sabato 17 giugno 2023

‘RAPITO’, di Marco Bellocchio

 

RAPITO di Marco Bellocchio

Tirannia e libertà 
di Maddalena Marinelli

La sera del 23 Giugno 1858 viene sconvolta per sempre la vita della famiglia Mortara.
Il piccolo Edgardo viene portato via dalla sua casa bolognese, strappato dalle braccia dei suoi genitori, di credo ebraico, che impotenti devono sottostare alle disposizioni della curia locale.
La Chiesa, rappresentata dal villain Papa Pio IX, ha organizzato il rapimento di Edgardo per indottrinarlo alla fede cattolica.
Tutta colpa di una domestica che prese segretamente l’iniziativa di battezzare il bimbo in fasce, poiché ritenuto in punto di morte a sei mesi, per salvarlo dal limbo.
Sei anni dopo la donna, per denaro, aveva rivelato il fatto al grande Inquisitore del Sant’Uffizio in città.
Quindi, secondo le rigide regole del diritto canonico, Edgardo era cattolico e doveva ricevere un’educazione cattolica.

Enea Sala in 'Rapito'

Il bambino verrà portato a Roma nella Domus Catecumenorum, un seminario espressamente istituito per la conversione dall’ebraismo, dall’Islam e da altre confessioni religiose.
Inutili, nel trascorrere degli anni, i molteplici tentativi dei genitori per riavere il figlio.
Il caso Mortara diventa di portata internazionale ma nemmeno l’intervento delle alte sfere della comunità ebraica riusciranno ad opporsi all’ inplacabile “Non possumus” del Papa Re.
Edgardo cresce come cattolico, recluso in una gabbia dorata, privato dell’affetto della sua famiglia, sorvegliato a vista senza potersi rapportare con il mondo circostante.
‘Fuori’ si susseguono importanti cambiamenti storici: la caduta del potere temporale, la presa di Roma, l’Unità d’Italia.

Fabrizio Gifuni in 'Rapito' 

L’inquisitore Pier Gaetano Feletti, diretto responsabile di aver disposto il rapimento di Edgardo, viene processato ma alla fine assolto.
Quindi nemmeno col nuovo assetto politico la famiglia Mortara riesce ad ottenere giustizia e a ricongiungersi col figlio.
Nel 1870 le truppe sabaude conquistano Roma ma ormai Edgardo è un cattolico convinto  e rifiuta di abbandonare il convento dei Canonici Regolari Lateranensi a San Pietro in Vincoli, disconoscendo le sue origini ebraiche; addirittura adoperandosi nel cercare di convertire la sua famiglia.

'Rapito' di Marco Bellocchio

Con Rapito Marco Bellocchio ci riporta al Risorgimento ponendo al centro la piccola, ma emblematica, storia del caso Mortara e sullo sfondo la grande storia che avanza. Sovrappone i due piani, intreccia le sorti, innesta il livello onirico rivelatore di sensi di colpa, paure nascoste, colpe omesse.
Il rimosso riemerge con presagi violenti e sanguinari.
In un continuo moto di agitazione e di (ri)creazione artistica, Bellocchio seguita a stupirci con la sua vivida ricerca del confronto con i grandi maestri del cinema italiano, con la storia del nostro Paese, con noi stessi naufraghi nell’era contemporanea.
Un cineasta che muta sempre la sua pelle con consapevolezza del presente, con rielaborazione del passato e con la voglia di rimettersi in gioco nel futuro.

