giovedì 12 giugno 2014

MAD GALLERY 2


Volti e luoghi di alienazione
di Maddalena Marinelli


“Matto. Affetto da un alto grado di indipendenza intellettuale; non conforme ai modelli di pensiero, parola e azione, che la maggioranza ricava dallo studio di se stessa. In poche parole, diverso dagli altri.”
(Ambrose Bierce, Dizionario del diavolo, 1911)

                  Giacomo Balla, “La pazza”, 1905, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna


Tra il 1902 e il 1905 Giacomo Balla realizza il ciclo dei viventi dedicata a tutti coloro che vivevano ai margini della società. Questa scelta tematica si può ricondurre all’adesione dell'artista all’idealismo sociale dell’amico poeta Giovanni Cena. Determinanti sono anche i contatti con Cesare Lombroso.
La fase pre-futurista di Balla è incentrata sulla ricerca di un realismo sociale espresso attraverso la tecnica del Divisionismo alla quale si avvicina a partire dal 1893 con il suo arrivo a Roma. Si interessa ai temi popolari, al mondo dei poveri, al paesaggio urbano.
La donna ritratta è Matilde Garbini, una malata mentale vicina di casa del pittore. Nell’espressione del volto e nella contorta postura del corpo Balla coglie la drammaticità di uno stato psichico alienato in un tranquillo contesto casalingo.
 I delicati colori e la luce del giallo retrostante la figura femminile concedono uno stato di quiete.
La donna si trova in controluce sulla soglia di una porta finestra mentre con un gesto o un’ espressione del volto sembra voler comunicare faticosamente qualcosa che rimarrà celato allo spettatore. 


“La pazzia è come il Paradiso. Quando arrivi al punto in cui non te ne frega più niente di quello che gli altri possono dire... sei vicino al cielo.” (Jimi Hendrix)


                               Francisco Goya, “El patio de una casa de locos”, 1794, Dallas, Meadows Museum


Un piccolo ma straordinario dipinto ad olio su ferro stagnato realizzato dopo il 1792 quando il celebre  artista spagnolo venne colpito da una misteriosa malattia che lo lasciò fisicamente debilitato e permanentemente sordo. Durante la lunga convalescenza Goya si dedicò a lavori di piccolo formato che danno più spazio alla fantasia e all'invenzione: “Sono riuscito a fare osservazioni che di solito non sono consentiti nelle opere commissionate ".
Un dipinto non certo da presentare a marchesi o conti. Un’immagine allo stesso tempo surreale e grottescamente realistica che denuncia la situazione di desolazione e totale abbandono in cui si trovavano i malati mentali.  
Francisco Goya vide questa scena quando si trovava a Saragozza.
Un cortile che ospita un gruppo di alienati. Il malato di mente veniva trattato come un criminale comune ed era normale intervenire con azioni punitive nei suoi confronti.
Una visione inquietante di uno stato di sofferenza.
Un dipinto dai toni rarefatti in cui i protagonisti emergono da altissime e cupe pareti. La luce del sole rimane irraggiungibile, non entra nel cortile. L’ uomo sulla sinistra sembra guardarci con espressione disperata  e urlante. Due uomini al centro lottano completamente nudi mentre il loro carceriere li batte. Come sempre Goya riesce a cogliere gli aspetti umani più oscuri e sadici della vita mai solo quelli retorici.


“La vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia…”
(SALLY, Vasco Rossi)


                          Johann Heinrich Füssli,La Follia Di Kate”, 1806-1807, Francoforte, Goethe-museum


L’ inclinazione per il lato oscuro e perturbante si snoda come  filo conduttore di tutta l’ opera di Johann Heinrich Füssli. S’incarna, in particolar modo, nelle figure femminili, dipinte sia con fattezze di dolci fate sia come crudeli ed erotiche "femmes fatales" o come vittime innocenti perseguitate da mostruose creature notturne.
Il soggetto rappresentato è un personaggio della lirica The Sofa contenuta nel poemetto The task del poeta inglese William Cowper.
Kate è una giovane domestica innamorata di un marinaio la cui scomparsa in mare scatenerà in lei la follia.  Impazzisce di dolore rendendosi conto che il suo amato non farà più ritorno.
Kate ha tutte le tipiche caratteristiche del personaggio romantico concependo l’amore come assoluto, divorante e totalizzante fino alle estreme conseguenze.
La follia come eccesso passionale.
Füssli crea il riflesso esterno di una psiche che sta andando alla deriva.  
Gli occhi spalancati ci guardano con smarrimento e terrore, la bocca è semiaperta, la postura è innaturale. Il gesto della mano, seppure esitante, allude al mare causa del suo dolore.  E’ colto il momento culminante della follia che esplode come la tempesta alle spalle della ragazza, ormai irrefrenabile.


“Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell'uomo più passione che ragione perchè fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso”.
(Erasmo da Rotterdam)


Pieter Bruegel il Vecchio, “Margherita la pazza” (o Dulle Griet),1561, Anversa, Museo Mayer van den Bergh - particolare


Da Raffaello a Guercino e ancora  Simone Martini, Parmigianino, Andrea del Sarto, tanti la dipinsero spesso come una bellissima ragazza. "Dulle Griet" è una figura del folklore fiammingo personificazione della strega, allegoria dell'avarizia.
Una versione popolare e riadattata della figura di Santa Margherita d'Antiochia che sconfisse il demonio. Sotto il regno dell'imperatore Massimiano, feroce persecutore dei cristiani, in Antiochia di Pisidia una fanciulla di nome Margherita fu condannata a morte e martirizzata a causa della sua fede in un unico Dio. Nella cella durante la notte, secondo la leggenda, il diavolo sarebbe apparso a Margherita e l’ avrebbe ingerita viva. Ma lei, grazie  alla croce che aveva in mano, squarciò da dentro il ventre del mostro e si liberò. Per questo divenne la protettrice delle partorienti.
La sua memoria sopravvisse nelle leggende popolari trasformandosi, a poco a poco, da quella di una bella ragazza in fiore in quella di una strega capace di sfidare l'Inferno.
Bruegel la rappresentò al centro del dipinto come una vecchia invasata dal gigantesco corpo allampanato. Armata e in corsa  si dirige verso la bocca antropomorfa degli inferi con un ricco bottino.
Un monito per quanti insistono nel vizio al punto da perdere la ragione.
L’associazione della follia alla colpa e allo scatenamento del demoniaco.

   Pieter Bruegel il Vecchio, “Margherita la pazza” (o Dulle Griet) 1561
Attorno a Dulle Griet si svolge un abnorme sabba collettivo.
Vi sono scene di distruzione in una città, conseguenza di un attacco portato plausibilmente dalla strega stessa e dal suo passaggio.
Figure mostruose popolano tutto il dipinto. Il colore dominante è il meraviglioso rosso delle fiamme. Ogni mostruosa creatura e ogni oggetto rimandano a simboli magici e alchemici nascosti nell'umanità scanzonata e sgangherata del popolo.
Una figura chiave è il gigante che, poco sopra il centro del dipinto, regge sulla schiena una barca con la sfera e con un mestolo di ferro rovescia monete dal suo deretano a forma di uovo dal guscio rotto. Si tratta forse dell' opposto di Dulle Griet, che getta indifferente alla folla le ricchezze che essa invece raccoglie con avidità.
Un richiamo all'inutilità dell'accumulare beni materiali.
Evidenti sono i debiti verso Hieronymus Bosch. Margherita la pazza è il seguito, la coda dell’opera La Nave dei folli.
Molto probabilmente  lo stesso committente chiese un dipinto nello stile del defunto maestro.  


“Tutti siamo scienziati pazzi, e la vita è il nostro laboratorio. Tutti stiamo sperimentando per trovare un modo di vivere, per risolvere problemi, per convivere con pazzia e caos”. (David Cronenberg)

