso inferno surreale in cui ogni traccia realistica si dissolve e si ricompone.

Armen Nahapetian in 'Beau ha paura'


Sempre sul piano reale si pone la visita alla madre. Il pensiero di questo viaggio, di questo incontro non gradito, ma obbligato, innesca un turbinio di emozioni.
Vediamo Beau rintanarsi nel suo minuscolo appartamento posto al centro di un quartiere in cui degrado, brutalità e ogni qualsiasi forma di perversione sono in atto all’ennesima potenza.
A pensarci bene, uno scenario non così lontano dall’odierna condizione della Stazione Termini.
Tutto questo ‘caos’ sta per infrangere le barriere protettive di Beau ed invadere, contaminare quel piccolo spazio rimasto sicuro.
Dopo il crollo delle difese e l’impatto traumatico, si passa al risanamento.  

Joaquin Phoenix in 'Beau ha paura'


La villa rappresenta la cura, il bisogno di accettazione e accudimento.
Ma questa ovattata immobilità durerà per poco.
Il bosco è la sfida, il regno del possibile, delle molte vie da scegliere, dove tutte le storie possono realizzarsi e si fanno spazio le rivelazioni.
Va attraversato per raggiungere la casa della madre, uno spazio gelido fatto di vetro e cemento, dove non esistono porte e i percorsi sono labirintici.
La spaventosa soffitta è il luogo del rimosso, di quello che nascondiamo anche a noi stessi, l’ultima esplorazione da portare a termine per arrivare al compimento di questo viaggio di espiazione.
Beau affronterà due fondamentali esperienze per poter evolvere: il primo rapporto sessuale e l’uccisione della figura materna.

'Beau ha paura' di Ari Aster


Verrà condotto in un surreale processo, un purgatorio acquatico in cui sarà emessa l’ardua sentenza sulla sua condotta. Il giudice di Beau chi è? Lui stesso?La società? Un essere superiore?
L’acqua ricorre molto spesso come simbolo dell’inconscio, ricordo ancestrale del liquido amniotico; elemento primordiale di nascita, abluzione e rigenerazione.
“Questo film mi rappresenta più di tutti gli altri. È intriso della mia personalità e del mio umorismo.” (Ari Aster)
L’esplorazione onirica orrifica rimanda a Lynch, mentre quella più fiabesca a Gondry, per arrivare all’onirico grottesco di Kaufman.
Molte le chiavi di lettura psicologiche e sociali. 
Partendo da una riflessione  intima sull’individuo, si spazia su qualcosa di più plenario che tocca il malessere collettivo dei nostri giorni; quello smarrimento emotivo sempre più dilagante; l’estinzione dell’empatia per l’affermazione dell’individualismo.

'Beau ha paura' di Ari Aster


L’idea era partita con il cortometraggio del 2011 di soli sette minuti, intitolato Beau, lasciato fermentare per anni divenendo ricettacolo di tante altre fantasticherie attigue, partorite dalla mente meravigliosamente contorta del regista.
Lasciando fuori ogni logica commerciale Ari Aster, attraverso Beau ha paura, vuole riattivare, smuovere con forza la nostra capacità empatica facendoci provare tutta l’angoscia e la sofferenza del protagonista.
Dirci di non aver paura delle nostre paure, nel momento in cui le possiamo condividere con tutti.

Joaquin Phoenix in 'Beau ha paura'


Beau siamo noi.
Un urlo munchiano che invade e sovverte lo spazio circostante col suo dolore.





domenica 30 aprile 2023

‘AS BESTAS’, di Rodrigo Sorogoyen

 

'AS BESTAS', di R. Sorogoyen

La paura dell’alterità
di Maddalena Marinelli

"La nostra epoca, in mezzo alle parole liberté, fraternité, égalité, ha inserito xénophobie." (Fabrizio Caramagna)

'Tu non sei uno di noi!'.
Quando il diverso è percepito come minaccia, perdita delle proprie certezze, ladro di quel fragile benessere conquistato con tanta fatica.
Un’invasione territoriale e culturale.
Equilibri secolari che vengono compromessi.
Non accettare l’integrazione, il cambiamento del proprio piccolo mondo perché considerato l’unico possibile.
Riaccendere antiche faide.
Usare qualsiasi pretesto per alimentare l’odio.

