venerdì 11 agosto 2023

L' ARTISTA MALEDETTO #5: Basquiat lo sfrenato

 

DOWNTOWN 81 di Edo Bertoglio


Ascesa e caduta di un enfant prodige
di Maddalena Marinelli

Il diciannovenne Jean-Michel vagabonda per le strade di New York.
Passa accanto al Guggenheim Museum con aria scanzonata.
Saluta belle ragazze, spacciatori, vecchi amici, stravaganti outsiders.
Attraversa i quartieri degradati e le sfavillanti vie del benessere economico.
Ciondola con una tela sottobraccio. 
Usando uno spray lascia sul muro un pensiero. Una traccia del suo passaggio, una frase sovversiva firmata Samo.
Entra in una serie di locali alla moda per ascoltare e suonare diversi generi di musica.

Basquiat in 'Downtown 81' di Edo Bertoglio

Si tratta del film Downtown 81 di Edo Bertoglio, girato nel 1981 ma uscito solo nel 2000, in cui Basquiat interpreta se stesso.
Insieme a lui compaiono altri artisti, musicisti, amici. 
Tipici volti dell’entourage artistica newyorkese anni Ottanta.
“Tutto quello che accadde negli anni Ottanta ebbe a che fare con l’avidità e la velocità. E la realtà è che l’arte diventò metafora perfetta degli anni Ottanta.
Sai di che parlo: lusso, glam, entrate disponibili, eccessi. E così Basquiat come artista finì per rappresentare gli anni Ottanta ancor più di Schnabel”
( Mary Boone, intervistata da Phoebe Hoban)

Basquiat in 'Downtown 81' di Edo Bertoglio

Downtown 81 è un’efficace e autentica testimonianza di quell’epoca.  
Una perfetta sintesi del vivere quotidiano e delle fonti da cui Basquiat traeva l’ispirazione artistica. 
La strada, la vita, la musica, la gente, i mass media.
Molto diverso il film di Schnabel, Basquiat del 1996; un ritratto cubista, un malinconico omaggio carico d’affetto.
L’intento è di non voler analizzare o delineare didascalicamente la vita e l’opera dell’artista  ma di lasciare un' impressione, una traccia aperta.
Un poetico e metafisico ricordo, non tralasciando elementi concreti e determinanti come il difficile rapporto con il padre, la malattia della madre, il legame con Warhol, l’abuso di droghe, la discriminazione razziale,  la sua patologica volubilità.
Un cucciolo irascibile con quell’aria da candore fanciullesco, con quegli occhioni profondi che esprimevano un incasinato mondo emotivo in perenne, irrefrenabile eruzione.
Un lancinante tormento interiore, una grande fragilità, la voglia di un riconoscimento, il bisogno di affetto e stima che gli era stato negato nell’infanzia.
Tutto questo Jean-Michel lo libera in un bisogno continuo e compulsivo di disegnare su qualsiasi cosa: fogli, libri, muri, pavimenti.
La sua rabbia e il suo caos psichico esplodono per diventare composizione e ritmo tra segno, colori, parole, oggetti.

Jeffrey Wright in 'Basquiat' (1996) di Julian Schnabel

Molto istinto con un granello di metodo.
Basquiat era flusso vitale a getto continuo. Creatività artistica che non si arresta mai.
Carisma, pieno vigore, un canale aperto che raccoglieva qualsiasi trasmissione intercettata trasformandola in immagine.
Comprava centinaia di libri: monografie di qualsiasi artista (amava Leonardo), manuali di anatomia, fumetti ma anche saggistica, filosofia, narrativa.
In casa aveva la televisione sempre accesa. 
Ascoltava in continuazione e ovunque musica di ogni tipo dal jazz alla lirica.
Durante le inaugurazioni lo vedevi sempre con le cuffie del walkman  nelle orecchie, ovviamente fumando una canna.
Proveniva da una famiglia complicata ma benestante che lasciò il prima possibile a causa di un padre autoritario con tendenza a comportamenti violenti e una madre con problemi psichici.
Poi la vita per strada, da senzatetto, dormendo nei parchi in una scatola di cartone.
L’improvvisa ascesa, quella fama e ricchezza tanto desiderate da sbattere in faccia a quel padre che pur riconoscendo la sua intelligenza non pensava che il figlio potesse combinare qualcosa di buono. “Papà, un giorno diventerò molto, molto famoso”

