martedì 10 luglio 2018

RE PER UNA NOTTE, di Martin Scorsese

MAD CULT

The King of Comedy


L’ossessione per la celebrità
di Maddalena Marinelli

“Ognuno di noi può ottenere quello che vuole purchè sia disposto a pagarne il prezzo” questo è il motto di Rupert Pupkin logorroico mitomane, esagitato ammiratore del celebre comico televisivo Jerry Langford.
Rupert chiuso nel suo scantinato sprofonda in un mondo tutto suo in cui confonde fantasia e realtà.
Si allena ad essere una celebrità; fa le prove del suo show tra applausi registrati e sagome cartonate di personaggi famosi.
Immagina di diventare amico e mentore di Langford oppure di sposare la cameriera Rita che ama fin dai tempi del liceo.
Sogni perentoriamente interrotti dalla voce sprezzante (fuoriscena) della madre che lo riporta ad una realtà in cui è solo un uomo deriso e compatito.
Rupert non vuole arrendersi e cerca una rivalsa da un passato di vessazioni subite in famiglia e nell’ambito sociale.
Il mondo lo ignora e gli sbatte le porte in faccia ma Rupert ha un piano.
Convinto che la sua chiave di volta sia Langford, lo stalkerizza fino a compiere quella folle azione che sarà il prezzo da pagare per avverare il suo sogno.

Robert De Niro nel film "Re per una notte"

Amara, comica e acutissima parabola in cui Scorsese ci risparmia violenza e mattanza nonostante la tangibile perturbante tragicità dei personaggi portata verso i limiti.
Langford, uomo ricco e famoso ma infelice, interpretato da un memorabile Jerry Lewis monolitico e funereo.
Masha, l’improbabile ma azzeccata complice di Rupert è l’altra faccia di un benessere economico borghese annoiato, vuoto, che disperatamente trova un senso alla propria esistenza unicamente nell’ossessivo amore maniacale per Langford.
Rupert è apparentemente l’insignificante buffone che insegue il suo sogno impossibile ma che andando oltre i limiti del legale riesce a mettere fuori scena Langford prendendone il posto.
Il film si apre con l’emblematica immagine del divo assalito, quasi fatto a brandelli dai suoi fans. 
Una scena d’isteria collettiva in cui la massa vuole ‘divorare’ il suo idolo. Un rito sacrificale incompiuto destinato a ripetersi ogni giorno sulla carne di Langford.
Riflessione sui risvolti più inquietanti della celebrità in cui, allo stesso tempo, si vuole essere al centro dell’attenzione e scappare da quell’occhio insaziabile dei media e dei fans.
Si viene amati per quello che si è o per quello che si rappresenta?
Il dualismo del divo: la facciata vincente che tutti invidiano e il retro desolante e torbido che Scorsese ritrae  in quella solitudine sconfinata che circorda e imprigiona Langford nella sua torre d’avorio.
Emblematico ed attuale se pensiamo alle tragiche sorti di acclamate celebrità come Robin Williams, Philip Seymour Hoffman, Heath Ledger.

Robert De Niro nel film "Re per una notte"

Re per una notte resta tra i film di Scorsese che ebbe meno successo, addirittura all’epoca ritirato, prima del dovuto, dalle sale cinematografiche per via degli scarsi incassi ma assolutamente da rivalutare per la magistrale regia di Scorsese e le interpretazioni di Robert De Niro, Sandra Bernhard e soprattutto un grande Jerry Lewis che mostra un' inquietante maschera antitesi del Picchiatello. Nel suo Jerry Langford affiora qualcosa di autenticamente intimo e autobiografico attuando un gioco di specchi, una sovrapposizione tra l’uomo e l’attore.
Il retroscena del comico, spesso carico di malinconia e inquietudine.
La ceca crudeltà della fama che arriva per chiunque, non conosce moralità e svanisce quando vuole.

