domenica 28 luglio 2013

"The Purge", di James DeMonaco

                                                       
                                                                  MAD NEWS 
THE PURGE dal 1° Agosto 2013 nelle sale italiane


Una sola notte all’inferno
di Maddalena Marinelli

Nel 2022 gli Stati Uniti hanno trovato la soluzione ideale per controllare  il tasso di criminalità e violenza istituendo la cosiddetta 'notte della purificazione'.
Il primo giorno di primavera, quasi come un arcaico rito sacrificale, per 12 ore si svolge ‘lo sfogo’ in cui tutto è lecito e nessun crimine può essere punito. La polizia non può intervenire e gli ospedali non possono dare soccorso.
Questo catartico massacro autorizzato dovrebbe placare quell’impulso all’efferatezza insito in ogni uomo e garantire serenità per tutto l’anno.  Utilizzare il male come cura non fa altro che amplificare perfidia, sadismo, senso di onnipotenza, oppressione nei confronti dei più deboli.
Il geniale rinnovamento è condotto dal regime politico NFA (nuovi padri fondatori dell'America) probabilmente i diretti discendenti di quelli che nel Seicento bruciavano le presunte streghe.
Il sistema sembra efficace e infatti iniziano a sparire poveri, vagabondi e disoccupati perché sono le vittime più facili da raggiungere visto che a proteggersi adeguatamente, durante la notte del giudizio, può essere solo la classe agiata.
Per vendetta o per sfogarsi l’omicidio diventa un diritto, un dovere patriottico.
Sadico gioco per passare la nottata come per il gruppo di ragazzi che vogliono sacrificare un senzatetto o punizione inflitta da vicini di casa semplicemente invidiosi del successo altrui.
Perché preoccuparsi troppo di una motivazione per commettere un crimine quando non si è perseguibili del reato? Ma esistono motivazioni valide per compiere un omicidio?
Commettere un omicidio, togliere una vita è sempre un punto di non ritorno. Durante la terribile notte del giudizio sarà una famiglia a dimostrare come può esistere la possibilità di una scelta diversa.
Probabilmente la prima domanda che lo spettatore si pone è: “Se anche tu avessi questa possibilità chi faresti fuori?”, liberando il proprio piccolo ‘sfogo’ immaginario.
Rispondere alla violenza con una violenza  legalizzata mascherata da azione eroica o spacciata come atto di civiltà per il conseguimento di un bene comune  è molto americano; basta pensare alla pena di morte o al secondo emendamento della costituzione americana.
Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto..” (secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America)


L’idea distopica di The Purge è accattivante anche se rimane appena accennata. Un’apocalisse sociale che fa molta più paura di qualsiasi calamità naturale, aliena o nucleare. Estremizza alcuni aspetti della società americana anche se i concetti tirati in ballo non vengono approfonditi ma usati semplicemente come pretesto per innescare azione e suspense interamente concentrati all’interno di una casa che diventa un campo di battaglia per la sopravvivenza.
Una home invasion discendente da Fanny Game e che proseguirà nel prossimo You're Next con killer mascherati da animali sterminatori di famiglie.
Il low-budget The Purge si pone concettualmente come contraltare di Minority Report in cui l’America per sconfiggere il crimine individua e punisce solo l’intenzione nel compierlo grazie al ‘sistema precrimine’ basato sulle precognizioni di tre individui dotati di percezioni extrasensoriali.
Prima dell’opzione sul libero sfogo  dell’istinto all’aggressività  di The Purge  ci aveva provato anche Equilibrium a trovare sistemi meno feroci ma altrettanto disumani per placare guerre e delitti agendo sulla fonte,  annullando la capacità di provare emozioni grazie alla droga Prozium.
Un disfacimento sociale e morale in nome del raggiungimento di uno stato d’ordine vantaggioso solo per pochi eletti che si riproporrà in Elysium in uscita a fine Agosto.
Dall’annullamento di ogni impulso alla liberazione della bestia che cova in noi ma sembra che nulla funzioni e l’uomo non possa sottrarsi al medesimo ciclo autodistruttivo che si perpetua ormai da secoli. Il tentativo di interromperlo provoca solo orrori e follie più grandi.

mercoledì 17 luglio 2013

La casa: utero dei nostri incubi



Chiusi in quella casa
di Maddalena Marinelli

“La casa è l'epidermide del corpo umano.” (Frederick Kiesler)

Un luogo sicuro può trasformarsi in entità ostile, proiezione di tutte le nostre paure, vera e propria minaccia fisica.
La dolce casetta di marzapane era il covo di una terribile strega.
Così quello spazio familiare che dovrebbe proteggere dai pericoli esterni, diventa l’incubatrice prediletta dal cinema per manifestare tutte le sfumature del perturbante nonché cassa di risonanza di un tetro mondo interiore.
Un piccolo microcosmo dove si materializzano allucinazioni o terrificanti presenze molto reali. Si nascondono segreti, passioni proibite, alienazioni, punizioni, prigionie.
Inutile soffermarsi sugli innumerevoli film horror di case in cui si consumano le atrocità più inconcepibili. Cantine, soffitte, porte, stanze segrete che nascondono psicopatici, mostruose famigliole, maledizioni o spettri vendicativi. 
Registi come Roman Polanski e Bernardo Bertolucci amano maniacalmente girare le loro storie in spazi chiusi. Godono di quel manipolo visivo claustrofobico e chiaroscurale che indaga l’anima di personaggi chiusi in interni che da reclusori fisici diventano oppressori psichici.
Ricerca introspettiva, rifiuto di una realtà esterna deludente, esplorazioni paranormali, follia in fase crescente, nuove consapevolezze raggiunte per uscire ‘fuori’.
Lo spettatore è portato all'interno di queste case per spiare la vita degli altri a stretto contatto fisico con i personaggi in un viaggio dentro la notte della psiche umana.   
Così entriamo a bassa quota nell’appartamento di Ultimo tango a Parigi in cui due sconosciuti amanti s’incontrano per sfuggire alle loro vite e perdersi in una dimensione separata da una realtà opprimente. Il tentativo di portare questo rapporto all’esterno sarà fatale.