Jeffrey Wright in 'Basquiat' (1996) di Julian Schnabel

Poi Jean  si è lasciato fagocitare, si è lasciato usare ma ha imparato anche lui ad usare.
Tutti gli giravano intorno e volevano qualcosa da lui; volevano un pezzo dell’enfant prodige. 
Tutti erano schiavi della sua fascinazione.
Tutti erano coscienti della sua lenta discesa negli inferi, impossibile da arrestare o fin troppo facile da accellerare.
Circa un decennio passato a produrre freneticamente opere che i più importanti galleristi si contendevano da Annina Nosei a Bruno Bischofberger o Emilio Mazzoli, Mary Boone e Larry Gagosian.
Gli eccessi tra l’uso continuo di eroina, cocaina, montagne di marijuana.
Ogni giorno era in giro sulla sua bicicletta alla ricerca di droghe.
Le innumerevoli amanti.
Quell’affascinante combinazione tra tenero ragazzino dal corpo atletico e uomo che trasudava un’intensa carica animalesca piaceva molto alle donne.  
Rimase travolto, solo e deluso proprio da tutto quello che voleva tanto conquistare come rivalsa sociale e personale.
Non fece in tempo a liberarsi dal suo demone.
Il piccolo principe con la sua corona magica che incantò tutti, morì di overdose a soli ventisette anni il 12 Agosto 1988.
L' anno prima era rimasto orfano del suo mentore Andy Warhol con cui realizzò diversi lavori, diciamo, a quattro mani.
Tra cui Dog (1984), Thin lips (1984-85), Poison/Eel (1984-85). 
Queste interazioni andarono avanti per circa un anno e furono abbastanza turbolente a causa delle stramberie e della vita sregolata di Basquiat.
L’enfant terrible si presentava alla Factory all’ora che voleva.
Di solito Warhol aveva già fatto il suo intervento sulla tela che nella maggior parte dei casi si trattava di uno dei suoi loghi; poi lasciava campo libero alla rude creatività del tocco di Jean, che procedeva e terminava l’opera come voleva.

David Bowie e Jeffrey Wright in 'Basquiat' di Julian Schnabel

Quindi, in realtà, i due artisti durante queste 'collaborazioni' non dipingevano mai insieme, neanche si incontravano o confrontavano.
Comunque il rapporto si basava su una grande stima reciproca.
Nel Settembre del 1985, alla Tony Shafrazi Gallery, furono esposte tutte le opere risultato da questo connubio artistico e i critici le stroncarono. Fu venduto solo un quadro.
Il fragile ego dell'enfant prodige dovette incassare un duro colpo. 
Jean non sopportava il rifiuto.

Jeffrey Wright in 'Basquiat' di Julian Schnabel

Basquiat aveva una profonda ammirazione per Warhol che considerava quasi una figura paterna e Warhol lo vedeva come un pittore puro, un grande talento.
Nell'opera di Basquiat si può godere dell’immediato impatto emotivo, della forte empatia che ci trascina nel suo mondo.
Lo straordinario modo di racchiudere la composizione in un solido equilibrio visivo.
Percorsi su tela di criptiche mappe che alludono all’odio razziale, alla politica, alla società degli anni Ottanta, incrociate alle esperienze personali dell’artista e al tentativo di esorcizzare i suoi fantasmi interiori.
Parole, simboli e immagini. Ogni elemento è riconoscibile anche se in certi casi di non facile interpretazione.
Omaggi e riferimenti ai suoi idoli musicali come Louis Armstrong, Miles Davis ma in particolar modo a Charlie Parker anch'egli genio innovatore, eroinomane e autodistruttivo, morto a soli 34 anni.
L’arte e la vita per Jean erano la stessa cosa.
Le parole cancellate perché “Così fai più attenzione a quello che dico. Vuoi vedere che c’è sotto le cancellature” (Jean-Michel Basquiat)
Un quadro poteva essere semplicemente l’istantanea di una sua giornata tipo, con scritto un numero di telefono di qualcuno che era andato a trovarlo a casa, la testa di un personaggio di un cartone animato  che in quel momento compariva in televisione, l’impronta di una scarpa di un’amante passeggera, un colore psichedelico che sgocciolava libero sul suo corpo fino a scivolare ed imprimersi sulla tela fissata sul pavimento come ‘zona magica’; un buco nero che divorava tutto in cui perdersi, ritrovarsi o lasciarsi annegare.