 Vincent Van Gogh, “Il dormitorio di Saint-Paul”, 1889, collezione privata

L'8 maggio 1889 Van Gogh, accompagnato dal pastore Salles, entrò volontariamente nella Maison de Santé di Saint-Paul-de-Mausole, un vecchio convento adibito a ospedale psichiatrico a Saint-Rémy-de-Provence, a venti chilometri da Arles.
«Osservando la realtà della vita dei pazzi in questo serraglio, perdo il vago terrore, la paura della cosa e a poco a poco posso arrivare a considerare la pazzia una malattia come un'altra» (V. Van Gogh)
L’opera raffigura l’interno del manicomio, il quale, al contrario dell’architettura esterna e della campagna che lo circondava, era abbastanza deprimente.
Il dipinto trasmette lo stato di abbandono in cui erano lasciati i pazienti.
Il lungo corridoio con i letti dei degenti e in primo piano un gruppetto di persone dimesse raccolte intorno ad una stufa giorno dopo giorno in eterna attesa.
« [...] Quelli che sono in questo luogo da molti anni, a mio parere soffrono di un completo afflosciamento. Il mio lavoro mi preserverà in qualche misura da un tale pericolo. » (Lettera a Théo van Gogh, 25 maggio 1889)
Vincent non si coricava nel dormitorio. Aveva a disposizione due camere di cui una per lavorare alle sue tele. Gli era permesso dipingere fuori dal manicomio accompagnato da un sorvegliante e si manteneva in contatto epistolare con il fratello che gli spediva libri e giornali. Durante la sua permanenza a Saint-Paul-de-Mausole tentò diverse volte di avvelenarsi con i colori e il petrolio.


giovedì 6 marzo 2014

LA CREATRICE - Camille Claudel 1915, di Bruno Dumont

CAMILLE CLAUDEL 1915 di Bruno Dumont

L’internata della società
di Maddalena Marinelli

“Non è senza rimpianto che ti vedo spendere il tuo denaro in un manicomio. Del denaro che potrebbe essermi utile per fare belle opere e vivere piacevolmente!”
(lettera alla madre dal manicomio di Montdvergues, 18.02.1927)

Camille Claudel a vent'anni


La scultrice francese Camille Claudel rimase reclusa per trent’anni in una casa di cura psichiatrica solo perché era un personaggio scomodo; perchè aveva manifestato segnali di depressione dopo la fine della sua lunga relazione clandestina con Auguste Rodin vedendosi negata ogni speranza di matrimonio.
A Camille non era concesso nemmeno di rammaricarsi troppo per un amore finito. Per la scultrice inizia un periodo difficile. Si isola nel suo studio. Accusa Rodin e la sua banda di averle rubato idee e bozzetti. Distrugge molte opere. A questo punto, per la carriera di Paul Claudel e del cognato magistrato, avere parentele con una ‘pazza’ in circolazione è una pessima pubblicità.
Dopo la morte del padre, l’unico sostenitore della ragazza, la famiglia Claudel procede. Lasceranno che Camille marcisca a tempo indeterminato in un manicomio. Diagnosi: “E’ affetta da delirio sistematico di persecuzione basato principalmente  su false interpretazioni  e fantasie”.
La madre e la sorella non si preoccuperanno mai di fargli visita.
L’unico a mantenere un legame con lei, seppur discontinuo negli anni, sarà suo fratello Paul Claudel a cui Camille aggrappò l’ultima speranza di poter un giorno tornare nel mondo, al lavoro nell’amato atelier ma gli fu negato per sempre di proseguire il suo percorso artistico.


Camille Claudel nel suo atelier accanto all'opera "Persée et la Gorgone"

L’amato piccolo Paul ha nutrito sentimenti molto contrastanti nei confronti della sorella, riconoscendone il grandissimo genio ma parallelamente evidenziandone, secondo lui, i tanti limiti: “ Il mestiere dello scultore è, per un uomo, una specie di sfida continua al buon senso, per una donna sola e col temperamento di mia sorella è pura e semplice impossibilità” (Paul Claudel)
Allieva, musa, amante, coadiutrice e rivale. Quanto avrà influito il talento, la creatività, l’intuizione della giovane Camille sull’opera di Rodin?
Certamente l’apprendistato in un atelier si basava su reciproche concessioni tra maestro e allievo, per questo è difficile stabilire con certezza chi sia il vero autore di molte opere.
Lavoravano tutti i giorni insieme usando gli stessi modelli.
Rodin ha una profonda stima per la sua assistente. La consulta su tutto.
Mani e piedi di molti personaggi sono lasciati all’abilità, al tocco della scultrice durante il lungo tormentato periodo di simbiosi artistica e sentimentale terminato nel 1895.
"Ha una natura profondamente personale, che attira per la grazia ma respinge per il temperamento selvaggio." (Auguste Rodin)