"Ultimo tango a Parigi" (1972) di Bernardo Bertolucci

Sempre a Parigi si trova il labirintico appartamento di The Dreamers scenario di sogni, amori, sofferenze e crescite di tre ragazzi con la rivoluzione sessantottina alle porte fino ad arrivare al confronto di Lorenzo e Olivia nella cantina di Io e te, momentanea alcova atemporale in cui scollegarsi dalla vita esterna per riappacificarsi con il mondo.
Più visionario, occulto e sarcastico, predisposto ad un cinema che scivola volentieri nel sovrannaturale Polanski gioca con la paranoia, l’ossessione, il delirio della mente umana, l’incubo celato nella quotidianità.

"Repulsion" (1965) di Roman Polanski

Costruisce percorsi in luoghi chiusi che sfociano nella follia omicida o suicida come nel film Repulsion in cui la giovane Carol si ritrova a confrontarsi con traumi mai superati in un appartamento che la sua mente trasforma in un terrifico scenario fino ad un sanguinario sfogo. L’apocalisse della mente proseguirà con L’inquilino del terzo piano.
Anche in questo caso un crescente stato di paranoia si consumerà all’interno di un misterioso appartamento contornato da un bizzarro vicinato che sembra trasmettere maleficamente al suo nuovo inquilino tutti i tormenti e le fisime del precedente locatario.
I luoghi assorbono le energie delle persone che vi abitano per poi erogarle ai suoi futuri abitatori.
"La casa non è soltanto un luogo, ma anche il fascio di sentimenti associato a esso" (Renos K. Papadopoulos)
Tornando in Italia come dimenticare il piccolo appartamento/trappola in cui si barricano Charlotte Rampling e Dirk Bogarde in Il Portiere di notte di Liliana Cavani. L’impossibilità di sopravvivere e riuscire a fingere una ordinaria vita borghese dopo aver vissuto l’orrore, il punto di non ritorno del nazismo nei campi di concentramento.

"Il portiere di notte" (1974) di Liliana Cavani

Il destino fa ritrovare vittima e carnefice che non possono fare a meno, in un meccanismo autodistruttivo, di ricreare il legame passato.
Per Lucia e Max andare 'fuori' significa indossare nuovamente i panni di un tempo e incamminarsi verso l’unica strada possibile.
Un altro straordinario film che rende protagonista una spettrale casa di campagna che alimenterà le nevrosi di un artista in cerca d’ispirazione è Un tranquillo posto di campagna di Elio Petri. Il celebre pittore Leonardo Ferri è tormentato da inquietanti incubi in cui predomina la sua amante Flavia che incarna un tiranneggiante sistema dell’arte interessato solo al guadagno. I suoi conflitti interiori si amplificheranno quando si trasferirà in una desolata villa veneta in cui si convince che dimori il fantasma della ninfomane Wanda assassinata anni prima da uno dei suoi amanti. Rumori, apparizioni, strani incidenti domestici o suggestioni di un uomo sempre più stretto nella morsa della sua psicopatia.
A chiudersi in interni liberando tutti i deliri della mente non si è necessariamente soli o in coppia ma può capitare anche ad intere famiglie. In Home di Ursula Meier una famiglia vive da anni in mezzo al nulla in una casa a pochi metri da un tratto di autostrada che non è mai stato attivato.

"Home" (2008) di Ursula Meier

Quando improvvisamente  inizieranno a sfrecciare macchine e il traffico diventerà sempre più assordante esploderanno i conflitti e il piccolo nucleo entrerà in crisi, si barricherà in casa fino a costruirsi una vera e propria prigione in cui l’equilibrio mentale sarà messo a dura prova. Il pericolo non sarà più all’esterno ma nascosto all’interno dei personaggi.
Arrivando ai nostri giorni La migliore offerta di Giuseppe Tornatore è un film che racconta di molte reclusioni in interni e fragilità psichiche nascoste dietro oggetti preziosi e illusoria bellezza. La protagonista soffre di agorafobia e vive rintanata nella sua antica villa attirando fatalmente il battitore d’aste Virgil Oldman anch’esso chiuso nel suo mondo, quel bunker in cui contempla estasiato meravigliose donne immortalate dai più grandi artisti di tutti i tempi. Quando l'inespugnabile bunker e tutto quel mondo effimero cadrà il "fuori" per Virgil significherà trovare un nuovo simbolico rifugio in cui attendere.
Nel film Nella casa di Francois Ozon il sedicenne Claude s’insinua nella vita apparentemente perfetta e banale della famiglia Artole rendendola protagonista dei suoi componimenti scritti che tanto colpiscono il suo insegnante di letteratura. Claude si muove all’interno di casa Artole come un ospite inquietante. Spia, complotta, manipola, seduce per avere nuovi spunti creativi da aggiungere ai suoi racconti istigato dal professor Germain che pagherà cara la leggerezza di non riuscire  più a stabilire un confine etico tra realtà e finzione.