'Il rapimento di Edgardo Mortara' di M.D. Oppenheim (1862)

In Rapito l’impianto classico è austero e solenne nella messa in scena, nella musica, nella fotografia, nei personaggi.
Però Bellocchio ci inganna.
Costruisce tutto all’interno di un solido strato di pathos che investe con prepotenza lo spettatore come un’aria verdiana.
Si vela tutto di melodramma.
La musica esplode enfatizzando gli eventi più drammatici.
Le azioni dei personaggi si caricano di teatralità.
Le espressioni sui volti, nei primissimi piani, sono esasperate.
Ma sappiamo bene che non c’è solo questo.
Quando le maschere cadono, cosa troviamo sotto questa  patina da frantumare, da prendere a pugni?
Ancora una volta l’ossessione per il concetto di rapimento che attraversa il cinema di Bellocchio come una lama che squarcia l’anima.
A questa lama si contrappone il desiderio di libertà, altro tema sviscerato più volte dal regista piacentino.
Un cinema che affronta il titanico duello, nella storia e nel privato, tra tirannia e libertà in ogni possibile declinazione e alienazione. 

Filippo Timi in 'Rapito'

In primis, come perpetuo monito etico e politico, il rapimento di Aldo Moro vivisezionato ad oltranza, metaforizzato, esorcizzato in Buongiorno Notte ed Esterno Notte ed echeggiante ovunque.
In Vincere  l’opposizione viene eliminata con la violenza sistematica: il sequestro in manicomio di Ida Dalser e la sparizione di Benito Albino Mussolini.
In Bella addormentata si gira intorno, con storie di personaggi direttamente o indirettamente collegati , alla reclusione di Eluana Englaro in stato vegetativo; un obbligo imposto per 17 anni dalla giustizia italiana (contro il volere della famiglia Englaro) e preteso con veemenza da giornalisti, partiti politici ed associazioni di centrodestra.
I diversi concetti di ‘assedio’ nella vita di Tommaso Buscetta, prima nella condizione di mafioso e poi nel ruolo di collaboratore di giustizia in Il traditore.
Sacrificare, distruggere, strumentalizzare la vita di un individuo in nome di un’ideologia politica, religiosa, mafiosa.
L’oppressione dell’istituzione (la famiglia, lo Stato, la Chiesa..) contro la spinta eversiva del singolo che tenta di fuggire da una tirannia.
Quella via di fuga, che spesso nel cinema di Bellocchio, sfocerà in nevrosi.

'Rapito' di Marco Bellocchio

Questa volta, in Rapito, la vittima sacrificale è un bambino a cui verrà imposta una volontà ‘superiore’, come ultima resistenza, per continuare ad affermare la supremazia di uno potere temporale ormai giunto alla fine.
Per forzare alle conversioni poiché, ai famigliari di altre confessioni a cui erano stati sottratti i figli, veniva detto che l’unico modo per poter riavere i loro bambini era quello di diventare cattolici e molti cedettero a tale ricatto.
L’ebreo Edgardo Mortara fu cristianizzato e allevato dallo Stato Pontificio come un vero e proprio ‘soldato di Cristo’ addestrato ad un preciso compito: una volta diventato sacerdote, venne inviato in città come Monaco di Baviera, Magonza, Breslavia  e addirittura negli Stati Uniti per convertire gli ebrei.

Leonardo Maltese in 'Rapito'

“Il rapimento di Edgardo Mortara è anche un delitto contro una famiglia tranquilla, mediamente benestante, rispettosa dell’autorità (che era ancora in Bologna, l’autorità del Papa-Re), in anni in cui si respirava in Europa un’aria di libertà, dove si stavano affermando ovunque i principi liberali, tutto stava cambiando e proprio per questo il rapimento del piccolo rappresenta la volontà disperata, e perciò violentissima, di un’autorità ormai agonizzante di resistere al suo crollo, anzi di contrattaccare. I regimi totalitari hanno spesso dei contraccolpi che per un momento li illudono di vincere (il breve risveglio che precede la morte).” (Marco Bellocchio)

Barbara Ronchi in 'Rapito'