Denis Menochet in 'As Bestas' 

Galizia. Una Spagna rurale e brutale.
Nei territori più impervi, nelle piccole realtà contadine disperse nella predominanza di una natura inospitale, comanda il più forte.
Comanda una violenza atavica, visibile in ogni solco arcigno di quei visi abbrutiti da un destino malevolo, segnati dal duro lavoro, dal freddo, dall’inclemenza del tempo, dall’impossibilità di un’ evoluzione culturale ed economica.
L'isolamento ha alimentato paura, diffidenza, ostilità e una spietata xenofobia.
Farsi giustizia da soli contro 'il malvagio straniero', che diventa bersaglio, capro espiatorio di tutte le frustrazioni e di qualsiasi torto subito dalla collettività.
Sacrificare l’intruso, commettere l’atto più estremo per liberarsi di un presunto pericolo che incombe.

Marina Fois in 'As Bestas'

I francesi Antoine e Olga si trasferiscono in una vallata della Galizia, nel piccolo villaggio di Bierzo, per realizzare il sogno di una vita: avere una loro attività agricola e ristrutturare vecchi casali, per ripopolare piccoli centri rurali lasciati al degrado.
La gente del posto li osserva con sospetto; considera strane le loro idee di ecosostenibiltà e disapprova la loro decisione di mettersi contro la proposta di una società norvegese, che vorrebbe rilevare dagli agricoltori locali le terre per installare impianti eolici

Luis Zahera e Diego Anido in 'As Bestas'

Per gli autoctoni Xan e Lorenzo, quei soldi significano una via di fuga da quella vita grama che hanno avuto per nascita e non per scelta.
Opposte visioni del mondo che sfoceranno in minacce sempre meno velate, atti vandalici, sabotaggi in un crescendo di tensione e violenza.
Sorogoyen prende spunto da un efferrato fatto di cronaca, ovvero quello degli olandesi Martin Verfondern e Margo Pool e di come i fratelli Julio e Juan Carlos Rodríguez resero loro la vita impossibile.
La coppia olandese trasferitasi nel 1997  in Galizia con il sogno di dar vita a un’attività eco-friendly a chilometro zero, ben presto cominciò ad avere avversioni, sempre più  gravi, col vicinato.
Nel 2010 Martin Verfondern svanì misteriosamente. Dopo un’indagine  durata quattro anni, i fratelli Rodríguez furono incriminati per l’omicidio.

Luis Zahera in 'As Bestas' 

Sorogoyen ricompone, a suo modo, la vicenda Verfondern/Rodriguez,  realizzando un plumbeo thriller psicologico  ad  altissima tensione.
Una suspense ben congeniata, costruita tra sapienti silenzi ed attese. 
Un pericolo invisibile.
Una violenza che resta sospesa, sempre in agguato in situazioni di continuo pericolo. 
I fatti potrebbero degenerare da un momento all’altro.
Una regia d’impatto immediato che si sofferma sull'intensità emotiva trasmessa dai volti degli attori, su piccoli segnali e sull’impassibilità della natura che fa il suo corso, nel susseguirsi degli eventi.

Galizia - La Rapa das Bestas

Il film è introdotto dalle immagini della Rapa das Bestas, una tradizione molto sentita in Galizia che ha lo scopo di fermare e isolare i cavalli selvaggi a mani nude, per sverminarli, curare le eventuali ferite, rasargli coda e criniera e marchiarli. 
Al termine alcuni puledri vengono tenuti per essere domati e usati per la sella, gli altri tornano liberi in montagna fino al prossimo anno, fino alla prossima Rapa.
Nei secoli è diventata un' occasione di festa, in cui gli aloitadores mettono in mostra il loro coraggio. 
La forza degli uomini contro quella dei cavalli.
Una lotta bestiale che simboleggia e preannuncia il concetto di sopraffazione, tema centrale del film di Sorogoyen. 
La persecuzione dello 'straniero invasore', ricorda quella di Cane di paglia di Sam Peckinpah o di Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti e di un altro film italiano recente e anch’esso attualmente in sala: Delta di Michele Vannucci che ugualmente affronta un conflitto tra autoctoni e stranieri, in un contesto di predatori e prede, in cui si arriva a farsi giustizia da soli in una natura silenziosamente complice o avversa