“La vostra fama è come il fiore, che nasce e muore, e si secca allo stesso sole che gli ha dato vita dall'acerba terra.” (Dante Alighieri)

domenica 4 marzo 2018

IL FILO NASCOSTO, di Paul Thomas Anderson

MAD NEWS

PHANTOM  THREAD


Amore straziami!
di Maddalena Marinelli

“Lo spreco della vita si trova nell’amore che non si è saputo dare... nel potere che non si è saputo utilizzare, nell'egoistica prudenza che ci ha impedito di rischiare e che, evitandoci un dispiacere, ci ha fatto mancare la felicità.” (Oscar Wilde)

Cosa siamo disposti a fare per amore?
Subire umiliazioni? Rinunciare a noi stessi? Sottomettersi a tutto pur di non essere lasciati? Oppure diventare dei seviziatori? E questo è davvero amore?
Scene da un matrimonio. Gioco di ruoli e di dominazioni che possono reggere per un’intera vita o condurre all’autodistruzione.
 La coppia diventa terreno di infinite lotte di potere in cui si consumano le perversioni più nascoste. Amore e odio che si alimentano a vicenda.
Reynolds Woodcock è anaffettivo, egocentrico, misantropo, viziato.
Un misogino circondato e dipendente da donne.

Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson

Donne che lui vede come oggetti preziosi, poco più che manichini pregiati su cui contemplare le sue perfette creazioni di moda.
Muse di passaggio che dopo aver compiuto il loro dovere vengono congedate.
Donne che vengono tutte eclissate da quell’unica irraggiungibile figura femminile che Reynolds ama, adora feticisticamente, ovvero la defunta madre di cui conserva gelosamente, come reliquia, una ciocca di capelli cucita all’interno della sua giacca.
L’altra eccezione, colei che occupa un posto d’onore nella vita e nel lavoro di Reynolds, è la sorella Cyril che definisce: “la mia spina nel fianco”; indispensabile surrogato materno, irreprensibile governante, vera e propria vestale che asseconda e alimenta tutte le ossessioni e i rituali del fratello in nome della fiamma del genio creativo che non deve mai smettere di ardere.
Questo meccanismo perfetto, questo controllo assoluto in cui Reynolds ha vissuto per tanto tempo verrà sconvolto dalla giovane Alma; inizialmente intrusa destinata alla solita sorte di musa usa e getta ma alla fine capace di manipolare e rendersi ‘indispensabile’, amata follemente dallo stilista.
Il rapporto tra Reynolds e Alma inizia con uno scambio.
A lei è offerta una vita da sogno con tutta una serie di privilegi, in cambio lui potrà 'usarla' come più gli piace.
Lo stilista non vuole nessun confronto, nessun parere, nessun rumore da Alma che avrà unicamente la possibilità di assecondare, possibilmente in silenzio, i suoi repentini cambi d’umore.
La donna dovrà sistemarsi in casa come una specie di bambola seguendo le istruzioni e l’inalterabile routine dell’uomo. Ogni ribellione è punita con la minaccia di fine rapporto.
Ma questa volta l’inossidabile  tirannia dell’uomo viene sbriciolata e la donna diventa ‘l’ Alma Mater’ salendo al potere,  istituendo un nuovo equilibrio basato su un legame amoroso macabro e perverso.
L’apparentemente mansueta Alma da vittima diventa carnefice trovando la strada della felicità di coppia nel sadomasochismo: “Voglio averti sdraiato sulla schiena, inerme, tenero, aperto con solo io ad aiutarti. Poi ti voglio di nuovo forte..”
Ogni volta che Reynolds diventa perfido e intrattabile, convinto che può bastare a se stesso e che l'unica cosa importante è l' immolazione al suo lavoro, Alma ricorre ad una 'particolare' strategia per calmarlo, gestirlo, sottometterlo, rendendosi indispensabile nella sua vita. Nessuno potrà cacciarla da quella casa.

Daniel Day- Lewis nel film "Il filo nascosto"