Camille Claudel 1915 di Bruno Dumont

Inverno 1915. Sud della Francia. Montdevergues, un manicomio abbarbicato in cima ad una collina. Camille Claudel è prigioniera di interminabili giornate sempre uguali circondata da malati di mente che a volte accudisce e a volte allontana bruscamente.
Un lungo incubo senza fine raccontato con rigore essenziale dal regista francese Bruno Dumont che gira il film  in una vera casa d'accoglienza nei pressi di Avignone circondando, la protagonista, Juliette Binoche di autentici degenti psichiatrici.
Dumont vuole ricreare e trasmettere il dolore dell’anima di Camille. Vuole che risuoni ovunque, anche nel silenzio.
Rilascia un principio immateriale, alimenta un’aura magica e spirituale che comunica col pubblico senza troppe parole o costruzioni visive.
Il richiamo dell’arte si riaccende sempre e Camille cerca di disegnare fiori, prende una pietra in mano oppure tenta la modellazione di una zolla di terra che forse le ricorda come da bambina amava plasmare l’argilla rossa a casa del nonno a Villeneuve.
Questi piccoli tentativi di riavvicinarsi alla creazione artistica si spengono nella più grande disperazione di chi vorrebbe volare ma gli sono state tarpate le ali.

Camille Claudel (Juliette Binoche) nel film di Bruno Dumont

Non può più scolpire. Osserva la desolazione, la natura, i piccoli rituali quotidiani di malati e inservienti. Prega convulsamente nella piccola chiesa, piange improvvisamente, ride, sviluppa manie di persecuzione. Accusa ancora Rodin di tutte le sue sciagure. Si convince che vogliono avvelenarla ma anche la persona più integra impazzirebbe presto allontanata dal mondo, dai suoi sogni e nel quotidiano contatto con veri malati mentali.
In manicomio il tempo si trasforma in un’ interminabile attesa.
Camille attende per mesi, per giorni la visita del fratello preparando parole adatte.
Si ripete in testa quella maledetta arringa finale sperando di essere compresa, di poter vivere la sua vita in una modesta casa di campagna ma Paul Claudel aveva già emesso la sua condanna nei confronti della sorella e non gli permetterà mai più di uscire.
L’internamento era una punizione per una vita troppo emancipata o, secondo i dogmi morali di Paul, un meritato castigo per un aborto avvenuto durante la relazione con Rodin. 

Camille Claudel (Juliette Binoche) nel film di Bruno Dumont

Così la società dell’epoca confina a vita questa ‘creatrice’, personalità femminile unica, talentuosa e appassionata. 
“E’ lo sfruttamento della donna, l’annientamento dell’artista alla quale si vuole fare sudare persino il sangue. Tutto ciò in fondo viene dal cervello diabolico di Rodin.”

(lettere al fratello dal manicomio di Montdvergues, 03.03.1930)

domenica 9 febbraio 2014

I plutomani di Scorsese, Scott e O. Russell




Sbrana il prossimo tuo e celebra te stesso
di Maddalena Marinelli

L’avidità ha dato forma alla cultura contemporanea.
Nell’era dell’homo oeconomicus l’avido germina in ognuno di noi.
Gordon Gekko, il più famoso plutomane cinematografico, diceva:  “L'avidità, non trovo una parola migliore, è valida, l'avidità è giusta, l'avidità funziona, l'avidità chiarifica, penetra e cattura l'essenza dello spirito evolutivo. L'avidità in tutte le sue forme: l'avidità di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha impostato lo slancio in avanti di tutta l'umanità. E l'avidità, ascoltatemi bene, non salverà solamente la Teldar Carta, ma anche l'altra disfunzionante società che ha nome America”.
Dettagli: quali e quanti americani dovrebbe salvare l’avidità che esalta tanto Gordon Gekko? Per quelli che saranno salvati quanti ne dovranno annegare?
I brandelli dell’american dream distorto e corrotto che ha lasciato una desolante scia di povertà per molti e vaste ricchezze per pochi.
Adesso ci siamo involuti e Gordon Gekko di Wall Street a confronto del Jordan Belfort di The Wolf of Wall Street sembra quasi una romantica canaglia.
Il cinema dice la sua. Se volete provare a ricomporre i pezzi del sogno infranto e degenerato, attraverso l’occhio della settima arte, ecco documentato quello che è successo in Capitalism: A Love Story di Michael Moore o secondo l’interpretazione più profetica, spettrale ed esoterica di Paul Thomas Anderson in The Master e There Will Be Blood in cui c’è l’abicì emotivo e psichico  che innesta la follia del dominio.