Il gioco perverso del potere.
Il potere cambia, ma per chi cambiano effettivamente le cose?
Nel 1793 si taglia la testa del monarca francese ma nello stesso modo nel 1794 cadrà quella del rivoluzionario Robespierre.
Il potere si veste di molti colori e nomi differenti ma la sua anima rimane nera seguendo sempre i propri ineluttabili dettami.
I disincanti di chi ha creduto nel cambiamento, si è sacrificato per la rivoluzione e qui Rapito si connette a Noi credevamo di Mario Martone un’altra opera filmica molto amara  che analizza egregiamente luci ed ombre di un  Risorgimento vissuto dal popolo, sulla pelle di una generazione di giovani che non diventeranno mai uomini o che da uomini si renderanno conto che le porte del primo Parlamento si chiuderanno in faccia al popolo, mentre dentro la solita manciata di potenti continuerà a fare i propri interessi.

Paolo Pierobon e Leonardo Maltese in 'Rapito'

La famiglia Mortara si illude che con un cambio di potere potrà avere giustizia ma il loro caso fu considerato dai moti liberali solo come 'strumento' per accattivarsi l’opinione pubblica, per denigrare in Italia e all’estero lo Stato Pontificio.
Edgardo rimarrà prigioniero del Papa anche quando Pio IX decadrà.
Si mostrerà sempre come un bambino, e in seguito un novizio, molto devoto alla chiesa cattolica anche se Bellocchio, in alcuni momenti, rivela un Edgardo ‘spezzato’con improvvisi impeti ribelli, come se ci fosse in lui uno sdoppiamento.
Le conseguenze di un condizionamento subito nell’età evolutiva.

Fausto Russo Alesi in 'Rapito'

Il risultato di aver fatto crescere un bambino come un orfano, quando non era tale; privandolo dei suoi amorevoli riferimenti familiari, annientando la sua identità con una conversione forzata.
Il tenero sogno dell’Edgardo bambino, di liberare il Cristo dalla sofferenza della croce, rimarrà la sua unica ‘fuga’ dalla Domus Catecumenorum; come allo stesso modo, solo attraverso l’onirico, avevamo assistito in Buongiorno Notte all’evasione di Aldo Moro dai suoi carcerieri.
Un epifanico conforto.
La visione di quel finale diverso che solo al cinema ci è concesso vedere.





mercoledì 24 maggio 2023

LA GENITRICE PSICOTICA #5: ‘BEAU HA PAURA’, di Ari Aster

                                                                          

                                                             SPOILER

'BEAU HA PAURA' di Ari Aster

Viaggio al centro della psiche

di Maddalena Marinelli

“Nulla infonde più coraggio al pauroso della paura altrui.” (Umberto Eco)
 

Paura di vivere, paura di morire, paura di decidere, paura di amare, paura della malattia, paura dell’altro, paura di provare piacere.

Beau Wassermann è un perfetto concentrato di tutte le ansie e le fobie esistenti.

Nella sua mente si affollano gli scenari più distopici.
Morire per mano di criminali psicopatici, per un medicinale assunto senza acqua, per la puntura del ragno violino, per una macchina che ti investe, per un fulmineo malore causato dal raggiungimento di un orgasmo.
Un profondo disagio esistenziale. Una vita mai vissuta costellata di timori, ossessioni, inibizioni e sensi di colpa.

“L'uomo è più facile e proclive a temere che a sperare.” (Giacomo Leopardi)


'Beau ha paura' di Ari Aster


                           

Ma chi ringraziare per tutto questo bel casino?
Chi ha reso Beau un essere pavido, irrisolto, un eterno adolescente?
Ed ecco la paura più smisurata di tutte, quella di colei che lo ha generato, che lo ha cresciuto nell’oppressione: sua madre Mona, la grande castratrice.
Un padre assente e una madre oppressiva, che ha bloccato la crescita emotiva del figlio.
Una genitrice sempre giudicante, iperprotettiva che usa come ricatto emotivo il senso di colpa.