"Nella casa" (2012) di François Ozon
Quel frivolo piacere nello scovare il lato perverso nelle vite altrui celato in una confortevole  dimora. Nella casa muta ci sono mille occhi che ci sorvegliano.

martedì 18 giugno 2013

"Stoker", di Park Chan-wook

                                         MAD NEWS
STOKER dal 20 giugno 2013 nelle sale italiane


Quei legami di sangue che ti cambiano la vita
di Maddalena Marinelli

Il risveglio del male pulsa nel corpo verginale della giovane India, pronta ad essere condotta alla sua vera natura da uno zio psicotico. Seducente come un elegante e perverso vampiro libera la parte oscura della nipote da cui si sente ossessivamente attratto e vorrebbe assoggettare. Segue nell’ombra i progressi della sua allieva che presto scoprirà un emozionante compiacimento per l’omicidio. Così India Stoker esce dal suo stato di languore e sboccia una spietata dark lady. Capirà che la morte rende il desiderio ancora più intenso e non potrà sottrarsi all’impulso omicida. Non esisterà più nessuna separazione tra il lecito e l’illecito.
All’inizio la ragazza sembra un Amleto in gonnella. Padre morto tragicamente e uno zio apparso dal nulla che s’insinua in casa flirtando con l’austera madre mentre lancia magliarde occhiatine alla nipote. Tra incesto platonico  e lezioni dal vero di omicidio India diventerà un ideale sequel, quell’evoluzione negataci da Malick, della Holly Sargis di Badlands. Dall’indifferenza passerà alla pura azione liberando la sua indole perversa  istigata da quell’uomo che irrompe nella sua innocente quotidianità di adolescente. La ragazza da giardino delle vergini suicide non si suicida e decide di dar forma alle sue ‘speciali’ inclinazioni.

Non ci sarà spazio per nessuna coppia assassina alla Natural Born Killer. Qui si uccidono i padri e gli zii, si lascia la sconvolta mammina nella sua gabbia dorata, si diventa indipendenti e si prosegue felicemente da soli sulla scia di sangue.
Questo primo esperimento americano di Park Chan-wook ha prodotto un effetto lobotomizzante sul suo cinema riducendolo, laccandolo, togliendo aria e ogni vibrazione fisica, nebulizzando ogni ironia e ogni dinamismo. Stoker è un film di apnee, soffre di troppo ordine da parte di un regista che ha trasformato il disordine creativo e il sovradosaggio visivo nella sua dote più straordinaria riuscendo, in questa baraonda emotiva, a toccare le profondità del malessere umano e tutte le variazioni della violenza incitata dalla vendetta. Park Chan-wook cambia visione e toni azzerandosi, sottraendo da personaggi, sceneggiatura, scenografie. Diventa fastidiosamente concettuale. Quel suo cinema zupposo di sangue si anemizza assumendo colori perlati impermeabili ad ogni screziatura kitsch e ad ogni folle impennata visiva che tanto ci deliziavano. Difficile accontentarsi di questo Park sedato. 
 

mercoledì 15 maggio 2013

"Beket", di Davide Manuli

                               
                                  MAD NEWS                                                                 
                        


 Il ritorno di BEKET da Venerdì 17 Maggio nelle sale del circuito di Distribuzione Indipendente



Esercizio di libertà aliena
di Maddalena Marinelli

“Si nasce tutti pazzi. Alcuni lo restano”
(Samuel Bekett, Aspettando Godot)

Beket è il film che non ti aspetti. Assolutamente atipico, fastidioso e snervante in cui apparentemente capita di tutto ma infondo non succede proprio nulla.
Niente è più reale del niente” (Samuel Bekett, Malone Dies, 1951)
 Un viaggio desolante, ripetitivo, demenziale alla ricerca di un luogo e di un Dio che non esiste o che non vuole essere raggiunto e al massimo si manifesta sottoforma di suono. Quindi le risposte non potranno mai arrivare e tutto è destinato a ripetersi e ricominciare in una spirale criptica. L’Antifilm. Un puro esercizio di libertà registica contro le prevaricazioni delle produzioni cinematografiche.
Amara metafora dell’odierna società, un sogno, un cammino post-apocalittico o un ipotetico frustrante aldilà popolato di folli personaggi vaneggianti nei loro microcosmi d’incomunicabilità in cui oltre le parole anche le azioni sono diventate senza senso e rimbalzano in ogni direzione. Riflessioni sull’assurdità dell’esistenza e sull’azzeramento del cinema tutto da riconcepire. Un cinema esploso in cui resta qualche traccia confusa di quello che potrebbe essere entità cinematografica.  
Segnali dislessici lanciati nel vuoto. C’è un luogo, ci sono dei personaggi, forse c’è una storia con un lontano referente illustre in Aspettando Godot di Samuel Beckett. C’è una colonna sonora con cui gli attori giocano mettendosi a ballare. Si esce e si entra dal film, il set si svela, Fabrizio Gifuni e Paolo Rossi non interpretano; con le loro presenze rimandano ad una condizione dell’attore come il teatro primordiale propone un drammatico loop bloccato all’inizio della vita sulla Terra con un Adamo ed Eva unici ed eterni protagonisti. Forse è il fare cinema ad essere diventata una pratica nonsense e quell’autobus volante sono in molti ad averlo perso. Così dal profondo spazio arriva Manuli una mente aliena che vuole cancellare per ricostruire sui resti. Riformulare una genesi. 
Un regista marziano inviato sul nostro Pianeta e insediatosi in Sardegna per girare film secondo codici misterici.

martedì 23 aprile 2013

MAD GALLERY



Volti e luoghi di alienazione
di Maddalena Marinelli

"La società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d' essere."    (Franco Basaglia, Che cos'é la Psichiatria, 1967)
William Hogarth, "Il manicomio di Bedlam" (dalla serie Carriera del libertino), 1733, Londra, John Soane's Museum
 L’ottavo dipinto della serie La carriera del libertino (1732-33) di William Hogarth ritrae la fine delle avventure di Tom Rakewell all’ospedale di Bedlam, il famoso manicomio di Londra. Un dettagliato affresco storico di usi e costumi dell’epoca contraddistingue l’opera di Hogarth oltre ad una parabola etica ben precisa sui 'soggetti morali moderni'. Il ciclo dedicato alla figura dissoluta del libertino culmina con un finale teatrale tra pittoreschi alienati e nobildonne che divertite vogliono assistere alle esplosioni di follia dei pazienti considerate una sorta di spettacolo d’intrattenimento. La follia interpretata come conseguenza di una vita scellerata e preannuncio di morte considerando che entrare in un manicomio significava non uscirne più e andare incontro ad una prematura dipartita causata da controversi trattamenti.