Il cinema di Paul Thomas Anderson è sempre più assoluto.
Potente e allegorico come quello di Bergman o di Kubrick.
E’ materia filmica abissale; ormai la sua visione è oltre la narrazione e i personaggi.
Alita la forza di un misterioso velo nascosto; una sospensione in cui lo spettatore rimane smarrito e privo di riferimenti, in uno stato di grazia tra emozioni, quesiti, supposizioni.
Chi rappresentano davvero Reynolds e Alma? Non è solo la storia d’amore tra due menti degeneri.
Come in The Master Lancaster e Freddie erano allegorie, evocavano qualcosa al di là dei loro personaggi.
L’ ossessione di PTA è anatomizzare il presente, scovarne tutte le ombre, metterci di fronte alle nostre turbe mentali attraverso storie e archetipi. 
Smascherare tutte 'le grandi illusioni' del sogno americano che alla luce del sole si dissolve mostrando una desolante realtà a coloro che ci avevano creduto.
Perversioni e decadenze.
Cinema analitico, psicologico, antropologico, filosofico che vuole definire l’uomo e l’attuale contesto sociale cercando di capire il ‘come’, le circostanze che hanno forgiato emotivamente la società contemporanea.  
Il filo nascosto è un elegantissimo melodramma/noir che diventa thriller psicologico con chiari riferimenti a capolavori hitchcockiani come Rebecca la prima moglie, Il Sospetto, Notorius ma ovviamente Anderson ha scoperto la formula perfetta che include citazione e originalità.
Pur racchiudendo tutto in una scatola estetica perfetta; pur costruendo dei personaggi  di alta rifinitura teatrale,  il cinema di Anderson rimane fuori da ogni schema.
E’ ordine e disordine, meravigliosamente imprevedibile.
Cinema che ad ogni visione successiva continuerà a sedurre, a mutare svelando e aggiungendo misteri.

mercoledì 7 febbraio 2018

FINAL PORTRAIT, di Stanley Tucci


MAD NEWS

FINAL PORTRAIT AL CINEMA DALL'8 FEBBRAIO 


Le fisime dell’artista. Dono o maledizione?
di Maddalena Marinelli

“Il cielo è azzurro solo per convenzione, ma in realtà è rosso.” (Alberto Giacometti)

Parigi 1964. James Lord incontra Alberto Giacometti che gli propone di posare per un ritratto. Si tratta solo di qualche giorno, spiega l'artista.
Il giovane scrittore americano ovviamente accetta, non rendendosi conto  di quale meravigliosa ma travagliata odissea sta per cominciare.
Lord diventerà un ostaggio per quasi venti giorni.
Rimarrà bloccato a Parigi in balia dei turbamenti artistici di Giacometti che ossessivamente crea e distrugge un ritratto che sembra interminabile.
Verrà catapultato nella quotidianità dell’artista.
Sarà spettatore incuriosito di tutti i suoi più intimi drammi e delle dinamiche legate alle persone che gli girano intorno.
L’atelier in rue Hippolyte-Maindron 46 è l’incandescente fulcro, il luogo dove accade tutto.
Ed ecco Annette, la giovane moglie insoddisfatta. Caroline la giovanissima prostituta che ossessiona Giacometti. Diego, il pacato fratello e assistente che in disparte osserva, dispensa consigli e ristabilisce gli equilibri. Isaku Yanaihara, amico, modello nonché amante di Annette.
Uno stile di vita anticonvenzionale ma con i suoi precisi contrappesi.

Geoffrey Rush nel film Final Portrait

Lo studio dell’artista; un territorio misterioso ed emozionante. E’ qui che ogni giorno Giacometti e Lord ‘duellano’ tra loro a colpi di pennellate e parole. L’uno più sarcastico e sfrontato, l’altro più trattenuto e laconico.
Ad un primo sguardo superficiale l’atelier è solo disordine e polvere ma poi l’epifania, il materializzarsi del percorso mentale che porta alla realizzazione di un’opera d’arte. E’ come la scena di un delitto in cui il visitatore deve esplorare e ricostruire. Seguire le tracce, perdersi nelle lucubrazioni dell’atto creativo.
Trovare quell’imponderabile nascosto nel volto dell’altro, svelare quell’espressione unica ed autentica che supera il reale.
“Il sublime oggi per me è nei volti più che nelle opere.” (Alberto Giacometti)
Ossessivo ed insoddisfatto del proprio lavoro, Giacometti alterna loquacità a silenzi per poi arrivare a scatti d’ira.
Si lascia andare a sprezzanti considerazioni sul lavoro di Picasso e Chagall; s’infuria con la moglie; si dispera per la sparizione della sua amante come se con lei fosse svanito tutto il suo furor creativo.
Distrugge sculture ‘senza speranza’; indignato brucia disegni; perde o butta via enormi somme di denaro che per lui non hanno nessuna importanza.
“Sostanzialmente, io non lavoro più per niente che non sia la sensazione che provo mentre lavoro.” (Alberto Giacometti)