Patti LuPone (la madre) in 'Beau ha paura'


                               

Una manipolatrice che ha insegnato al figlio il dovere di risarcirla in eterno per il bene che lei gli ha dato, per i sacrifici che ha fatto e continua a fare per lui.
Guida desideri e aspirazioni,  sostituendosi a Beau in qualunque decisione, rendendolo incapace di scegliere in autonomia, di sviluppare autostima e di crearsi una vita indipendente e matura.
Ma per Beau è arrivata la resa dei conti.
Non può più sottrarsi dal confronto con Mona.

La salvezza: una liberazione da questo legame sadico. 

La definitiva perdizione: uno sprofondamento nell’abisso delle sue turbe mentali. 
Noi spettatori saremo con lui; letteralmente nella sua testa.
Beau ci trascinerà in un viaggio allucinogeno all’interno del suo universo interiore, in cui ritroveremo ‘cose’ molto familiari.

Dopo 'le realtà alternative’ della setta devota al demone Paimon di Hereditary e il misterico villaggio di Hårga di Midsommar, in Beau is afraid Aster ci conduce nella dimensione psichica.

'Beau ha paura' di Ari Aster


“Non è l’esplorazione della vita di un uomo, piuttosto della sua esperienza. Ho voluto calare il pubblico dentro la sua testa, i suoi sentimenti e spero di esserci riuscito quasi a livello cellulare”, racconta Aster. “Lo spettatore si trova nei panni di questa persona, si muove dentro di lui ma non per tenere traccia del suo percorso, bensì per vivere i suoi ricordi, le sue fantasie, i suoi orrori. Il film è l’esperienza di vita di Beau.”
In un’ alternanza di orrore e umorismo, di estrema violenza e delicatezza fiabesca, Ari Aster realizza un’ opera filmica difficilmente definibile che ingloba tutti i generi, ancora una volta, ponendo al centro la famiglia disfunzionale in cui si annida l’orrore.  “Evil runs in the family”

'Beau ha paura' di Ari Aster


Una commedia nera, un sogno lucido, un incubo kafkiano non così lontano dalla realtà odierna.
Nell’arco di tre ore, attraversando ambientazioni e paesaggi in continuo cambiamento, Aster ci racconta molto di se stesso, dei mali della nostra società ma tanto lavoro è lasciato all’elaborazione dello spettatore, ovviamente in base alle singole esperienze personali.
Una storia che collassa su se stessa.
Criptico e allegorico Beau ha paura è un rituale collettivo a cui siamo invitati a partecipare, per provare le emozioni del protagonista che si materializzano in precise visioni di luoghi, azioni e personaggi.

'Beau ha paura' di Ari Aster


Si inizia con l’uscita dal cavernoso utero materno, per finire col rientro in esso.
Il piano reale, se esiste, si perde continuamente.
Una delle poche tracce realistiche è probabilmente la seduta con lo psichiatra che Aster, non a caso, pone all’inizio come fa Guadagnino nel suo Suspiria, un altro viaggio allegorico tra introspezione, realtà e fantastico.
Dopodiché si scatena un meraviglioso inferno surreale in cui ogni traccia realistica si dissolve e si ricompone.

Armen Nahapetian in 'Beau ha paura'


Sempre sul piano reale si pone la visita alla madre. Il pensiero di questo viaggio, di questo incontro non gradito, ma obbligato, innesca un turbinio di emozioni.
Vediamo Beau rintanarsi nel suo minuscolo appartamento posto al centro di un quartiere in cui degrado, brutalità e ogni qualsiasi forma di perversione sono in atto all’ennesima potenza.
A pensarci bene, uno scenario non così lontano dall’odierna condizione della Stazione Termini.
Tutto questo ‘caos’ sta per infrangere le barriere protettive di Beau ed invadere, contaminare quel piccolo spazio rimasto sicuro.
Dopo il crollo delle difese e l’impatto traumatico, si passa al risanamento.  