"La vita era davvero insopportabile, solo che alla gente era stato insegnato a fingere che non lo fosse. Ogni tanto c'era un suicidio o qualcuno entrava in manicomio, ma per la maggior parte le masse continuavano a vivere fingendo che tutto fosse normalmente piacevole."
(Charles Bukowski, Shakespeare non l'ha mai fatto, 1979)
Telemaco Signorini, "La sala delle agitate al San Bonifazio in Firenze" 1865, Venezia, Galleria d'Arte Moderna di Ca' Pesaro

Il reparto psichiatrico femminile dell'Ospedale San Bonifacio di Firenze che Telemaco Signorini ritrae con freddo realismo lasciando allo spettatore ogni considerazione emotiva e sociale. Pura reclusione. Il segregante bianco delle vuote pareti e del soffitto delinea l’anticamera di un’ attesa infinita nel ripetersi dei giorni. Su quel bianco ovattato sembra rimbombare un lontano sottofondo di urla, lamenti, sussurri, solitari monologhi in ripetuti camminamenti forzati.

"Mai la psicologia potrà dire sulla follia la verità, perché è la follia che detiene la verità della psicologia."   (Michel Foucault, Malattia mentale e psicologia, 1954)

                                      
Théodore Géricault, "Alienata con monomania dell'Invidia o La iena della Salpêtrière" 1820, Lione, Musée des Beaux-Arts

 L’artista Théodore Géricault conosce il noto alienista Etienne-Jean Georget per seguire una terapia contro una forma depressiva. Non è chiaro se l’idea di realizzare una serie di ritratti di alienati sia stata concepita dal pittore e il medico gli abbia concesso la possibilità di ritrarre dal vivo i suoi pazienti o lo stesso Georget abbia voluto sfruttare il talento di Géricault per immortalare i tratti fisiognomici tipici delle singole manie. Comunque la serie di ritratti, nel suo vivido realismo, restituisce con incredibile efficacia un'intensa e perturbante introspezione psicologica.
Così il Realismo si unisce al Romanticismo. Il Romanticismo è interessato alla patologia in quanto ricerca tutti quei meccanismi interiori oscuri e remoti.  Da buon romantico Géricault visualizza con occhio chirurgico gli elementi del turbamento mentale. Quel qualcosa di terribile ma affascinante che la follia racchiude.



"La follia è nei singoli qualcosa di raro ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è
 la regola."  (Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, 1886)



                   Hieronymus Bosch, "Estrazione della pietra della follia" 1494, Madrid, Museo del Prado
Seguendo alla lettera quel detto popolare ‘i matti hanno un sasso nella testa’un ciarlatano si finge chirurgo della follia raggirando uno stolto che accetta di sottoporsi all’asportazione dal cranio  della cosiddetta pietra della pazzia  che nell’immaginario collettivo medioevale era considerata la causa dei disturbi psichici. Difficile accettare il male come un’entità astratta, invisibile e irraggiungibile quindi molto più confortante dargli una precisa collocazione in una forma tangibile da toccare, vedere ed eliminare. Bosch racconta una pratica normale ai suoi tempi che pullulavano di questi guaritori, maghi perseguitati  dall’ondata nera dell’Inquisizione preannunciata dalla forca e dalla ruota della tortura sullo sfondo. Ogni dettaglio parla ed elargisce l’implacabile critica dell’autore nei confronti di un’umanità corrotta e in pieno degrado. Il medico ha un imbuto in testa simbolo della falsa sapienza. Assistono alla scena un monaco e una suora che pur detenendo un sapere teorico non riescono ad impedire l’atto assurdo simbolo di molti altri stupidi atti umani  in cui l’uomo continua a persistere.



"Non chiederti perché la gente diventa pazza, chiediti perché non lo diventa. Davanti a tutto
quello che possiamo perdere in un giorno, in un istante, è meglio chiedersi che cos'è che ti fa restare intero."    (Meredith Grey, in Grey's Anatomy, 2005/13)


                                               John Everett Millais,"Ophelia" (1851-1852) Londra, Tate Gallery
                            
Delusa dall’amore per Amleto e perduto il senno dopo l’omicidio involontario del padre da parte del suo amato Ofelia si lascia dolcemente annegare nelle acque di uno stagno continuando ad intonare nenie e antiche melodie. Attraverso i fiori viene raccontata la storia e  il destino dell’infelice fanciulla. Il giglio vale purezza, la margherita rappresenta l’innocenza, la pansé amore infelice, l’orchidea sensuale raffinatezza, le olmarie appassite sono simbolo dell'inutilità, le ortiche sorda attenzione verso le promesse, il papavero sonno eterno. Infine le rose che richiamano l’amore, la bellezza ma sono legate al culto dei morti secondo un’usanza dell’antica Roma. Millais accosta la tragica fine della fragile eroina all’esaltazione della ricca vegetazione che assiste impotente alla sua morte. Per dipingere quanto più fedelmente possibile alla realtà e al testo shakespeariano questa fiabesca dipartita l’artista fece posare, immersa per ore in una vasca da bagno, Elizabeth Siddal musa e moglie di Dante Gabriel Rossetti. Profeticamente le sorti di Ofelia si riverseranno sulla Siddal che a causa di una forte depressione nel 1862 si toglierà la vita ingerendo una dose letale di laudano.