"There will be blood" e "The Master" di Paul Thomas Anderson 

Politica, finanza, religione, scienza, inizia sempre con un predicatore sul podio a caccia di seguaci e quando cominciano a credergli è già troppo tardi.
L’avidità, una condizione in cui predomina un desiderio smodato legato prevalentemente al raggiungimento, con ogni mezzo, di denaro e potere che sfocia in un vero e proprio delirio di ricchezza. Rubare a ricchi o poveri, comunque rubare tramite operazioni virtuali, investimenti, conti, codici, numeri, spostamenti, prestiti.
Il denaro c’è ma non si vede. Non si crea e non si distrugge, si trasferisce e puff..
Una catena invisibile e infinita di frodi, riciclaggio sporco, abusi su abusi che fanno sprofondare gli uomini nella rovina e nella distruzione.
Come definire i manager che hanno prodotto questa crisi e sono scappati con liquidazioni miliardarie? E il ruolo delle banche, della politica, delle istituzioni?
Nel bel mezzo dell’odierna crisi economica il cinema americano riflette sull’avidità attraverso tre opere filmiche vorticose e spietate dai mirabolanti cast in cui, dopo le ascese, arrivano punizioni ma senza redenzioni. 

                          "American Hustle" di David O. Russell

Si comincia con la coppia di truffatori in American Hustle ambientato negli sfavillii estetici degli anni Settanta. In un baccanale visivo di lustrini, capelli cotonati e vestiti elasticizzati si parla dell'operazione Abscam e della dilagante corruzione che investe politici, istituzioni, agenti di polizia contornati dalla malavita locale.

"The wolf of Wall Street" di Martin Scorsese

Arriviamo alla fine degli anni Ottanta con The wolf of Wall Street, ad un altro baccanale di sesso, soldi e droghe. Habitat extra lusso di Jordan Belfort capobranco di un gruppo di brokers assatanati e senza più freni. Quando tutto sarà finito, dopo aver perso qualsiasi cosa ottenuta, Jordan non farà altro che ricominciare il gioco dall’inizio con nuovi adepti da indottrinare.

"The Counselor" di Ridley Scott

L’epilogo più tragico e violento sull’avidità, di una violenza impassibile e irreversibile, ce lo propone Ridley Scott in The Counselor. Un avvocato con smanie di facili guadagni si avventura a bere in un territorio sconosciuto e pericoloso.
Presto a sbranare la gazzella arriverà un’ impietosa predatrice pronta a lasciare una scia di morte senza batter ciglio.
Tre amari ritratti, nello scorrere del tempo, di un’ America immutabile nei suoi vizi e sbruffona nell’esibirli in cui i valori morali non solo non esistono più ma non sembrano proprio mai esistiti. L’abbrutimento della società contemporanea, una visione infernale illuminata ed esaltata dallo star system più fulgido, premiato e da un impeccabile stile.

"Il grande dittatore" (1940) di Charlie Chaplin

“La vita può essere felice e magnifica, ma noi l'abbiamo dimenticato. L'avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell'odio, ci ha condotti a passo d'oca a far le cose più abiette. Abbiamo i mezzi per spaziare ma ci siamo chiusi in noi stessi”.

(Charlie Chaplin, in Il grande dittatore, 1940)

lunedì 20 gennaio 2014

"Red Krokodil", di Domiziano Cristopharo

                                                  MAD NEWS
RED KROKODIL 
Da Giovedì 23 Gennaio 2014 nelle sale del circuito di Distribuzione Indipendente


Disgregazioni
di Maddalena Marinelli

“Ogni bucomane vede solo se stesso.”
(Christiane Vera Felscherinow - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, 1979)