Joaquin Phoenix in 'Beau ha paura'


La villa rappresenta la cura, il bisogno di accettazione e accudimento.
Ma questa ovattata immobilità durerà per poco.
Il bosco è la sfida, il regno del possibile, delle molte vie da scegliere, dove tutte le storie possono realizzarsi e si fanno spazio le rivelazioni.
Va attraversato per raggiungere la casa della madre, uno spazio gelido fatto di vetro e cemento, dove non esistono porte e i percorsi sono labirintici.
La spaventosa soffitta è il luogo del rimosso, di quello che nascondiamo anche a noi stessi, l’ultima esplorazione da portare a termine per arrivare al compimento di questo viaggio di espiazione.
Beau affronterà due fondamentali esperienze per poter evolvere: il primo rapporto sessuale e l’uccisione della figura materna.

'Beau ha paura' di Ari Aster


Verrà condotto in un surreale processo, un purgatorio acquatico in cui sarà emessa l’ardua sentenza sulla sua condotta. Il giudice di Beau chi è? Lui stesso?La società? Un essere superiore?
L’acqua ricorre molto spesso come simbolo dell’inconscio, ricordo ancestrale del liquido amniotico; elemento primordiale di nascita, abluzione e rigenerazione.
“Questo film mi rappresenta più di tutti gli altri. È intriso della mia personalità e del mio umorismo.” (Ari Aster)
L’esplorazione onirica orrifica rimanda a Lynch, mentre quella più fiabesca a Gondry, per arrivare all’onirico grottesco di Kaufman.
Molte le chiavi di lettura psicologiche e sociali. 
Partendo da una riflessione  intima sull’individuo, si spazia su qualcosa di più plenario che tocca il malessere collettivo dei nostri giorni; quello smarrimento emotivo sempre più dilagante; l’estinzione dell’empatia per l’affermazione dell’individualismo.

'Beau ha paura' di Ari Aster


L’idea era partita con il cortometraggio del 2011 di soli sette minuti, intitolato Beau, lasciato fermentare per anni divenendo ricettacolo di tante altre fantasticherie attigue, partorite dalla mente meravigliosamente contorta del regista.
Lasciando fuori ogni logica commerciale Ari Aster, attraverso Beau ha paura, vuole riattivare, smuovere con forza la nostra capacità empatica facendoci provare tutta l’angoscia e la sofferenza del protagonista.
Dirci di non aver paura delle nostre paure, nel momento in cui le possiamo condividere con tutti.

Joaquin Phoenix in 'Beau ha paura'


Beau siamo noi.
Un urlo munchiano che invade e sovverte lo spazio circostante col suo dolore.





domenica 30 aprile 2023

‘AS BESTAS’, di Rodrigo Sorogoyen

 

'AS BESTAS', di R. Sorogoyen

La paura dell’alterità
di Maddalena Marinelli

"La nostra epoca, in mezzo alle parole liberté, fraternité, égalité, ha inserito xénophobie." (Fabrizio Caramagna)

'Tu non sei uno di noi!'.
Quando il diverso è percepito come minaccia, perdita delle proprie certezze, ladro di quel fragile benessere conquistato con tanta fatica.
Un’invasione territoriale e culturale.
Equilibri secolari che vengono compromessi.
Non accettare l’integrazione, il cambiamento del proprio piccolo mondo perché considerato l’unico possibile.
Riaccendere antiche faide.
Usare qualsiasi pretesto per alimentare l’odio.