Elizabeth Siddal in posa per "Ophelia" - immagine tratta dalla miniserie della BBC "Desperate Romantics" (2009)






 


 

martedì 5 marzo 2013

"Caro Michele", di Mario Monicelli


Quel fascino malaticcio della borghesia
di Maddalena Marinelli

Caricature di uomini come Monicelli amava ideare e sempre fin troppo veri.
L’ultimo atto di una borghesia stanca e decadente vista attraverso il ritratto di una famiglia smembrata, (ri)composta da una moltitudine di personaggi che il regista rende inafferrabili e aleatori. Buttati addosso allo spettatore senza il tempo di capire nemmeno bene chi siano si moltiplicano continuamente tra madri, padri, zie, figli, amici, amanti. Vediamo il loro re morente, il capo famiglia, che agonizza dando le ultime disposizioni dal suo letto/trono circondato da inutili ricchezze. Cerca come conforto quel suo unico erede maschio ormai perduto dietro a moti rivoluzionari, inghiottito da quel mondo che voleva cambiare.  Volti femminili di fine porcellana contrapposti a volti maschili unti e rozzi sprofondano insieme in un liquame affettivo in cui ormai le emozioni si sono dissolte per sempre ed è calato uno strano abbandono nel tempo andato.
Tutti legati ad un protagonista che rimarrà esiliato fuori scena.
Il fantomatico Michele anch’esso indefinibile occupa l’assenza ed è già aldilà rispetto a tutti gli altri. Impossibile dargli un ruolo poichè si sottrae continuamente alla sua funzione di personaggio. Forse figlio, forse padre, forse rivoluzionario, forse artista, forse omosessuale. Chi è Michele? L’immagine di Michele si ricompone, nell’occhio dello spettatore, unicamente attraverso frammenti di memoria altrui negandosi alla macchina da presa. Fino a quando si materializzerà e ritornerà con gli altri da morto; la sola condizione in cui può riconoscersi in loro.


L’unica fiammata di vita è personificata dalla balorda mina vagante Mara che si muove in un cimitero di morti viventi, in un impassibile deserto emotivo di casa in casa invadendo e scardinando un finto quieto vivere. Rimane un’ incompresa, continuamente in fuga da questo universo d’incomunicabilità in cui tutti curano il proprio bozzolo senza rendersi conto che al suo interno regna il vuoto.
Monicelli getta su tutti una luce cineria e malata che diventa ancora più nera negli interni di case e appartamenti cavernosi, pieni di scale, di quadri, di oggetti che improvvisamente sembrano trasformarsi in ammassi di ciarpame testimonianza di una memoria ristagnante e logora a cui ci si aggrappa sempre più disperatamente perché il presente non conta nulla e nel futuro è troppo difficile immaginare una sopravvivenza. La descrizione della fine di un mondo in cui però non si intravede affatto la luce di quello nuovo. Gli eventi si susseguono senza dare spazio a troppe riflessioni. Le parole dei personaggi arrivano sempre dopo, troppo tardi, condannate a poter intervenire solo sul passato ed impotenti nel presente. Lo stesso Michele non potrà essere mai vigente ma appartenere solo ai ricordi e naturalmente senza un futuro. Dolcezza, malinconia, cinismo si perdono su quella strada che non si sa dove condurrà ma che potrà essere percorsa solo da Mara e dal suo bambino; gli unici autorizzati a varcare la soglia di un possibile ma ineffabile futuro.

domenica 17 febbraio 2013

"I giorni del cielo", di Terrence Malick




La perdita dell'anima

di Maddalena Marinelli


La storia di una rivincita sociale, destinata al fallimento, sullo sfondo di un'America rurale povera ma luminosa di vitale disperata energia.
Chicago inizio Novecento. La voce fuoricampo di una bambina ci racconta, a suo modo,la cronaca dei fatti che la vedono protagonista. Le immagini scorrono sul degrado e la miseria nelle strade della città.
Bill, Abby e Linda decidono di partire verso le piantagioni del Texas dove a contatto con la natura tutto sembra più libero e pulito. Questo sconfinamento contro il limite è solo un'illusione visiva nei giorni che si ripetono uguali scanditi dal duro lavoro in mezzo alla polvere e alle continue umiliazioni.
Quando il padrone s'innamora di Abby il suo amante Bill pensa di sfruttare la situazione spingendola a sposarlo."Ricordati della vita di merda che hai fatto. E' giusto fare qualcosa per cambiarla" dice Bill quando Abby si mostra indecisa, anche se sarà una breve esitazione.
Il piano si attuerà ma per precipitare nella tragedia finale che sembra preannunciata dall'invasione delle cavallette che divorano e distruggono il raccolto.
I personaggi di Terrence Malick sono portatori di disfatta, disperazione e solitudine, sempre esposti ad uno sguardo asettico, privando lo spettatore di ogni elemento per poterli colpevolizzare.
Interiormente prosciugati, agiscono solo le pulsioni primarie: amore, crudeltà, gelosia, rabbia,violenza lasciandole scorrere istintivamente fino alle estreme conseguenze.
Infine rimane la morte come per Bill o la disumanizzazione come per Abby che per sopravvivere si farà scivolare tutto addosso. Linda, la bambina, resterà la testimone che subisce una vita sfortunata e le scelte degli adulti.
Il rapporto con la natura è una forte presenza in tutti i film del regista, fino quasi allo sconfinamento nel documentario naturalistico, soffermardosi sui cambiamenti ambientali e sul dettaglio realistico.Questo diventerà uno dei motivi di lenta gestazione delle sue opere cinematografiche.