sabato 17 giugno 2023

‘RAPITO’, di Marco Bellocchio

 

RAPITO di Marco Bellocchio

Tirannia e libertà 
di Maddalena Marinelli

La sera del 23 Giugno 1858 viene sconvolta per sempre la vita della famiglia Mortara.
Il piccolo Edgardo viene portato via dalla sua casa bolognese, strappato dalle braccia dei suoi genitori, di credo ebraico, che impotenti devono sottostare alle disposizioni della curia locale.
La Chiesa, rappresentata dal villain Papa Pio IX, ha organizzato il rapimento di Edgardo per indottrinarlo alla fede cattolica.
Tutta colpa di una domestica che prese segretamente l’iniziativa di battezzare il bimbo in fasce, poiché ritenuto in punto di morte a sei mesi, per salvarlo dal limbo.
Sei anni dopo la donna, per denaro, aveva rivelato il fatto al grande Inquisitore del Sant’Uffizio in città.
Quindi, secondo le rigide regole del diritto canonico, Edgardo era cattolico e doveva ricevere un’educazione cattolica.

Enea Sala in 'Rapito'

Il bambino verrà portato a Roma nella Domus Catecumenorum, un seminario espressamente istituito per la conversione dall’ebraismo, dall’Islam e da altre confessioni religiose.
Inutili, nel trascorrere degli anni, i molteplici tentativi dei genitori per riavere il figlio.
Il caso Mortara diventa di portata internazionale ma nemmeno l’intervento delle alte sfere della comunità ebraica riusciranno ad opporsi all’ inplacabile “Non possumus” del Papa Re.
Edgardo cresce come cattolico, recluso in una gabbia dorata, privato dell’affetto della sua famiglia, sorvegliato a vista senza potersi rapportare con il mondo circostante.
‘Fuori’ si susseguono importanti cambiamenti storici: la caduta del potere temporale, la presa di Roma, l’Unità d’Italia.

Fabrizio Gifuni in 'Rapito' 

L’inquisitore Pier Gaetano Feletti, diretto responsabile di aver disposto il rapimento di Edgardo, viene processato ma alla fine assolto.
Quindi nemmeno col nuovo assetto politico la famiglia Mortara riesce ad ottenere giustizia e a ricongiungersi col figlio.
Nel 1870 le truppe sabaude conquistano Roma ma ormai Edgardo è un cattolico convinto  e rifiuta di abbandonare il convento dei Canonici Regolari Lateranensi a San Pietro in Vincoli, disconoscendo le sue origini ebraiche; addirittura adoperandosi nel cercare di convertire la sua famiglia.

'Rapito' di Marco Bellocchio

Con Rapito Marco Bellocchio ci riporta al Risorgimento ponendo al centro la piccola, ma emblematica, storia del caso Mortara e sullo sfondo la grande storia che avanza. Sovrappone i due piani, intreccia le sorti, innesta il livello onirico rivelatore di sensi di colpa, paure nascoste, colpe omesse.
Il rimosso riemerge con presagi violenti e sanguinari.
In un continuo moto di agitazione e di (ri)creazione artistica, Bellocchio seguita a stupirci con la sua vivida ricerca del confronto con i grandi maestri del cinema italiano, con la storia del nostro Paese, con noi stessi naufraghi nell’era contemporanea.
Un cineasta che muta sempre la sua pelle con consapevolezza del presente, con rielaborazione del passato e con la voglia di rimettersi in gioco nel futuro.