'As Bestas' di Rodrigo Sorogoyen

L’idea di Sorogoyen di mettere al centro della storia Antoine nella prima parte e Olga nella seconda, risulta narrativamente originale e vincente.
Un passaggio dal maschile al femminile. 
Antoine è un monolite che non si fa scalfire dagli insulti ricevuti perentoriamente o dagli atti di vile bullismo.
Un uomo che vuole solo fare la sua vita. Un animo buono e pacifico che rimane sconvolto da tanta cattiveria,  sottovalutando la pericolosità dei suoi vicini.
Olga incarna l'arte dell'attesa, il famoso detto di Confucio: “Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico."
Saper attendere per avere dei risultati, anche se non sempre saranno quelli sperati, ma che sono quelli che la vita riserva.
Quando la potenza di un legame affettivo va oltre ogni ragionevolezza, trovando una perfetta logica.


domenica 19 febbraio 2023

‘GLI SPIRITI DELL’ISOLA’, di Martin McDonagh


'GLI SPIRITI DELL'ISOLA' di Martin McDonagh

Effetti di un’amicizia infranta  
di Maddalena Marinelli

“Coloro che eliminano dalla vita l'amicizia, eliminano il sole dal mondo.”   (Cicerone)


Sulla fittizia isoletta di Inisherin, al largo della costa occidentale dell’Irlanda, il sempliciotto di buon cuore Pádraic Súilleabháin, alla solita ora prevista, bussa alla porta del burbero suonatore di violino Colm Doherty, per recarsi insieme al solito pub, per la quotidiana bevuta e le consuete quattro chiacchiere.
Un lembo di terra tanto incantevole quanto impervio.
Soave nei suoi paesaggi color smeraldo e aspro nelle aride radure selvatiche battute dall’ impetuoso vento che spira dal mare.

'Gli spiriti dell'isola' di Martin McDonagh

La monotona vita su Inisherin è scandita da pochi e semplici 'rituali' che seguono e si adattano ai cicli naturali di un mondo rurale.
Gli abitanti vivono modestamente, si sono rassegnati alla noia,  all'isolamento e ai comportamenti primitivi.
Colm decide improvvisamente di interrompere la solita bevuta al pub con Pádraic anzi, vuole proprio eliminarlo dalla sua vita, perché non desidera più perdere il suo prezioso tempo con quell’uomo troppo banale e noioso.
“Hai parlato per due ore della cacca del tuo asinello. Sei noioso. Non mi piaci più, tutto qui””
Per uno come Pádraic sarà molto difficile capire o accettare questa decisione di Colm e incredibilmente questo non tollerare il punto di vista dell’altro e l’ostinazione ad imporre la propria decisione, condurrà alla rovina dei nostri protagonisti, verso una spirale di brutalità che avrà le sue conseguenze anche sul resto della piccola comunità.

Colin Farrell in 'Gli spiriti dell'isola'

Martin McDonagh mette in scena una perfetta parabola sull’incapacità di accettare il cambiamento.
Una riflessione sulla complessità delle relazioni umane.
La difficoltà di gestire la fine di un rapporto; di accettare un distacco; l'incapacità di elaborare una rabbia in cui germoglierà una violenza inverosimile.
Lo scontro tra ‘il conformista Pádraic’, che si accontenta di rassicuranti giornate sempre uguali, soddisfatto nel godere di un bel paesaggio o di occuparsi dei suoi animali, non ponendosi altri scopi nella vita e ‘lo scentrato Colm’, che vorrebbe dare un senso elevato alla sua esistenza attraverso la musica, componendo melodie per far ricordare il suo nome ai posteri.
Si fa naufragio verso qualcosa d’intimo  ma allo stesso tempo universale.
“È una storia in cui due persone combattono la loro piccola guerra personale, mentre altrove infuria un conflitto più ampio.” (Martin McDonagh)
Gli spiriti dell’ isola è una potente e acuta metafora sulla guerra.
Nel limbo di Inisherin nessuno se ne preoccupa molto ma in sottofondo, in lontananza, si sta svolgendo in Irlanda la prima guerra civile (28 giugno 1922 - 24 maggio 1923), scoppiata tra chi aveva sostenuto il trattato dello Stato Libero d’Irlanda, sotto il controllo della Gran Bretagna, e chi invece pensava che l’Irlanda potesse essere libera solo se si fosse completamente sottratta dal dominio britannico.