Geoffrey Rush e Armie Hammer nel film Final Portrait

Stanley Tucci aveva acquistato i diritti del libro A Giacometti portrait di James Lord con l’intento di realizzare un film che focalizzasse uno spaccato di vita di questo straordinario artista; precisamente i giorni in cui Giacometti lavora al ritratto di Lord.
Final Portrait è stato girato alludendo al mockumentary.
Ci sono alcuni momenti ‘estranianti’ in cui sembra di trovarsi davvero nello studio parigino dell’artista che discute in italiano col fratello oppure assorto lavora ad una scultura e poi, con estrema naturalezza, si torna sul binario della narrazione filmica.  
L’uso della soggettiva e della camera a mano ci catapulta sui personaggi e sulle azioni, contrapponendosi alla staticità delle sedute di posa e all’oppressione del ristretto e caotico spazio dell’atelier.
Geoffrey Rush ci regala un'altra grande prova d’attore ed emoziona come riesce a far rivivere e far conoscere, in tutte le sue piccole peculiarità e nevrosi, l’artista svizzero.
Come sua antitesi Tony Shalhoub, che interpreta Diego Giacometti, è stupendo nel ruolo del fratello taciturno, sagace e oculato che lavora silenziosamente dietro le quinte, a sostegno della celebrità dell’altro.  
Final Portrait è stato molto pensato e fortemente voluto.
Si percepisce soprattutto l’autentica dedizione che Tucci ha investito in questo progetto che aveva in cantiere da dieci anni.
L’umorismo, la raffinatezza, l’attenzione nel ricostruire minuziosamente il microcosmo di Giacometti con tutti i suoi piccoli rituali quotidiani.
Pochissimi esterni. Stanley Tucci chiude gli spettatori nell’atelier insieme ai due protagonisti e ci mostra tutta la meraviglia, la frustrazione, l’incoerenza, la debolezza di un Giacometti negli ultimi anni di vita, sempre alla disperata ricerca di dare forma alla sua visione interiore dell'umanità.

Final Portrait, Geoffrey Rush nel ruolo di Giacometti 

Si entra nel suo tormentato processo creativo che non si ferma mai.

Creazione e distruzione sono due facce della stessa medaglia e accettare fallimenti, incompiutezze, azzeramenti fa parte dell’arte come della vita.

martedì 9 gennaio 2018

THE SQUARE, di Ruben Östlund

MAD NEWS

THE SQUARE


Arte e vita sull’orlo del baratro
di Maddalena Marinelli

“Che cos’è l’arte? Se vediamo l’arte come qualcosa di isolato, di sacro e di separato da tutto, significa che non è vita. Mentre l’arte deve essere parte della vita, deve essere di tutti.” (Marina Abramović, Attraversare i muri, 2016)

Innegabile la distanza,  l’incomprensione, lo scetticismo o addirittura l’odio provato dalla maggior parte della gente nei confronti dell’Arte Contemporanea.
Si apprezza l’Arte Classica, il Rinascimento, magari l’Ottocento, forse anche le Avanguardie ma per quanto riguarda l’Arte Contemporanea si scivola nel solito buco nero. “Non lo capisco”,“Ero capace pure io”, “Questo non è arte”
Pensando alla maggior parte della vacuità prodotta oggi da pseudo artisti e curatori non si hanno nemmeno tutti i torti.
Ultimamente ci sono davvero un sacco di buoni motivi per avvalorare l’inconsistenza dell’odierna produzione artistica e quest’arte ‘disonesta’ e fasulla non fa che aumentare le distanze con il pubblico.
Vince il talento, la professionalità, l’intuizione di un artista o l’idea accattivante, la facile provocazione, ‘la trovata’, il prodotto confezionato ad arte?
L’arte è roba da ricchi? Ovvero, nel sistema dell’arte se la cantano e se la suonano esclusivamente quelli che fanno parte di una classe economica privilegiata e chi non ne fa parte è tagliato fuori?
E cosa più preoccupante: Siamo ancora in grado di riconoscere un talento? E secondo quali parametri e stabiliti da chi?
Dove trovare l’arte che rappresenta il mondo contemporaneo? Ha ancora senso cercarla nei musei, nelle gallerie, negli eventi?
In giro dettano legge assessori, critici, curatori, direttori museali completamente assuefatti a procedure selettive aberranti.
Spietato, amaro, criptico ma veritiero nella descrizione di un sistema dell’arte chiuso in se stesso, triste e decadente The Square deride molti personaggi e luoghi comuni di questo settore nonché l’opera d’arte stessa ridotta ad un prodotto vuoto, privo di coscienza e di pensiero.
Quello che il regista svedese Östlund  propone è l’incontro tra arte contemporanea e cinema d'autore in una satira che può essere letta su più livelli.
C’è l’algido mondo all’interno del museo  con i suoi meccanismi autoreferenziali, in cui si muovono gli addetti ai lavori tra curatori, critici, artisti, PR, custodi nonché apparizioni buñueliane dell’alta borghesia svedese interessata più ai buffet e alle cene di gala che alle opere d’arte.