Un'esperienza in cui si addentra anche Roman Polanski che nel 1978 si stabilisce in Francia per realizzare Tess. Le riprese dureranno nove mesi per poter seguire le metamorfosi del paesaggio durante il susseguirsi delle stagioni.
Un film concettualmente molto vicino a Days of Heaven nonostante la diversità della trama. Ritroviamo miseria e bellezza del mondo rurale, il tentativo di una rivalsa sociale che anche qui fallisce, la solitudine, la perdita dell'amore, l'atto distruttivo finale.
Diversamente da Herzog, che si interessa ad una natura estrema e selvaggia che sovrasta e sfugge ad ogni regola, Malick ne descrive l'impassibilità al dramma umano; una natura che scandisce il passare del tempo di un "vivere e basta" ma anche simbolo di rifiuto, ribellione, allontanamento dalle delusioni della vita materiale, confronto utopistico con l'infinito che invece di portare ad una scoperta dell'anima conduce alla sua perdita. Scena ricorrente è l'uomo braccato come un animale.
Arriviamo così al fantasma che si nasconde dietro all'opera di Malick: l'evocazione sotterranea di quella zona d'ombra di violenza e sangue consumata proprio in quegli spazi bellissimi e sconfinati per creare una Nazione ma con la perdita della sua anima. Un tema che affronterà direttamente nel 2005 col film The New World. 


lunedì 14 gennaio 2013

MAD MOVIES PARADE 1

   
   


Dieci imperdibili film sul buio nella mente - MAD MOVIES PARADE 1
di Maddalena Marinelli

IL CIGNO NERO (2010) di Darren Aronofsky
Un crollo psicologico racchiuso ed espresso da un unico personaggio che Aronofsky anatomizza attraverso una visione che resta incessantemente attaccata al corpo dell’attrice Natalie Portman. Sotto gli occhi dello spettatore si attua una crescente follia che genera una metamorfosi fisica e mentale.
vedi una clip del film: Il cigno nero

ANTICHRIST (2009) di Lars von Trier
Squilibrato, eccessivo, provocatorio e di grande ecletticità visiva. Una possessione stregonesca, una metaforica visione sullo stato odierno della coppia oppure un autentico turpe desiderio proibito che si realizza?
vedi una clip del film: Antichrist

ADELE H (1975) di François Truffaut
Quando l’amore diventa ossessione, inseguimento senza fine dell’oggetto desiderato, annientamento dell’io ma anche lucido e splendido delirio intellettuale.
vedi una clip del film: Adele H

OLD BOY (2003) di Park Chan-wook
Contorsioni e variazioni sul come attuare una sofisticata vendetta da vero trattato filosofico. Barbaro e metodico in un crescente e consapevole dinamismo visivo.
vedi una clip del film:  Old Boy

INSEPARABILI (1988) di David Cronenberg
Il film in cui Cronenberg rinuncia al puro elemento disturbante d’impatto visivo per sviluppare interamente una sceneggiatura incentrata sull’introspezione dei personaggi. Un laconico percorso autodistruttivo di allontanamento dalla realtà.
vedi una clip del film:  Inseparabili

AMERICAN PSYCHO (2000) di Mary Harron
Conseguenze delle pressioni sociali odierne che producono mostri tra allucinazioni e realtà. Essere o sognare di essere un sanguinario serial killer metropolitano.
vedi una clip del film: American Psycho

BUG (2006) di William Friedkin
Ritmo serrante e coinvolgente dall'inizio fino alla fine per questo viaggio nella paranoia interamente poggiato sulle capacità interpretative dei due attori protagonisti e sulla grande sapienza registica di Friedkin che con pochi elementi riesce a comporre un perfetto ed originalissimo thriller psicologico
vedi una clip del film:  Bug - La paranoia è contagiosa

L’INQUILINO DEL TERZO PIANO (1976) di Roman Polanski
Misterioso film dalle tracce aperte in ogni direzione. Un personaggio che si muove in una realtà umana grigia e desolante eleggendola ad allucinazione omicida molto più variopinta. Un transito d’identità che sembrano continuare a girare incastrate in un grottesco gioco dai misteriosi e indefiniti influssi egizi. Suggestioni e atmosfere generate attraverso il dettaglio e l’accuratezza scenica.
vedi una clip del film:  L'inquilino del terzo piano

SANTA SANGRE (1989) di Alejandro Jodorowsky
Decadente e traboccante di simbologie e di mondi esplosi l’uno nell’altro. Il più lucido delirio filmico di Jodorowky in cui si riesce ad intravedere una trama ben definita e l’evoluzione lineare di un personaggio nella sua carriera da serial killer. Un'emozione visiva carnale ed invadente.
vedi una clip del film:  Santa Sangre

TRE DONNE (1977) di Robert Altman
Un mondo parallelo formato da tre donne. Un sottile gioco di tre identità femminili che rimbalzano, si sovrappongono, si fondono l’una con l’altra ricreando infine un atemporale disarmante equilibrio.
vedi una clip del film: Tre donne

mercoledì 21 novembre 2012

"Valmont" e "Dangerous Liaisons" a confronto


L’opera di Choderlos de Laclos nelle mani di Milos Forman e Stephen Frears
di Maddalena Marinelli