'Il rapimento di Edgardo Mortara' di M.D. Oppenheim (1862)

In Rapito l’impianto classico è austero e solenne nella messa in scena, nella musica, nella fotografia, nei personaggi.
Però Bellocchio ci inganna.
Costruisce tutto all’interno di un solido strato di pathos che investe con prepotenza lo spettatore come un’aria verdiana.
Si vela tutto di melodramma.
La musica esplode enfatizzando gli eventi più drammatici.
Le azioni dei personaggi si caricano di teatralità.
Le espressioni sui volti, nei primissimi piani, sono esasperate.
Ma sappiamo bene che non c’è solo questo.
Quando le maschere cadono, cosa troviamo sotto questa  patina da frantumare, da prendere a pugni?
Ancora una volta l’ossessione per il concetto di rapimento che attraversa il cinema di Bellocchio come una lama che squarcia l’anima.
A questa lama si contrappone il desiderio di libertà, altro tema sviscerato più volte dal regista piacentino.
Un cinema che affronta il titanico duello, nella storia e nel privato, tra tirannia e libertà in ogni possibile declinazione e alienazione. 

Filippo Timi in 'Rapito'

In primis, come perpetuo monito etico e politico, il rapimento di Aldo Moro vivisezionato ad oltranza, metaforizzato, esorcizzato in Buongiorno Notte ed Esterno Notte ed echeggiante ovunque.
In Vincere  l’opposizione viene eliminata con la violenza sistematica: il sequestro in manicomio di Ida Dalser e la sparizione di Benito Albino Mussolini.
In Bella addormentata si gira intorno, con storie di personaggi direttamente o indirettamente collegati , alla reclusione di Eluana Englaro in stato vegetativo; un obbligo imposto per 17 anni dalla giustizia italiana (contro il volere della famiglia Englaro) e preteso con veemenza da giornalisti, partiti politici ed associazioni di centrodestra.
I diversi concetti di ‘assedio’ nella vita di Tommaso Buscetta, prima nella condizione di mafioso e poi nel ruolo di collaboratore di giustizia in Il traditore.
Sacrificare, distruggere, strumentalizzare la vita di un individuo in nome di un’ideologia politica, religiosa, mafiosa.
L’oppressione dell’istituzione (la famiglia, lo Stato, la Chiesa..) contro la spinta eversiva del singolo che tenta di fuggire da una tirannia.
Quella via di fuga, che spesso nel cinema di Bellocchio, sfocerà in nevrosi.

'Rapito' di Marco Bellocchio

Questa volta, in Rapito, la vittima sacrificale è un bambino a cui verrà imposta una volontà ‘superiore’, come ultima resistenza, per continuare ad affermare la supremazia di uno potere temporale ormai giunto alla fine.
Per forzare alle conversioni poiché, ai famigliari di altre confessioni a cui erano stati sottratti i figli, veniva detto che l’unico modo per poter riavere i loro bambini era quello di diventare cattolici e molti cedettero a tale ricatto.
L’ebreo Edgardo Mortara fu cristianizzato e allevato dallo Stato Pontificio come un vero e proprio ‘soldato di Cristo’ addestrato ad un preciso compito: una volta diventato sacerdote, venne inviato in città come Monaco di Baviera, Magonza, Breslavia  e addirittura negli Stati Uniti per convertire gli ebrei.

Leonardo Maltese in 'Rapito'

“Il rapimento di Edgardo Mortara è anche un delitto contro una famiglia tranquilla, mediamente benestante, rispettosa dell’autorità (che era ancora in Bologna, l’autorità del Papa-Re), in anni in cui si respirava in Europa un’aria di libertà, dove si stavano affermando ovunque i principi liberali, tutto stava cambiando e proprio per questo il rapimento del piccolo rappresenta la volontà disperata, e perciò violentissima, di un’autorità ormai agonizzante di resistere al suo crollo, anzi di contrattaccare. I regimi totalitari hanno spesso dei contraccolpi che per un momento li illudono di vincere (il breve risveglio che precede la morte).” (Marco Bellocchio)

Barbara Ronchi in 'Rapito'