Terry Notary nel film The Square

Questa impettita classe agiata verrà sconvolta da un performer impazzito, nella sequenza più intensa ed emblematica del film, che uscirà dall’atto performativo (o uscirà fuori di testa) per invadere la realtà e colpire il pubblico.
C’è poi il mondo fuori dal museo in cui la crisi economica e i contrasti tra le diverse etnie ha portato all’aumento della criminalità, discrepanza tra le classi sociali e una crescente diffidenza nei rapporti umani.
‘Nel 2008 è stata creata per la prima volta in Svezia un’area residenziale privata e chiusa all’esterno, a cui solo i proprietari possono accedere. È solo uno dei molti segni del fatto che le società europee stanno diventando sempre più individualistiche, via via che il debito pubblico cresce, la spesa sociale diminuisce e le differenze tra ricchi e poveri si allargano sempre di più. Anche in Svezia, un tempo considerata la società più egualitaria al mondo, la crescente disoccupazione e la paura del futuro hanno spinto le persone a diffidare degli altri e della società stessa.’
(Ruben Östlund, note di regia)
Östlund in Svevia, Yorgos Lanthimos in Grecia, Cristian Mungiu e  Peter Călin Netzer in Romania stanno tracciando un vero e proprio trattato sociologico visivo sui cambiamenti morali, civili, economici dell’Europa odierna evidenziando le conseguenze della crisi economica, dei cambiamenti di regimi politici, dei flussi migratori.
Il risultato è un ritratto raccapricciante, smarrito e disumano della nostra società tra paure, violenza e opportunismo.
The Square è un film meravigliosamente cervellotico. Provoca disagio, quasi un fastidio fisico.
Sfiora più volte l’imminente tragedia.
Glaciale, frammentario, faticoso, surreale.
Snervante come la goccia che cade sempre nello stesso punto. Lentamente scava e distrugge.
I personaggi sono volutamente odiosi  e  compiono atti molto discutibili a cominciare dal protagonista, il curatore Christian che dietro la sua avvenenza e il suo carisma nasconde insicurezze infantili e pochezza d’animo, mostrando quasi sempre un comportamento insensato.

The Square di Ruben Östlund 

Il perno centrale fisico e concettuale del film è un’opera dal titolo The Square, lavoro di un’artista argentina che il museo ha comprato e sta per inaugurare, installata nello stesso luogo dove è stato smantellato un monumento equestre dell'ancien régime.
Si tratta di un quadrato delimitato da un perimetro luminoso con accanto questa scritta: "Un santuario di fiducia e altruismo, al suo interno tutti condividiamo uguali diritti e doveri".
Un invito a ritrovare un coinvolgimento, un’ apertura verso gli altri ma allo stesso tempo se dentro al quadrato si delimita altruismo e fratellanza, vuol dire che al suo esterno si convalida il caos, la violenza e l’odio.  
Non a caso tutto quello che accadrà è  l’opposto di quello che vuole esprimere ‘il quadrato’.
Arte e vita si respingono, si fondono o si confondono in una serie di parabole apparentemente slegate tra loro.
Il film, come un’opera d’arte contemporanea, si completa attraverso le diverse interpretazioni degli spettatori che possono arrivare oltre le intenzioni dell’autore.
Östlund dosa tutto attraverso una rigorosa regia che spesso sfocia nel grottesco strappando molte risate ma un drammatico senso di dispersione avanza come uno tsunami.