Brendan Gleeson in 'Gli spiriti dell'isola'

Parallelamente, attraverso la vicenda di Pádraic e Colm, assistiamo ad una 'genesi del dissidio' con un’analisi di tutte le sue fasi; dalla scelta non compresa e inaccettabile, per arrivare all’imposizione, alla rabbia, all’autolesionismo, per finire con la più cieca vendetta.
Inisherin, come la Dogville di Lars von Trier, non è quello che sembra; non è una 'confort zone'; nasconde  bene le sue perversità nei rapporti famigliari, nella superstizione, nell'omertà.
McDonagh scrive e dirige quest' opera filmica intima, poiché scava fino alle sue stesse origini, ma nel contempo universale spandendo il singolo problema all’ intera società.
La costruzione scenica e narrativa richiama il genere western con inquadrature dal basso e quelle attraverso le porte e le finestre tipiche di Ford e di Leone; tutto questo magnificamente racchiuso in una commedia grottesca che lentamente esaurisce l’umorismo per diventare sempre più cupa e tragica.
Una grande prova attoriale per Colin Farrel e Brendan Gleeson che ritornano a fare coppia, come nel precedente Bruges dello stesso regista.
Il mansueto e l’inquieto, due figure da tipici antagonisti di film western.
Pádraic abita in una modesta fattoria posta in collina, arroccata in un contesto angusto, refrattario a qualsiasi influenza esterna. 
Colm abita in un cottage situato in pianura, affacciato sul mare, aperto al bisogno di allargare i propri orizzonti.

Barry Keoghan in 'Gli spiriti dell'isola'

McDonagh inserisce un aspetto magico e ancestrale  legato al mythos, attraverso la focale figura spiritica della banshee (creatura leggendaria della mitologia irlandese, citata nel titolo originale) incarnata dalla signora McCormick, col suo funereo mantello nero, ogni volta è ambasciatrice di sventure e di morte; per questo condannata ad essere esclusa dalla comunità; isolata in lande sperdute come le streghe del Macbeth.
Una figura che non vuole fare del male, odiata ed esiliata solo perché colpevole di essere un tramite con entità di un misterico altrove.
C’è un destino pronto a compiersi innescato da scelte determinate.

 Colin Farrell e Kerry Condon in 'Gli spiriti dell'isola' 

In Gli spiriti dell’isola c’è molto di Pirandello, di Beckett ma soprattutto ricorrono i tipici stilemi della tragedia greca: la vendetta, la colpa connessa all’espiazione, la follia.
Pádraic rispecchia il tipico protagonista di tale genere, presentandosi privo di qualità eccezionali e la cui condizione di felicità cessa non a causa della propria malvagità, ma per un errore.
Da uomo pacifico e gentile discenderà nella corruzione del male, lasciandosi andare all’annientamento di se stesso, di Colm e di tutto il resto che lo circonda. 
O forse non andrà a finire così male.   

“L'amicizia è l'unico cemento capace di tenere assieme il mondo”.  
(Woodrow Wilson)

martedì 6 dicembre 2022

'BONES AND ALL' , di Luca Guadagnino


'BONES AND ALL' di Luca Guadagnino


Famelici d’amore
di Maddalena Marinelli

In quel corpo esile come un fuscello, Maren fa convivere l’innocenza di una giovane donna che timidamente si affaccia al mondo e la violenza atavica di una belva affamata, che quando esplode non può essere repressa.
E’ l’oscura natura di Maren, ereditata da una madre che appena nata  l’ha abbandonata al suo destino, come farà in seguito anche suo padre dopo diciottoanni di occultamenti e di fughe, incapace di rimanere ancora accanto ad una figlia predatrice di carne umana.
Un terribile abominio che Maren non ha scelto ma arriva ogni volta come un bisogno impellente.