Il gioco perverso del potere.
Il potere cambia, ma per chi cambiano effettivamente le cose?
Nel 1793 si taglia la testa del monarca francese ma nello stesso modo nel 1794 cadrà quella del rivoluzionario Robespierre.
Il potere si veste di molti colori e nomi differenti ma la sua anima rimane nera seguendo sempre i propri ineluttabili dettami.
I disincanti di chi ha creduto nel cambiamento, si è sacrificato per la rivoluzione e qui Rapito si connette a Noi credevamo di Mario Martone un’altra opera filmica molto amara  che analizza egregiamente luci ed ombre di un  Risorgimento vissuto dal popolo, sulla pelle di una generazione di giovani che non diventeranno mai uomini o che da uomini si renderanno conto che le porte del primo Parlamento si chiuderanno in faccia al popolo, mentre dentro la solita manciata di potenti continuerà a fare i propri interessi.

Paolo Pierobon e Leonardo Maltese in 'Rapito'

La famiglia Mortara si illude che con un cambio di potere potrà avere giustizia ma il loro caso fu considerato dai moti liberali solo come 'strumento' per accattivarsi l’opinione pubblica, per denigrare in Italia e all’estero lo Stato Pontificio.
Edgardo rimarrà prigioniero del Papa anche quando Pio IX decadrà.
Si mostrerà sempre come un bambino, e in seguito un novizio, molto devoto alla chiesa cattolica anche se Bellocchio, in alcuni momenti, rivela un Edgardo ‘spezzato’con improvvisi impeti ribelli, come se ci fosse in lui uno sdoppiamento.
Le conseguenze di un condizionamento subito nell’età evolutiva.

Fausto Russo Alesi in 'Rapito'

Il risultato di aver fatto crescere un bambino come un orfano, quando non era tale; privandolo dei suoi amorevoli riferimenti familiari, annientando la sua identità con una conversione forzata.
Il tenero sogno dell’Edgardo bambino, di liberare il Cristo dalla sofferenza della croce, rimarrà la sua unica ‘fuga’ dalla Domus Catecumenorum; come allo stesso modo, solo attraverso l’onirico, avevamo assistito in Buongiorno Notte all’evasione di Aldo Moro dai suoi carcerieri.
Un epifanico conforto.
La visione di quel finale diverso che solo al cinema ci è concesso vedere.





mercoledì 24 maggio 2023

LA GENITRICE PSICOTICA #5: ‘BEAU HA PAURA’, di Ari Aster

                                                                          

                                                             SPOILER

'BEAU HA PAURA' di Ari Aster

Viaggio al centro della psiche

di Maddalena Marinelli

“Nulla infonde più coraggio al pauroso della paura altrui.” (Umberto Eco)
 

Paura di vivere, paura di morire, paura di decidere, paura di amare, paura della malattia, paura dell’altro, paura di provare piacere.

Beau Wassermann è un perfetto concentrato di tutte le ansie e le fobie esistenti.

Nella sua mente si affollano gli scenari più distopici.
Morire per mano di criminali psicopatici, per un medicinale assunto senza acqua, per la puntura del ragno violino, per una macchina che ti investe, per un fulmineo malore causato dal raggiungimento di un orgasmo.
Un profondo disagio esistenziale. Una vita mai vissuta costellata di timori, ossessioni, inibizioni e sensi di colpa.

“L'uomo è più facile e proclive a temere che a sperare.” (Giacomo Leopardi)


'Beau ha paura' di Ari Aster


                           

Ma chi ringraziare per tutto questo bel casino?
Chi ha reso Beau un essere pavido, irrisolto, un eterno adolescente?
Ed ecco la paura più smisurata di tutte, quella di colei che lo ha generato, che lo ha cresciuto nell’oppressione: sua madre Mona, la grande castratrice.
Un padre assente e una madre oppressiva, che ha bloccato la crescita emotiva del figlio.
Una genitrice sempre giudicante, iperprotettiva che usa come ricatto emotivo il senso di colpa.