Il ritratto di un giovane uomo oppresso dal Krokodil. Una miscela chimica che scarnifica, ti spolpa fino all’osso. La droga più letale in circolazione.
Ascoltiamo la sua voce fuoricampo che prova a spiegarci la caduta nell’abisso.
Un consolante richiamo che cerca di ridestarlo dal malefico oblio causato da quel veleno  che lo sta avvicinando inevitabilmente alla morte.
La sua mente vaga tra ricordi, allucinazioni e tremendi incubi.
L’immagine esoterica di un occhio lo perseguita. Compare da una fessura nel muro, lo vede aprirsi sulla sua mano. Tra macerie e sudiciume c’è un' icona di San Nicola, il santo il cui corpo, per tradizione religiosa, non si decompone.
Mani senza volto che offrono un palloncino bianco. Minaccioso arriva un essere bendato e deforme.
Rappresentazioni del suo inconscio fortemente turbato, non può far altro che generare mostri. Elaborazioni fantastiche con legami alla sua esistenza. Paure che si materializzano. La prova più penosa sarà il confronto col suo doppio sano.



L’uomo vive il suo sdoppiamento, ritrova il suo corpo bello e illeso ma poi riprende contatto con la triste realtà, con una materia squarciata e piagata che non risponde più al suo volere. Esausto,vorrebbe essere qualunque cosa tranne se stesso.
Liberarsi dalla pesantezza di quel cumulo di carne disfatta e dolente.
La sua vita è solo un calvario che lo consuma.
Nel suo delirante viaggio metafisico arriva ad assumere le sembianze di Cristo eseguendo un’autocrocifissione come mezzo di catarsi e resurrezione.
Quando finalmente trova quella forza per reagire e scegliere di combattere, il mondo esterno gli riserverà una pessima sorpresa.  Da ‘fuori’ arriverà un’altra disgregazione.
Il Krokodil fa schifo e non può assolutamente continuare a diffondersi.
Crea una dipendenza molto più forte dell’eroina e porta alla morte entro due anni corrodendo orribilmente pelle e muscoli fino all’amputazione.
Red Krokodil è uno dei primi film a parlare di questa droga devastante.
Non viene utilizzato un linguaggio documentaristico e narrativo come in Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino o uno stile prorompente, cinico e violento come in Trainspotting.

Brock Madson in "Red Krokodil"

Domiziano Cristopharo realizza un’opera filmica a basso budget fondata su una visione intima e psicologica concentrata in un unico personaggio.
Per tutto il tempo la macchina da presa si addossa sul corpo martoriato di Brok Madson un attore non professionista con un passato da ex tossicodipendente.
Tutto questo ha portato all’interno del film elementi e tensioni autentiche.
Dettagli e situazioni che solo chi ha vissuto quell’abisso può sapere.
L’atmosfera perturbante è la proiezione di una psiche sconvolta dall’assunzione di droghe e questo permette al regista di creare tutto un impianto surreale e simbolico che si incastra con riferimenti realistici. Un ‘Paese delle Horrorviglie’ da cui emerge il Bianconiglio. Un muto araldo che annuncia e presiede le epifanie che seguiranno. Indica la possibilità di un risveglio spirituale ma quant'è profonda la sua tana?

vedi il trailer di RED KROKODIL

LEGGI LA MIA RECENSIONE DI 'RED KROKODIL' SU SCHERMAGLIE


martedì 17 dicembre 2013

La fine del mondo #2: "Le dernier combat", di Luc Besson

Le dernier combat (1983) di Luc Besson

                                                                                                                                                       
Un mondo senza parole
di Maddalena Marinelli

Il Pianeta è stato raso al suolo da una catastrofe imprecisata.
In una distesa desertica i sopravvissuti sono in continuo stato di guerriglia per conquistarsi i pochi beni preziosi: cibo, acqua e le rarissime donne che vengono custodite/segregate sotto chiave.
Gli uomini non riescono più ad emettere parola a causa di un veleno diffuso nell’aria. Regrediscono ad uno stadio primitivo trasformandosi in belve violente, in scalcinati guerrieri tra medioevo ed età della pietra.
Un film che alterna  poesia, dolcezza, crudeltà e ironia in cui la parola è completamente assente. Tutto viene affidato all’immagine, alla colonna sonora di Eric Serra, ai volti intensi degli attori Pierre Jolivet, Jean Bouise, Fritz Wepper e naturalmente alla prorompente fisicità di Jean Reno che diventerà una presenza costante in tutti i film successivi di Besson.
Personaggi beckettiani rassegnati o in cerca di rivincita in un mondo  dove l’uomo sembra rimasto completamente solo e non esiste più un Dio da invocare.