In una Stoccolma in cui dilaga indifferenza e solipsismo l’opera del museo fallisce, insieme ad artisti e curatori, perché vuota e disonesta, lontana dalla vita e incapace di essere di tutti.

lunedì 9 ottobre 2017

MAD GALLERY 3


Volti e luoghi di alienazione
di Maddalena Marinelli

“Posso misurare il moto dei corpi, ma non l’umana follia.”
(Isaac Newton)

Hieronymus Bosch, “La nave dei folli”, 1494, Parigi, Museo del Louvre


Una barca che va verso il nulla carica di personaggi corrotti ed avidi persi nel vizio. L’esibizione e la condanna del peccato.
In questo baccanale boschiano i folli vengono esiliati su una nave per essere allontanati dal mondo.
Il gufo e la ciliegia simboleggiano il peccato.
Il liuto personifica l’organo sessuale femminile. Suonarlo era ritenuto gesto di estrema lascivia, soprattutto da parte di una religiosa.
L’albero maestro si trasforma nell’albero della cuccagna con un’anatra arrosto appesa, che presto sarà raggiunta da un uomo affamato armato di coltello.
In cima si staglia una bandiera con l’effigie della luna crescente, un simbolo musulmano oppure un rimando  alla volubilità dei lunatici.
Ovviamente Bosch fa una critica in primis alla corruzione del mondo ecclesiastico. Infatti la nave nell’arte paleocristiana indica la Chiesa.
Nel 1413 il poema De Blauwe Scuut di Jacob van Oestvoren parlava di una barca carica di una compagnia libertina.
Nel 1494 era stato pubblicato il poema satirico La nave dei folli di Sebastian Brandt.
Brandt racconta il viaggio che un  gruppo di alienati intraprende per raggiungere Narragonien, la terra promessa dei matti, luogo che non riusciranno a raggiungere a causa della stupidità che li porterà ad assecondare i vizi, l’imprudenza e la malvagità.
Quindi la follia intesa come conseguenza del peccato o come punizione del peccatore. Il folle è considerato emblema della sregolatezza e dell’insensatezza della condizione umana.
Un concetto che verrà superato nella visione di Erasmo da Rotterdam,   nel saggio Elogio della follia scritto nel 1509, che vede trionfare la figura positiva e anticonformista del folle-saggio.
Osservando il quadro, non a caso, isolato dal gruppo, appollaiato su un ramo, c'è un personaggio misterioso. Indossa il costume da buffone con il cappuccio con le orecchie d'asino e tiene in mano una marotte (lo scettro dei buffoni). Si tratta del Folle, il ventiduesimo arcano maggiore dei tarocchi. Egli ha voltato la propria gobba ai compagni di navigazione, e quindi alla follia, e si tiene in disparte rispetto al resto del gruppo in un atteggiamento che pare quasi di meditazione. 
Che abbia ispirato la figura del folle-saggio di Erasmo?


“Mostratemi un individuo sano di mente, e lo curerò per voi.”
(Carl Gustav Jung)


Johann Heinrich Füssli, “Lady Macbeth sonnambula, 1784, Parigi, Museo del Louvre



Dal buio emerge la figura di Lady Macbeth tormentata dai fantasmi delle sue vittime e dal senso di colpa che la sta conducendo verso la follia.
Nei suoi occhi leggiamo paura e smarrimento.
Füssli coglie la ceca disperazione di una donna che ormai ha perso ogni lucidità e risolutezza.
In preda ad allucinazioni corre nell’ombra della notte facendosi luce con una candela.
Una visione romantica ed onirica che lascia ancora spazio al terrificante goticismo di mostri e fantasmi tanto amati da Füssli.
Un mondo incantato in cui l’uomo fugge e allo stesso tempo si rifugia in un perturbante fantastico.
La camminata notturna della celebre ‘lady nera’ si svolge in uno spazio amorfo e privo di riferimenti. La donna ormai si è persa in un abisso infernale.