Patti LuPone (la madre) in 'Beau ha paura'


                               

Una manipolatrice che ha insegnato al figlio il dovere di risarcirla in eterno per il bene che lei gli ha dato, per i sacrifici che ha fatto e continua a fare per lui.
Guida desideri e aspirazioni,  sostituendosi a Beau in qualunque decisione, rendendolo incapace di scegliere in autonomia, di sviluppare autostima e di crearsi una vita indipendente e matura.
Ma per Beau è arrivata la resa dei conti.
Non può più sottrarsi dal confronto con Mona.

La salvezza: una liberazione da questo legame sadico. 

La definitiva perdizione: uno sprofondamento nell’abisso delle sue turbe mentali. 
Noi spettatori saremo con lui; letteralmente nella sua testa.
Beau ci trascinerà in un viaggio allucinogeno all’interno del suo universo interiore, in cui ritroveremo ‘cose’ molto familiari.

Dopo 'le realtà alternative’ della setta devota al demone Paimon di Hereditary e il misterico villaggio di Hårga di Midsommar, in Beau is afraid Aster ci conduce nella dimensione psichica.

'Beau ha paura' di Ari Aster


“Non è l’esplorazione della vita di un uomo, piuttosto della sua esperienza. Ho voluto calare il pubblico dentro la sua testa, i suoi sentimenti e spero di esserci riuscito quasi a livello cellulare”, racconta Aster. “Lo spettatore si trova nei panni di questa persona, si muove dentro di lui ma non per tenere traccia del suo percorso, bensì per vivere i suoi ricordi, le sue fantasie, i suoi orrori. Il film è l’esperienza di vita di Beau.”
In un’ alternanza di orrore e umorismo, di estrema violenza e delicatezza fiabesca, Ari Aster realizza un’ opera filmica difficilmente definibile che ingloba tutti i generi, ancora una volta, ponendo al centro la famiglia disfunzionale in cui si annida l’orrore.  “Evil runs in the family”

'Beau ha paura' di Ari Aster


Una commedia nera, un sogno lucido, un incubo kafkiano non così lontano dalla realtà odierna.
Nell’arco di tre ore, attraversando ambientazioni e paesaggi in continuo cambiamento, Aster ci racconta molto di se stesso, dei mali della nostra società ma tanto lavoro è lasciato all’elaborazione dello spettatore, ovviamente in base alle singole esperienze personali.
Una storia che collassa su se stessa.
Criptico e allegorico Beau ha paura è un rituale collettivo a cui siamo invitati a partecipare, per provare le emozioni del protagonista che si materializzano in precise visioni di luoghi, azioni e personaggi.

'Beau ha paura' di Ari Aster


Si inizia con l’uscita dal cavernoso utero materno, per finire col rientro in esso.
Il piano reale, se esiste, si perde continuamente.
Una delle poche tracce realistiche è probabilmente la seduta con lo psichiatra che Aster, non a caso, pone all’inizio come fa Guadagnino nel suo Suspiria, un altro viaggio allegorico tra introspezione, realtà e fantastico.
Dopodiché si scatena un meraviglioso inferno surreale in cui ogni traccia realistica si dissolve e si ricompone.

Armen Nahapetian in 'Beau ha paura'


Sempre sul piano reale si pone la visita alla madre. Il pensiero di questo viaggio, di questo incontro non gradito, ma obbligato, innesca un turbinio di emozioni.
Vediamo Beau rintanarsi nel suo minuscolo appartamento posto al centro di un quartiere in cui degrado, brutalità e ogni qualsiasi forma di perversione sono in atto all’ennesima potenza.
A pensarci bene, uno scenario non così lontano dall’odierna condizione della Stazione Termini.
Tutto questo ‘caos’ sta per infrangere le barriere protettive di Beau ed invadere, contaminare quel piccolo spazio rimasto sicuro.
Dopo il crollo delle difese e l’impatto traumatico, si passa al risanamento.  