Denis Menochet in 'As Bestas' 

Galizia. Una Spagna rurale e brutale.
Nei territori più impervi, nelle piccole realtà contadine disperse nella predominanza di una natura inospitale, comanda il più forte.
Comanda una violenza atavica, visibile in ogni solco arcigno di quei visi abbrutiti da un destino malevolo, segnati dal duro lavoro, dal freddo, dall’inclemenza del tempo, dall’impossibilità di un’ evoluzione culturale ed economica.
L'isolamento ha alimentato paura, diffidenza, ostilità e una spietata xenofobia.
Farsi giustizia da soli contro 'il malvagio straniero', che diventa bersaglio, capro espiatorio di tutte le frustrazioni e di qualsiasi torto subito dalla collettività.
Sacrificare l’intruso, commettere l’atto più estremo per liberarsi di un presunto pericolo che incombe.

Marina Fois in 'As Bestas'

I francesi Antoine e Olga si trasferiscono in una vallata della Galizia, nel piccolo villaggio di Bierzo, per realizzare il sogno di una vita: avere una loro attività agricola e ristrutturare vecchi casali, per ripopolare piccoli centri rurali lasciati al degrado.
La gente del posto li osserva con sospetto; considera strane le loro idee di ecosostenibiltà e disapprova la loro decisione di mettersi contro la proposta di una società norvegese, che vorrebbe rilevare dagli agricoltori locali le terre per installare impianti eolici

Luis Zahera e Diego Anido in 'As Bestas'

Per gli autoctoni Xan e Lorenzo, quei soldi significano una via di fuga da quella vita grama che hanno avuto per nascita e non per scelta.
Opposte visioni del mondo che sfoceranno in minacce sempre meno velate, atti vandalici, sabotaggi in un crescendo di tensione e violenza.
Sorogoyen prende spunto da un efferrato fatto di cronaca, ovvero quello degli olandesi Martin Verfondern e Margo Pool e di come i fratelli Julio e Juan Carlos Rodríguez resero loro la vita impossibile.
La coppia olandese trasferitasi nel 1997  in Galizia con il sogno di dar vita a un’attività eco-friendly a chilometro zero, ben presto cominciò ad avere avversioni, sempre più  gravi, col vicinato.
Nel 2010 Martin Verfondern svanì misteriosamente. Dopo un’indagine  durata quattro anni, i fratelli Rodríguez furono incriminati per l’omicidio.

Luis Zahera in 'As Bestas' 

Sorogoyen ricompone, a suo modo, la vicenda Verfondern/Rodriguez,  realizzando un plumbeo thriller psicologico  ad  altissima tensione.
Una suspense ben congeniata, costruita tra sapienti silenzi ed attese. 
Un pericolo invisibile.
Una violenza che resta sospesa, sempre in agguato in situazioni di continuo pericolo. 
I fatti potrebbero degenerare da un momento all’altro.
Una regia d’impatto immediato che si sofferma sull'intensità emotiva trasmessa dai volti degli attori, su piccoli segnali e sull’impassibilità della natura che fa il suo corso, nel susseguirsi degli eventi.

Galizia - La Rapa das Bestas

Il film è introdotto dalle immagini della Rapa das Bestas, una tradizione molto sentita in Galizia che ha lo scopo di fermare e isolare i cavalli selvaggi a mani nude, per sverminarli, curare le eventuali ferite, rasargli coda e criniera e marchiarli. 
Al termine alcuni puledri vengono tenuti per essere domati e usati per la sella, gli altri tornano liberi in montagna fino al prossimo anno, fino alla prossima Rapa.
Nei secoli è diventata un' occasione di festa, in cui gli aloitadores mettono in mostra il loro coraggio. 
La forza degli uomini contro quella dei cavalli.
Una lotta bestiale che simboleggia e preannuncia il concetto di sopraffazione, tema centrale del film di Sorogoyen. 
La persecuzione dello 'straniero invasore', ricorda quella di Cane di paglia di Sam Peckinpah o di Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti e di un altro film italiano recente e anch’esso attualmente in sala: Delta di Michele Vannucci che ugualmente affronta un conflitto tra autoctoni e stranieri, in un contesto di predatori e prede, in cui si arriva a farsi giustizia da soli in una natura silenziosamente complice o avversa