Taylor Russell in 'Bones and all' di L. Guadagnino

La ragazza si ritroverà da sola a comprendere il suo male oscuro. 
Attraverso un viaggio di formazione imparerà a conoscersi, fiuterà i suoi simili capendo di chi fidarsi ma soprattutto si emanciperà dalla sua famiglia smettendo di cercare risposte, affetto, riferimenti da coloro che non sono riusciti ad amarla.
Maren, nonostante la sua ‘diversità’, smette di sentirsi sbagliata.
Vuole trovare il suo posto nel mondo; vuole vivere come tutti gli altri e l’amore per Lee la spingerà verso una nuova speranza.
Una possibilità di essere felice nonostante la sua devianza fuori dalle regole sociali.
I nostri antropofagi si spostano in un Midwest maestoso, dai paesaggi sconfinati ma esplorato nella sua parte più povera ed emarginata, in cui ogni giorno i reietti come i giovani Maren e Lee o l’anziano Sully cercano di sopravvivere come possono, oltrepassando i confini del male.

Mark Rylance in 'Bones and all' 

Sully è l’adulto adescatore, l'empatico tossico che si finge gentile e premuroso con Maren, nascondendo un interesse morboso e disturbante per lei.
La vuole. Il non sapere esattamente il suo scopo, se la desidera come compagna, figlia oppure per seviziarla o divorarla fino all’osso come il pasto migliore di sempre, rende tutto ancora più perturbante.
Il pericolo può arrivare non solo dai ‘normali’ ma anche dai propri simili.
La solitudine è profonda, una compagna costante accettata come protezione, scudo dalla minaccia che l’altro può rappresentare.
Guadagnino, muovendosi tra l’ordinario e lo straordinario, lavora sul genere horror per raccontare il disagio sociale; l’anomalia che sovverte la regola; il male da conoscere e convertire nascosto in noi e negli altri.
Il cannibalismo come in Raw o in Cannibal love diventa metafora di una condizione esistenziale, di un’esigenza di espressione, di pulsioni sessuali, dei tumulti inaspettati della pubertà, in cui ogni emozione è contrastante e amplificata.
La scoperta di trovare in noi stessi qualcosa di sconvolgente, un demone che ci allontana dagli altri e da un mondo che non può capirti.
Divorare il proprio mentore per emanciparsi da esso, cambiare le vecchie regole, assimilare la sua energia e il suo fulgore.
Divorare l’amato. Diventare tutt’uno con l’altro, penetrandosi e unendosi per sempre.

Timothée Chalamet

“È la storia di due giovani che scoprono che, per loro, non esiste un posto da poter chiamare casa, per cui devono reinventarselo. Maren e Lee vanno alla ricerca della loro identità in situazioni estreme, ma le domande che si pongono sono universali: chi sono, cosa voglio? Come posso sfuggire a questo senso di ineluttabilità che mi trascino dietro? Come possono entrare in sintonia con qualcun altro?” (Luca Guadagnino)

L’amore è un tema centrale nel cinema di Guadagnino.
Una forza trainante e rigeneratrice che supera il dolore, il tempo, le diversità.
Essere capaci di amare non è per nulla una cosa scontata o facile nella nostra società perché implica empatia, rispetto, coraggio, fiducia, comprensione.
Tutti sentimenti che stiamo dimenticando in quest’era di analfabetismo emotivo e solipsismo.
Guadagnino permea sempre la sua visione di una straordinaria sensibilità.
I luoghi, il corpo degli attori, addirittura gli oggetti, ogni elemento sotto il suo tocco registico diventa materia sensibile.
Un’emotività intensa mai stucchevole o struggente ma autentica, ottenuta condividendo ogni volta, in ogni film ‘un brandello’ profondamente intimo della propria esperienza di vita.
Road movie, horror, dramma, thriller in una miscela di inquietudine e disagio che ti pervade per tutto il tempo.

'Bones and all' di Luca Guadagnino

Bones and all è il viaggio iniziatico della giovane Maren, il sogno di trovare il proprio angolo di felicità, il tentativo di rivincita dei reietti e di come ti può cambiare e saziare l’amore.
Forse l'amore ti può salvare?

lunedì 29 agosto 2022

‘CRIMES OF THE FUTURE’, di David Cronenberg

                                                                  SPOILER

CRIMES OF THE FUTURE di David Cronenberg


L’estasi del mondo che si sgretola intorno a noi
di Maddalena Marinelli
 
“Il mio obiettivo è capire quale sia la condizione umana ora, e questa a volte può essere illuminata dal tentativo di vedere dove andremo. Guardare la condizione umana, tutta la sua gloria e le sue numerose fasi e cercare di capire cosa significa essere vivi è una cosa cruciale se sei un esistenzialista” 
(David Cronenberg)
 
Il corpo diventa verbo. Rivelazione. 
L'unica realtà possibile. <Body is reality>
Ultima verità tangibile verso l'alterità.
Il cambiamento passa attraverso la metamorfosi della carne umana.