Vendetta e passione. In questo pericoloso gioco tra la Marchesa e il Visconte il risultato è la distruzione. Lui muore suicida in un duello, lei annientata dal suo stesso disfacimento morale. Per entrambi la paura dell’ammissione dei loro veri sentimenti si rivela una trappola spietata. Due personaggi che si rincorrono per tutta la vicenda; si sentono complici, dominatori e manipolatori impietosi; compiaciuti del loro operato per soddisfare la propria vanità. Pensano di essere potenzialmente una coppia perfetta di amanti e invece proprio questo complicato-perverso ambire l’uno all’altro azionerà un moto inarrestabile fino all’estrema conseguenza.
Unica opera di Choderlos de Laclos. Marito modello e padre esemplare, scrisse questo romanzo epistolare per “..divulgare la verità che non esiste felicità fuori della famiglia, lettere raccolte in una società e pubblicate per l’istruzione di alcune altre”. Amato da Maria Antonietta, Andrè Gide e Baudelaire Les Liaisons Dangereuses può essere inteso sia come un atto di accusa contro i costumi della nobiltà cortigiana ma anche come un sofistico trattato sulla seduzione. Arriva al cinema in diverse trasposizioni; tra le più celebri e meritevoli di attenzione quelle di Milos Forman e di Stephen Frears.
I due film escono ad un anno di distanza l’uno dall’altro; propongono scelte e punti di vista molto differenti sullo svolgimento della vicenda e sulla dinamica dei personaggi. Milos Forman intitola il suo film Valmont (1989) liberamente tratto dal romanzo. Più che dramma un lietmotiv. Incentra la trama dall’inizio alla fine sul personaggio del dissoluto Visconte interpretato da Colin Firth. Un gradino sotto di lui troviamo la Marchesa di Merteuil interpretata da Annette Bening deliziosamente intrigante, a cui infondo non è data una grande importanza e non si conferisce quella sua innata malefica arte nella manipolazione.  Le colpe ricadono sul seduttore che alla fine pagherà da solo convergendo valori, nefandezze e punizioni tutte sul personaggio maschile. Mancano alcuni importanti snodi narrativi per rendere credibili ed accendere il gioco delle vendette trasversali.  Forman veniva dal grande successo di Amadeus un film straordinario, ricco di passione e ritmo febbrile.
In quest’altro ci allieta gli occhi sempre con un’ impeccabile estetica, una vellutata fotografia, lo stile romantico e aggraziato ma Valmont rimane un perfetto scrigno vuoto, monotono e intarsiato da un brioso rococò. Soprattutto una sceneggiatura didascalica con molte incrinature. Personaggi congeniati bene ma solo di facciata, dalla debole sostanza e poco stimolanti. Attori all’altezza ma lasciati inespressi nelle loro potenzialità.
Guidato da uno spirito più sadico e crudele, Dangerous Liaisons (1988) vanta un cast d’eccellenza ma questo non può da solo fare un film ben riuscito. Qui c’è la regia analitica e plumbea di Stephen Frears e la meritatamente premiata sceneggiatura di Christopher Hampton con i suoi superbi dialoghi. Un meccanismo perfetto, un puro concentrato di tutti i sentimenti umani: Gelosia, Vanità, Lussuria, Invidia, Crudeltà, Pietà, Vendetta, Ira, dosati con sapienza. Abbiamo un’ Eva tentatrice e un Adamo che l’asseconda. Il film si poggia interamente sui due personaggi interpretati splendidamente da Glenn Close e John Malcovich, un superbo esempio di amicizia malefica.
Interagiscono perfettamente contendendosi lo spazio mossa su mossa su un’invisibile scacchiera.  Inizia con la scena della vestizione che sintetizza lo status simbol dei nostri due concorrenti. Si presentano agli spettatori preparandosi alla partita.
Un estetica fredda e sontuosa, precisa e capillare nella descrizione degli interni. La macchina da presa persevera su John Malcovich espressivo e sfrontato nell’autorità con cui tiene i primi piani. Di fronte a lui il Valmont di Colin Firth diventa un amorevole agnellino. Le scene si susseguono in un ritmo frizzante e festoso ma si balla sul baratro. Nella seconda parte si scivola dolcemente verso un tragico epilogo in cui vengono distribuite le giuste punizioni. Dangerous Liaisons rimane molto fedele all’opera di Choderlos de Laclos che però fu ancora più crudele nel finale, dove oltre la morte di Valmont e quella di Madame de Tourvel infligge il vaiolo alla Marchesa de Merteuil a cui sopravviverà ma con il volto sfigurato.
Nel film di Forman c’è una partitura esattamente contraria; si inizia seriosamente per concludere nella leggerezza. Anche la morte del protagonista non desta molta commozione e dopo un funerale è già pronto un matrimonio.
Frears realizza un intreccio più torbido e bizantino trasportando l’azione sotto una luce da intrigo odierno nonostante si tratti di un film in costume ambientato nel Settecento. Non a caso ripeterà un intreccio simile nel suo successivo film  Rischiose abitudini. Riusciti anche i ruoli delle caste e innocenti Uma Turner e Michelle Pfeiffer che da sedotte e abbandonate faranno in seguito una carriera cinematografica da eccellenti cattive ragazze.
Frears non dimentica che in origine si tratta di un romanzo epistolare. Nel film c’è un costante svolazzio di lettere come se fossero carte da gioco. Scivolano dalle mani dei nobili a quelle della servitù corrotta; vengono lette, rubate, riscritte alla fine degli amplessi sul corpo-scrittoio delle amanti, usate e abusate come armi di seduzione. Ma sono lame a doppio taglio, infine diventano la prova delle malefatte e custodi della verità.
Valmont termina con la scena corale del fastoso matrimonio tra Cecile e il conte di Gercourt al cospetto dei sovrani in un’atmosfera di luminosità, fasti e falsità.