'As Bestas' di Rodrigo Sorogoyen

L’idea di Sorogoyen di mettere al centro della storia Antoine nella prima parte e Olga nella seconda, risulta narrativamente originale e vincente.
Un passaggio dal maschile al femminile. 
Antoine è un monolite che non si fa scalfire dagli insulti ricevuti perentoriamente o dagli atti di vile bullismo.
Un uomo che vuole solo fare la sua vita. Un animo buono e pacifico che rimane sconvolto da tanta cattiveria,  sottovalutando la pericolosità dei suoi vicini.
Olga incarna l'arte dell'attesa, il famoso detto di Confucio: “Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico."
Saper attendere per avere dei risultati, anche se non sempre saranno quelli sperati, ma che sono quelli che la vita riserva.
Quando la potenza di un legame affettivo va oltre ogni ragionevolezza, trovando una perfetta logica.


domenica 19 febbraio 2023

‘GLI SPIRITI DELL’ISOLA’, di Martin McDonagh


'GLI SPIRITI DELL'ISOLA' di Martin McDonagh

Effetti di un’amicizia infranta  
di Maddalena Marinelli

“Coloro che eliminano dalla vita l'amicizia, eliminano il sole dal mondo.”   (Cicerone)


Sulla fittizia isoletta di Inisherin, al largo della costa occidentale dell’Irlanda, il sempliciotto di buon cuore Pádraic Súilleabháin, alla solita ora prevista, bussa alla porta del burbero suonatore di violino Colm Doherty, per recarsi insieme al solito pub, per la quotidiana bevuta e le consuete quattro chiacchiere.
Un lembo di terra tanto incantevole quanto impervio.
Soave nei suoi paesaggi color smeraldo e aspro nelle aride radure selvatiche battute dall’ impetuoso vento che spira dal mare.

'Gli spiriti dell'isola' di Martin McDonagh

La monotona vita su Inisherin è scandita da pochi e semplici 'rituali' che seguono e si adattano ai cicli naturali di un mondo rurale.
Gli abitanti vivono modestamente, si sono rassegnati alla noia,  all'isolamento e ai comportamenti primitivi.
Colm decide improvvisamente di interrompere la solita bevuta al pub con Pádraic anzi, vuole proprio eliminarlo dalla sua vita, perché non desidera più perdere il suo prezioso tempo con quell’uomo troppo banale e noioso.
“Hai parlato per due ore della cacca del tuo asinello. Sei noioso. Non mi piaci più, tutto qui””
Per uno come Pádraic sarà molto difficile capire o accettare questa decisione di Colm e incredibilmente questo non tollerare il punto di vista dell’altro e l’ostinazione ad imporre la propria decisione, condurrà alla rovina dei nostri protagonisti, verso una spirale di brutalità che avrà le sue conseguenze anche sul resto della piccola comunità.

Colin Farrell in 'Gli spiriti dell'isola'

Martin McDonagh mette in scena una perfetta parabola sull’incapacità di accettare il cambiamento.
Una riflessione sulla complessità delle relazioni umane.
La difficoltà di gestire la fine di un rapporto; di accettare un distacco; l'incapacità di elaborare una rabbia in cui germoglierà una violenza inverosimile.
Lo scontro tra ‘il conformista Pádraic’, che si accontenta di rassicuranti giornate sempre uguali, soddisfatto nel godere di un bel paesaggio o di occuparsi dei suoi animali, non ponendosi altri scopi nella vita e ‘lo scentrato Colm’, che vorrebbe dare un senso elevato alla sua esistenza attraverso la musica, componendo melodie per far ricordare il suo nome ai posteri.
Si fa naufragio verso qualcosa d’intimo  ma allo stesso tempo universale.
“È una storia in cui due persone combattono la loro piccola guerra personale, mentre altrove infuria un conflitto più ampio.” (Martin McDonagh)
Gli spiriti dell’ isola è una potente e acuta metafora sulla guerra.
Nel limbo di Inisherin nessuno se ne preoccupa molto ma in sottofondo, in lontananza, si sta svolgendo in Irlanda la prima guerra civile (28 giugno 1922 - 24 maggio 1923), scoppiata tra chi aveva sostenuto il trattato dello Stato Libero d’Irlanda, sotto il controllo della Gran Bretagna, e chi invece pensava che l’Irlanda potesse essere libera solo se si fosse completamente sottratta dal dominio britannico.