Il protagonista della vicenda conserva ancora un barlume di speranza. Rispetto agli altri, che rassegnati si lasciano andare all’imbarbarimento, lui cerca di reagire. Non vuole dimenticare la sua umanità e sogna di riavere un giorno la sua voce.
La banda di disperati, che vive nelle macchine in mezzo al deserto, è ridotto ad un branco di lupi affamati. Una piccola tribù che s’inventa sadiche regole come quella di sostituire il denaro con dita mozzate.
Il dottore, ultimo emblema del sapere umano, si è barricato nella sua clinica e si consola disegnando graffiti e accudendo la bella donna che tiene prigioniera nel labirintico sotterraneo. Il bruto, con la sua ceca ferocia, rappresenta tristemente lo stadio finale di questa regressione morale e sociale.
Uno schema narrativo chiaro e conciso, grande suggestione delle locations che vengono raccontate con estrema cura per il dettaglio e con l’ausilio di piccole invenzioni. L’eccezionalità del film è quella di riuscire a rendere credibile e autetico un mondo post-apocalittico senza l’ausilio di  effetti speciali. Non mancano le scene d’azione, scandite dal jazz-rock di Eric Serra, in cui il 23enne Besson  dimostra già la sua grande padronanza di ripresa.


Scarno, realizzato con poche risorse economiche ma con una grande intensità visiva e ideologica. Il primo lungometraggio di Luc Besson. Sono già ben evidenti quei tratti tipici della sua regia energica, lucida e amara in cui si ripete il leitmotiv di protagonisti buoni che si ritrovano a compiere nefandezze imposte da un sistema carogna. Per ogni film Besson studia un involucro estetico molto accurato. Segue freddamente uno schema registico che scandisce le storie secondo i livelli dei video games per ristabilire un senso umano di realtà solo nel finale. L’inafferrabile Besson che salta da un progetto all’altro senza seguire una linea precisa. Si divide tra l’irresistibile piacere di curare solo la forma e l’esigenza di esprimere un contenuto.
Si diverte a fare un cinema più commerciale e ultimamente anche i film per ragazzi. Poi c’è l’altra versione di Besson, attualmente sparita, quella dei film più intimisti e autobiografici come Le Dernier Combat, Le grand bleu, Angel-A, Atlantis. 

(Saggio di Maddalena Marinelli tratto dal catalogo della rassegna Finimondi)

sabato 23 novembre 2013

MAD MOVIES PARADE 2

     

Dieci film italiani dedicati al buio nella mente
di Maddalena Marinelli


Folgorante metafora distruttiva della colonna portante famiglia alle soglie dei moti sessantottini. Il prima della rivoluzione, quell’aria che si respira tra il vecchio e il nuovo, tra stasi e cambiamento. Tessiture shakespeariane, tipica ferocia parricida proveniente dalla mitologia greca. L’ambizioso e folle progetto omicida di Alessandro per fuggire dai legami che lo reprimono. Sarà in grado di gestire questa libertà senza nessun rimorso nei confronti dei sacrifici di sangue che ne sono stati il prezzo?

PARTNER (1968) di Bernardo Bertolucci
L’esplosione del doppio. Quando un giovane intellettuale si dimostra incapace di prendere decisioni  la sua mente partorisce un sosia che agisce senza remore. L’intrepido gemello realizza i desideri nascosti del timido Giacobbe. L’opera più criptica, stonata e intima di Bertolucci in cui prevale l’ombra. Decostruito, improvvisato e girato in presa diretta. ‘E’ VIETATO VIETARE E’PROIBITO PROIBIRE’, durante le riprese di Partner esplode il Maggio Francese.   

L’incontro tra una ragazza misteriosa e fragile con un uomo di mezza età avverso ai legami duraturi. L’amore sembra illusoriamente più forte dell’amara realtà in cui Nicole soffre di disturbi mentali imprevedibili che generano violente crisi e Dino si illude di riuscire a sacrificarsi per amore, di poter restare accanto alla ragazza nonostante tutto. Laconico, malinconico, amaro fallimento dell’amore.