Per Dangerous Liaisons il memorabile assolo finale di Glenn Close che si strucca il volto mostrando finalmente la sua debolezza, facendo cadere la gelida maschera della cattiveria diventando inerme di fronte alla verità, sconfitta dalle sue stesse macchinazioni concepite per inseguire un malsano concetto di donna al potere.

sabato 13 ottobre 2012

"Caravaggio", di Derek Jarman


Jarman/Caravaggio dentro lo stesso malessere esistenziale
di Maddalena Marinelli 

Nella prigione di un corpo malato e agonizzante ‘Michele delle ombre’ evade nel ricordo, ripercorrendo la sua vita segnata da genialità e sregolatezza.
Non è morente sulla spiaggia di Porto Ercole, si trova disteso in un letto all’interno di una casa assistito dal suo giovane servo Jerusalem, compagno della sua solitudine, testimone muto della sua esistenza.
Personaggio creato per consolare ed  assistere senza la possibilità di emettere giudizio.
La malattia è una costante nell’anima e nella carne. Nella sofferenza sembra che la creatività si intensifichi e diventi l’unico scopo da inseguire fino alla morte.
Inevitabile specchio, riferimento autobiografico. Derek Jarman scopre di essere sieropositivo nel 1986. Lotterà contro la malattia fino al 1994 continuando, nonostante le gravi complicazioni derivanti dall’AIDS, la sua attività registica e sostenendo le lotte contro la legislazione anti-gay.
Jarman oltre ad essere un regista è anche un pittore e in questo c’è un’altra congiuntura d’immedesimazione con l’artista lombardo.
Il film Caravaggio esce proprio nel 1986 dopo sei anni di gestazione.
E’ un ritratto immaginario, una personale lettura di Michelangelo Merisi ma fedele alla sua personalità e alle sue emozioni più nascoste.
Si snoda sul doppio binario pittura e amore, giocando sulla continua citazione di gesti, movimenti, luci rubate al possente visionarismo caravaggesco.
La sua vita reale, a confronto, sembra un debole appiglio temporale di fronte a quello che poi lo renderà immortale. Ecco perché il regista si permette di stravolgere e ricreare gli eventi, per riuscire a focalizzare ed attualizzare in modo più efficace l’indole dell’artista.
Jarman attraverso il suo cine-teatro dipinge Caravaggio prima come un ragazzo di strada bello e dannato che si prostituisce per poter dipingere e poi da adulto lo trasforma in un ambiguo dandy ottocentesco sotto la protezione del Cardinal del Monte.
Le improvvise e fugaci incursioni moderne come luce elettrica, motociclette, macchine da scrivere, riviste, provocano un black out nel decorso delle immagini. Un senso di finzione  che si vuol dichiarare allo spettatore.

Perché qui non è importante raccontare correttamente una storia, informare sugli eventi.
Il meccanismo è stato aperto, lo scopo è di esprimere libere considerazioni su Caravaggio, rendere attuale la sua poetica e i suoi turbamenti interiori.
Uno spirito creativo che osa sulla riflessione e l’indagine attraverso il linguaggio cinematografico.
La chiave di lettura verte sull’esplicita sessualità usata come merce di scambio che nasconde una feroce ricerca dell’affettività.
I personaggi sono espressi più dal corpo che dalla parola. Ognuno è definito da un pathos estetico essenziale, ben studiato, che lo racconta perfettamente.
L’unica voce che s’impone per tutto il tempo e riassembla il passato col presente è quella fuori campo dello stesso artista che sembra echeggiare dal suo letto di morte, per raccontarci la sua storia prima che sopraggiunga il silenzio della fine.
Sguardi intensi e provocanti rubati ai giovani soggetti dipinti da Caravaggio dalla spavalda fisicità sensualmente volgare.
Ragazzi di strada incontrati in una Roma popolana in cui lui stesso s’immergeva quotidianamante, dividendosi tra la frequentazione delle imbalsamate corti dimore dei suoi illustri committenti e le bettole malfamate dove assaporava la violenza delle passioni. Si sporcava con quel sangue che poi trasmutava in pigmento sulla tela.
Sempre sul limite tra vita e morte. E’ la vitale crudezza dell’essere da descrivere cronisticamente senza alternative. Quella vita violenta di nessuna speranza nessuna paura che arriverà fino a Pasolini.
Ricchezza e povertà si mescolano  nella scena della festa in maschera in un rituale di seduzione e morte celebrato dal Pontefice-Satiro sullo sfondo del memento mori.
Un personaggio curioso è il critico scettico che tratta con cinico snobbismo le opere di Caravaggio. Lo ritroveremo protagonista in un tableaux vivants ispirato alla Morte di Marat di Jacques-Louis David, concentrato a scrivere una stroncatura sull’opera “Amore Vittorioso” .
Non è concesso sapere se gli sarà riservata la stessa fine del rivoluzionario francese pugnalato a morte in una vasca da bagno. Una frecciata rivolta alla categoria della critica?
Non esistono esterni. Nel film le azioni si svolgono tutte in una continua successione d’interni metafisici che richiamano il tipico spazio caravaggesco.
Un vuoto mistico. Per accogliere Dio bisogna svuotarsi di tutti gli elementi terreni.
Fondali scuri, rosso, ruggine, terra bruciata su cui si susseguono tableaux vivants fino a quello finale della Deposizione, dove il corpo del Cristo diventa quello del Caravaggio morto, osservato dal se stesso bambino che inconsapevolmente assiste ad una premonizione del suo futuro.
Jarman non  sfrutta un semplice flash back. I piani temporali si stratificano prendendo in considerazione anche la dimensione onirica. Tutto si ricongiunge in un moto ciclico di Nascita- Morte-Rinascita che rispecchia il valore mitico dell’artista che non può avere una fine fisica ma persiste contaminando per sempre il percorso della storia.