Viggo Mortensen in 'Crimes of the future' di D. Cronenberg

In un futuro distopico, non così lontano, il corpo umano sta mutando, sta evolvendo per adattarsi ad un ambiente ormai diventato ostile, a causa dei disastrosi effetti provocati dai cambiamenti climatici e dall’inquinamento.
Mutazioni sostenute dal progresso tecnologico e da un' alterazione genetica naturale.
L’evoluzione è adattamento all’ambiente e selezione funzionale.
La combinazione biologica sta cambiando.
Le malattie infettive sono sparite.
La maggior parte dell’umanità ha perso la percezione del dolore ed è attratta da pratiche autolesive sempre più estreme.
Si ‘gioca’ con il corpo in cerca di nuove stimolazioni, nuove definizioni, nuove individualità.

Viggo Mortensen nell' OrchidBed e Léa Seydoux in 'Crimes of the future'

Altri, come Saul Tenser, sono caratterizzati dalla ‘sindrome di evoluzione accellerata’ che produce nuovi organi apparentemente senza funzioni determinate.
‘Creazioni interiori’ che devono essere tatuate, classificate e conservate da un’entità governativa chiamata National Organ Registry, per  mantenere la situazione sottocontrollo.
Se questi nuovi organi non sono un' anomalia ma andassero a formare ‘nuovi sistemi’ nel nostro corpo, in chi o cosa si sta trasformando l'uomo?
Pochi perseguitati (gli evoluzionisti plasticofagi), che si nascondono nell’ombra, hanno accellerato la trasformazione arrivando a sviluppare un apparato digestivo capace di smaltire materiale sintetico.

Viggo Mortensen e Kristen Stewart in 'Crimes of the future'

In spazi decadenti in una sorta di teatro anatomico l’affascinante messia Saul, insieme alla sua partner Caprice (il chirurgo) che manovra il bisturi robotico, si sottopone ad un' autopsia pubblica che ha lo scopo di asportare ed esporre ogni nuovo organo che il suo corpo crea.

Léa Seydoux in 'Crimes of the future'

Questi interventi sono intesi come forma d’arte; sublimazioni, performances in cui tagli della carne, asportazioni di organi, lacerazioni, applicazioni di protesi, deturpazioni di volti vengono ammirati come epifanie, 'operazioni concettuali' che annunciano una nuova era.
Ognuno può ricrearsi, plasmarsi come desidera.
L’aberrazione è la nuova bellezza che stimola una carica erotica nello spettatore. Il desiderio di essere tagliato e ‘aperto’, una nuova frontiera del piacere.

'Crimes of the future' di David Cronenberg

Un corpo con nuovi orifizi in cui introdursi con laparoscopie.
Ferite aperte da assaporare come nuove zone erogene. 
La chirurgia è il nuovo sesso.
'Penetrare' il tempio dell'essere, per esplorare e conoscere l'altro.

Léa Seydoux in 'Crimes of the future'

All'interno di edifici in rovina, lungo strade buie e malfamate  non ci sono drogati o coppie dedite a rapidi amplessi (il vecchio sesso) ma giovani che vanno in estasi lacerandosi il corpo a vicenda.
Saul è una figura cristologica che fa da ponte tra presente e futuro.

Viggo Mortensen e Léa Seydoux in 'Crimes of the future'

Caprice è una seducente Maddalena devota, innamorata, testimone della ‘passione’ del suo amato; pronta a documentare e tramandare le sue gesta.
L’ ambigua e doppiogiochista burocrate Timlin è Giuda; il suo bacio è quello di una traditrice.
La società è divisa tra chi è pronto ad accettare il cambiamento, come prossimo stadio evolutivo dell’uomo, e chi lo rifiuta cercando di fermarlo o almeno di controllarlo.
Per evitare l’estinzione la razza umana che forma e contenuto assumerà?
 