“Un malato di mente entra nel manicomio come ‘persona’ per diventare una ‘cosa’. Il malato, prima di tutto, è una ‘persona’ e come tale deve essere considerata e curata (…) Noi siamo qui per dimenticare di essere psichiatri e per ricordare di essere persone.”
                                                (Franco Basaglia)

Pierre-André Brouillet, “Una lezione clinica alla Salpêtrière”, 1887, Université Paris Descartes

Il famoso neurologo Jean-Martin Charcot presenta ai suoi allievi un caso di isteria  all'ospedale Pitié-Salpêtrière di Parigi.
Charcot si era specializzato nello studio dell’ isteria e della suscettibilità all'ipnosi.
La paziente prescelta è Blanche Wittmann. Intorno alla donna compare la schiera di studenti, colleghi e collaboratori del neurologo intento a dimostrare che i sintomi dell'isteria sono reali come quelli di qualsiasi malattia organica. Sul tavolo, accanto a Charchot,  ci sono degli induttori collegati a una batteria Grenet per l'elettroterapia.
L’autore dell’opera è il pittore accademico André Brouillet specializzato in scene di genere, ritratti, paesaggi e in pittura orientalista per via del suo interesse nei confronti della realtà algerina. Visitò spesso Algeri e la Grecia.
Una visione chiara e fotografica che documenta il reale senza ulteriori pretese.
‘Una lezione clinica alla Salpêtrière’ è uno dei quadri più conosciuti nella storia della medicina.
Il dipinto si può vedere esposto in un corridoio dell'Université Paris Descartes, vicino alla scala d'ingresso al Musée d'Histoire de la Médecine.
Freud aveva una piccola versione litografica (38,5 cm x 54 cm) del dipinto, creata da Eugène Pirodon (1824-1908), incorniciata e appesa al muro delle sue sale di consulenza.


“I sogni sono una breve pazzia, e la pazzia un lungo sogno.”
(Arthur Schopenhauer)


Otto Dix, “The mad woman of Saint Marie-Py”, 1924, Los Angeles, LACMA


Una madre inginocchiata davanti al suo bambino presumibilmente morto. La donna è sotto shock.
Tutto si consuma in una strada ai margini di una città probabilmente devastata dalla guerra e dalla povertà.
Una drammatica visione che sembra arrivare da L’opera da tre soldi di Brecht o il tragico epilogo di  Mother with Child (1921) dello stesso Dix.

“The mad woman of Saint Marie-Py” e "Mother with Child"

Uno sventurato destino si è abbattuto sulla madre e il bambino.
Nulla viene risparmiato dalla grande mietitrice; spesso sono i più indifesi e innocenti a farne le spese.
Non ci è dato sapere se il bambino è morto per stenti, malattia oppure per mano di qualcuno.
Lo sguardo della donna sembra perso e terrificante. Sulla sua bocca è stampato una specie di ghigno. Colpisce e raggela quel suo gesto istintivo di porgere con la mano un capezzolo come se volesse ancora allattare il bambino da cui non provengono segni di vita. Con l'altra mano indica il corpo del figlio come a voler sollecitare lo spettatore a guardare con attenzione.
Qualcosa di terribile è accaduto.
Miseria e squallore racchiusi in un crudo realismo.
Il mondo ritratto da Otto Dix è un luogo abominevole, devastato dalla crudeltà dell’uomo. Un punto di non ritorno, un tragico abisso in cui l’umanità precipita e dove la morte è solo il minore degli orrori.


“Folle è l’uomo che parla alla luna. Stolto chi non le presta ascolto.”
(William Shakespeare)


Lorenzo Viani, “Vergine pazza”, 1929, collezione privata

L’ immagine tragica e spettrale di una donna che assume le sembianze di un fantoccio inquietante e stregonesco.
Nell’arte di Lorenzo Viani c’è l’oscura drammaticità di Goya, Kirchner, Daumier. I colori sono algidi e malinconici come quelli di Munch.
Toni scuri e asciutti, pennellate potenti e decise, un segno grafico essenziale, incisioni taglienti dai contrasti marcati e duri.
Viani rende protagonisti i reietti della società: vagabondi, folli, mendicanti, ubriaconi, nani, prostitute, pescatori, vedove del mare.
Il popolo di Viareggio, con i suoi simboli e le sue tradizioni, costituisce il soggetto prediletto di Viani.
Questa Vergine Pazza pone le mani in avanti come a voler toccare i tasti di un pianoforte. Lo farebbe pensare anche la posizione di come è seduta. Oppure è in preda ad un delirio, una crisi e i suoi movimenti sono dettati da uno stato di alterazione mentale.
Il soggetto potrebbe riferirsi ad una paziente ricoverata in un ospedale psichiatrico in cui Viani soggiornò a causa dei suoi attacchi d’asma oppure ad una povera sventurata vista in paese.