Due sorelle, l’una carceriera dell’altra. Un impenetrabile e morboso microcosmo femminile. I ruoli di madre e figlia, amanti, coppia, insegnante e allieva, si concentrano unicamente in due donne mentre ‘fuori’ il genere maschile è visto come minaccia fino a concepire, nei suoi confronti, un vero e proprio atto di sterminio quando un uomo proverà ad interporsi entrando in questo bozzolo alienante.

In un manicomio,  fuori dal mondo reale, scorre la vita tra regole e trasgressioni. I rinchiusi, oltre ai malati, finiscono per essere anche gli stessi medici che nel contatto quotidiano con la follia iniziano a non distinguere più quella linea di separazione. Il dottor Bonaccorsi cerca rifugio nell’improbabile tesi sull’esistenza del microbo della follia che viene completamente smentita da una giovane dottoressa, l’unica a rendersi conto delle tante ‘anomalie’ condivise normalmente tra malati e medici. Quando Bonaccorsi oppresso sprofonderà nella crisi e deciderà di abbandonare l’ospedale scoprirà che non c’è via d’uscita quando la follia diventa status sociale e politico. La regia sofisticata di Bolognini tinteggiata di eros.

Thriller soprannaturale che sfocia nell’horror. Esperimento tra cinema, performance, documentario. Una critica rivolta alla figura dell’intellettuale. Il ritratto della psicosi di un artista rivoluzionario nel suo atto creativo ma imprigionato nel sistema economico dell’arte. Così prendono vita apparizioni e desiderio omicida nei confronti della sua compagna, simbolo di quel sistema artistico che tanto l’opprime e che ha spento la sua ispirazione artistica. Protagonista una misteriosa e labirintica villa veneta che ammalia l’artista amplificandone le nevrosi con i suoi segreti e le sue particolari stanze.

Uno scambio d’identità, una riflessione sul potere e la politica. La riscoperta di un valore etico delle parole. Un uomo uscito da una clinica psichiatrica prende il posto del fratello gemello leader di un partito politico. Mentre Enrico schiacciato dai doveri fugge dalla sua maschera per ritrovare se stesso, Ernani come un baldanzoso attore di riserva recita a soggetto e nella sua imprevedibilità riesce a conquistare la gente perchè non ha nessun fine, nessun accordo, nessuna mira politica, nessun doppio gioco o strategia da seguire.

Nicola ha vissuto fin da bambino nel manicomio di Santa Maria della Pietà  non si sa bene per quale motivo, forse solo a causa di una famiglia assente. Matto solo perché non ha speranza di essere qualcos’altro. La sua voce-off diventa portatrice di evocazioni, piccoli racconti, drammi, quotidianità che rivelano tracce di vita vissuta dentro l’alienazione tratte da testimonianze raccolte dallo stesso Ascanio Celestini. Nella testa di Nicola avviene uno straordinario montaggio/cortocircuito tra ricordi, realtà e fantasie incompatibile con un ‘normale’ vivere presente ma che lo consacra geniale narratore.

"Venezia è una vecchia signora dall'alito cattivo" dice Fabio Stolz al nipote appena arrivato in città per studiare pittura. Attraverso gli occhi ingenui di questo ragazzino di provincia Risi cala lo spettatore all’interno di una decadente e malsana vita di coppia chiusa a macerare tra le fredde mura di un antico palazzo fatto di scale che conducono verso stanze segrete dove tutto è permesso. Giovinezza e vecchiaia, purezza e perversione, verità e finzione.  Un Dino Risi in veste gotica. Un film sulla perdita dell’innocenza, sul rifiuto dell’inesorabile tempo che passa.

Grazia è una donna che non riesce a stare al suo posto, come la Mabel di Cassavetes è una mina vagante. Moglie innamorata e passionale, madre dolcissima di tre figli non si vuole sottomettere al conformismo dei suoi conterranei. Sembra divampare in lei un fuoco incontenibile, una forza primordiale e selvaggia come l’acqua, la roccia, la natura che la circonda. Ma cos’è davvero Grazia? Tutti la considerano una pazza e vorrebbero estirparle questa imbarazzante e incomprensibile anomalia ma  lei non vuole farsi domare e svanirà per infine riapparire a tutti nella sua vera essenza, forse finalmente compresa.