"Vari elementi sono saliti ai vertici della coscienza pubblica in tutto il mondo come il fatto, ad esempio, che le microplastiche sono presenti in ogni essere umano sulla terra in questo momento, a causa di ciò che è successo agli oceani. Questo mi ha fatto capire che il film è più rilevante che mai". 
(David Cronenberg)

'Crimes of the future' di David Cronenberg

Una meditazione sulle possibili sorti dell’umanità. 
La necessità di trovare nuovi compromessi tra uomo e tecnologia.
Un futuro segnato dalla  fusione tra organico e inorganico.
Un noir fantascientifico in cui Cronenberg ritorna alle sue origini, a quei suoi meravigliosi e terrificanti 'nuovi mondi'. 
Incubi di aberrazioni, contaminazioni, mutazioni, procreazioni, ibridazioni.
La nuova carne, l’assuefazione ai media in Videodrome; le avanguardistiche operazioni di Inseparabili; le interazioni virtuali e le tecnologie biologiche di Existenz; l’appagamento sessuale legato al martirio del corpo e all’integrazione feticista con l’elemento artificiale in Crash ma anche la doppiezza e l'inganno di A History of violence.
Profezie sull'essere umano che evolverà in essere meccanico.
Macchine come organismi viventi.
Ritornano gli inquietanti ‘manufatti cronenberghiani’, fusioni tra organico e meccanico, creati dalla scenografa Carol Spier.

I dispositivi biomeccanici di 'Crimes of the future'

Tecnologie di 'controllo'. Il protagonista Saul, per alleviare le sue 'sofferenze interiori', deve dormire nell’ OrchidBed, un letto in continuo movimento, programmato per seguire il corpo nel sonno allineando gli organi.

Viggo Mortensen sulla Breakfaster in 'Crimes of the future'

La sedia Breakfaster si contrae e oscilla, muove gli organi per facilitare la masticazione e la deglutizione del cibo.
Il fantomatico Modulo Sark è una specie di sarcofago ultra-tecnologico utilizzato per le operazioni/performances.

Il Modulo Sark in 'Crimes of the future' di D. Cronenberg

Crimes of the future è un’opera omnia, attraversa tutto il cinema del regista canadese, citando e ampliando i concetti di ogni suo film precedente.
La chiusura del cerchio, in un cerchio senza inizio né fine.
 
“Crimes Of The Future è un'evoluzione delle cose che ho fatto in passato. I fan vedranno riferimenti chiave ad altre scene e momenti dei miei film precedenti. Questo film prosegue nella mia comprensione della tecnologia connessa al corpo umano. La tecnologia è sempre un'estensione del corpo umano, anche quando sembra essere molto meccanica e non umana.” (David Cronenberg)

'Crimes of the future' di David Cronenberg

Le immagini sono talmente eloquenti e potenti che basterebbero da sole ad esporre i concetti.
Una metafora sulla creazione artistica.
Cronenberg, in questa sua visione del futuro, fa scomparire internet, computer e smartphone. Non fa cenno ai social o alla realtà virtuale.

'Crimes of the future' di David Cronenberg

L’arte diventa principale risorsa comunicativa; l’unico mezzo divulgativo del sapere in una società allo sbando, alla disperata ricerca di responsi.
Un omaggio ad artisti legati alla body art e al post-umano, al comunicare significato attraverso il corpo/laboratorio creativo da Marina Abramovic a Sterlac, Carolee Schneemann, Matthew Barney, Orlan.


Un futuro neo-medioevale ipnotico e avveniristico avvolto in una lugubrità kafkiana in cui l’uomo sta perdendo la propria identità, diventando un estraneo a se stesso rivolto ad un ignoto divenire.
Allegoria di un cinema d’autore sempre più difficile da portare alla luce.

Saul (Viggo Mortensen) 'trasceso' come la Giovanna d'Arco (Renée Falconetti) di Dreyer  

I reazionari uccidono il futuro ma nell'ultimo frame Caprice filma l'atto sovversivo: nello sguardo di Saul, tra estasi e martirio, si oltrepassa ad una nuova natura.
La visione di una nuova esistenza e di un nuovo cinema è possibile.