Joaquin Phoenix in 'Beau ha paura'


La villa rappresenta la cura, il bisogno di accettazione e accudimento.
Ma questa ovattata immobilità durerà per poco.
Il bosco è la sfida, il regno del possibile, delle molte vie da scegliere, dove tutte le storie possono realizzarsi e si fanno spazio le rivelazioni.
Va attraversato per raggiungere la casa della madre, uno spazio gelido fatto di vetro e cemento, dove non esistono porte e i percorsi sono labirintici.
La spaventosa soffitta è il luogo del rimosso, di quello che nascondiamo anche a noi stessi, l’ultima esplorazione da portare a termine per arrivare al compimento di questo viaggio di espiazione.
Beau affronterà due fondamentali esperienze per poter evolvere: il primo rapporto sessuale e l’uccisione della figura materna.

'Beau ha paura' di Ari Aster


Verrà condotto in un surreale processo, un purgatorio acquatico in cui sarà emessa l’ardua sentenza sulla sua condotta. Il giudice di Beau chi è? Lui stesso?La società? Un essere superiore?
L’acqua ricorre molto spesso come simbolo dell’inconscio, ricordo ancestrale del liquido amniotico; elemento primordiale di nascita, abluzione e rigenerazione.
“Questo film mi rappresenta più di tutti gli altri. È intriso della mia personalità e del mio umorismo.” (Ari Aster)
L’esplorazione onirica orrifica rimanda a Lynch, mentre quella più fiabesca a Gondry, per arrivare all’onirico grottesco di Kaufman.
Molte le chiavi di lettura psicologiche e sociali. 
Partendo da una riflessione  intima sull’individuo, si spazia su qualcosa di più plenario che tocca il malessere collettivo dei nostri giorni; quello smarrimento emotivo sempre più dilagante; l’estinzione dell’empatia per l’affermazione dell’individualismo.

'Beau ha paura' di Ari Aster


L’idea era partita con il cortometraggio del 2011 di soli sette minuti, intitolato Beau, lasciato fermentare per anni divenendo ricettacolo di tante altre fantasticherie attigue, partorite dalla mente meravigliosamente contorta del regista.
Lasciando fuori ogni logica commerciale Ari Aster, attraverso Beau ha paura, vuole riattivare, smuovere con forza la nostra capacità empatica facendoci provare tutta l’angoscia e la sofferenza del protagonista.
Dirci di non aver paura delle nostre paure, nel momento in cui le possiamo condividere con tutti.

Joaquin Phoenix in 'Beau ha paura'


Beau siamo noi.
Un urlo munchiano che invade e sovverte lo spazio circostante col suo dolore.





domenica 30 aprile 2023

‘AS BESTAS’, di Rodrigo Sorogoyen

 

'AS BESTAS', di R. Sorogoyen

La paura dell’alterità
di Maddalena Marinelli

"La nostra epoca, in mezzo alle parole liberté, fraternité, égalité, ha inserito xénophobie." (Fabrizio Caramagna)

'Tu non sei uno di noi!'.
Quando il diverso è percepito come minaccia, perdita delle proprie certezze, ladro di quel fragile benessere conquistato con tanta fatica.
Un’invasione territoriale e culturale.
Equilibri secolari che vengono compromessi.
Non accettare l’integrazione, il cambiamento del proprio piccolo mondo perché considerato l’unico possibile.
Riaccendere antiche faide.
Usare qualsiasi pretesto per alimentare l’odio.

Denis Menochet in 'As Bestas' 

Galizia. Una Spagna rurale e brutale.
Nei territori più impervi, nelle piccole realtà contadine disperse nella predominanza di una natura inospitale, comanda il più forte.
Comanda una violenza atavica, visibile in ogni solco arcigno di quei visi abbrutiti da un destino malevolo, segnati dal duro lavoro, dal freddo, dall’inclemenza del tempo, dall’impossibilità di un’ evoluzione culturale ed economica.
L'isolamento ha alimentato paura, diffidenza, ostilità e una spietata xenofobia.
Farsi giustizia da soli contro 'il malvagio straniero', che diventa bersaglio, capro espiatorio di tutte le frustrazioni e di qualsiasi torto subito dalla collettività.
Sacrificare l’intruso, commettere l’atto più estremo per liberarsi di un presunto pericolo che incombe.

Marina Fois in 'As Bestas'

I francesi Antoine e Olga si trasferiscono in una vallata della Galizia, nel piccolo villaggio di Bierzo, per realizzare il sogno di una vita: avere una loro attività agricola e ristrutturare vecchi casali, per ripopolare piccoli centri rurali lasciati al degrado.
La gente del posto li osserva con sospetto; considera strane le loro idee di ecosostenibiltà e disapprova la loro decisione di mettersi contro la proposta di una società norvegese, che vorrebbe rilevare dagli agricoltori locali le terre per installare impianti eolici

Luis Zahera e Diego Anido in 'As Bestas'

Per gli autoctoni Xan e Lorenzo, quei soldi significano una via di fuga da quella vita grama che hanno avuto per nascita e non per scelta.
Opposte visioni del mondo che sfoceranno in minacce sempre meno velate, atti vandalici, sabotaggi in un crescendo di tensione e violenza.
Sorogoyen prende spunto da un efferrato fatto di cronaca, ovvero quello degli olandesi Martin Verfondern e Margo Pool e di come i fratelli Julio e Juan Carlos Rodríguez resero loro la vita impossibile.
La coppia olandese trasferitasi nel 1997  in Galizia con il sogno di dar vita a un’attività eco-friendly a chilometro zero, ben presto cominciò ad avere avversioni, sempre più  gravi, col vicinato.
Nel 2010 Martin Verfondern svanì misteriosamente. Dopo un’indagine  durata quattro anni, i fratelli Rodríguez furono incriminati per l’omicidio.

Luis Zahera in 'As Bestas' 

Sorogoyen ricompone, a suo modo, la vicenda Verfondern/Rodriguez,  realizzando un plumbeo thriller psicologico  ad  altissima tensione.
Una suspense ben congeniata, costruita tra sapienti silenzi ed attese. 
Un pericolo invisibile.
Una violenza che resta sospesa, sempre in agguato in situazioni di continuo pericolo. 
I fatti potrebbero degenerare da un momento all’altro.
Una regia d’impatto immediato che si sofferma sull'intensità emotiva trasmessa dai volti degli attori, su piccoli segnali e sull’impassibilità della natura che fa il suo corso, nel susseguirsi degli eventi.

Galizia - La Rapa das Bestas

Il film è introdotto dalle immagini della Rapa das Bestas, una tradizione molto sentita in Galizia che ha lo scopo di fermare e isolare i cavalli selvaggi a mani nude, per sverminarli, curare le eventuali ferite, rasargli coda e criniera e marchiarli. 
Al termine alcuni puledri vengono tenuti per essere domati e usati per la sella, gli altri tornano liberi in montagna fino al prossimo anno, fino alla prossima Rapa.
Nei secoli è diventata un' occasione di festa, in cui gli aloitadores mettono in mostra il loro coraggio. 
La forza degli uomini contro quella dei cavalli.
Una lotta bestiale che simboleggia e preannuncia il concetto di sopraffazione, tema centrale del film di Sorogoyen. 
La persecuzione dello 'straniero invasore', ricorda quella di Cane di paglia di Sam Peckinpah o di Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti e di un altro film italiano recente e anch’esso attualmente in sala: Delta di Michele Vannucci che ugualmente affronta un conflitto tra autoctoni e stranieri, in un contesto di predatori e prede, in cui si arriva a farsi giustizia da soli in una natura silenziosamente complice o avversa

'As Bestas' di Rodrigo Sorogoyen

L’idea di Sorogoyen di mettere al centro della storia Antoine nella prima parte e Olga nella seconda, risulta narrativamente originale e vincente.
Un passaggio dal maschile al femminile. 
Antoine è un monolite che non si fa scalfire dagli insulti ricevuti perentoriamente o dagli atti di vile bullismo.
Un uomo che vuole solo fare la sua vita. Un animo buono e pacifico che rimane sconvolto da tanta cattiveria,  sottovalutando la pericolosità dei suoi vicini.
Olga incarna l'arte dell'attesa, il famoso detto di Confucio: “Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico."
Saper attendere per avere dei risultati, anche se non sempre saranno quelli sperati, ma che sono quelli che la vita riserva.
Quando la potenza di un legame affettivo va oltre ogni ragionevolezza, trovando una perfetta logica.