Brendan Gleeson in 'Gli spiriti dell'isola'

Parallelamente, attraverso la vicenda di Pádraic e Colm, assistiamo ad una 'genesi del dissidio' con un’analisi di tutte le sue fasi; dalla scelta non compresa e inaccettabile, per arrivare all’imposizione, alla rabbia, all’autolesionismo, per finire con la più cieca vendetta.
Inisherin, come la Dogville di Lars von Trier, non è quello che sembra; non è una 'confort zone'; nasconde  bene le sue perversità nei rapporti famigliari, nella superstizione, nell'omertà.
McDonagh scrive e dirige quest' opera filmica intima, poiché scava fino alle sue stesse origini, ma nel contempo universale spandendo il singolo problema all’ intera società.
La costruzione scenica e narrativa richiama il genere western con inquadrature dal basso e quelle attraverso le porte e le finestre tipiche di Ford e di Leone; tutto questo magnificamente racchiuso in una commedia grottesca che lentamente esaurisce l’umorismo per diventare sempre più cupa e tragica.
Una grande prova attoriale per Colin Farrel e Brendan Gleeson che ritornano a fare coppia, come nel precedente Bruges dello stesso regista.
Il mansueto e l’inquieto, due figure da tipici antagonisti di film western.
Pádraic abita in una modesta fattoria posta in collina, arroccata in un contesto angusto, refrattario a qualsiasi influenza esterna. 
Colm abita in un cottage situato in pianura, affacciato sul mare, aperto al bisogno di allargare i propri orizzonti.

Barry Keoghan in 'Gli spiriti dell'isola'

McDonagh inserisce un aspetto magico e ancestrale  legato al mythos, attraverso la focale figura spiritica della banshee (creatura leggendaria della mitologia irlandese, citata nel titolo originale) incarnata dalla signora McCormick, col suo funereo mantello nero, ogni volta è ambasciatrice di sventure e di morte; per questo condannata ad essere esclusa dalla comunità; isolata in lande sperdute come le streghe del Macbeth.
Una figura che non vuole fare del male, odiata ed esiliata solo perché colpevole di essere un tramite con entità di un misterico altrove.
C’è un destino pronto a compiersi innescato da scelte determinate.

 Colin Farrell e Kerry Condon in 'Gli spiriti dell'isola' 

In Gli spiriti dell’isola c’è molto di Pirandello, di Beckett ma soprattutto ricorrono i tipici stilemi della tragedia greca: la vendetta, la colpa connessa all’espiazione, la follia.
Pádraic rispecchia il tipico protagonista di tale genere, presentandosi privo di qualità eccezionali e la cui condizione di felicità cessa non a causa della propria malvagità, ma per un errore.
Da uomo pacifico e gentile discenderà nella corruzione del male, lasciandosi andare all’annientamento di se stesso, di Colm e di tutto il resto che lo circonda. 
O forse non andrà a finire così male.   

“L'amicizia è l'unico cemento capace di tenere assieme il mondo”.  
(Woodrow Wilson)

martedì 6 dicembre 2022

'BONES AND ALL' , di Luca Guadagnino


'BONES AND ALL' di Luca Guadagnino


Famelici d’amore
di Maddalena Marinelli

In quel corpo esile come un fuscello, Maren fa convivere l’innocenza di una giovane donna che timidamente si affaccia al mondo e la violenza atavica di una belva affamata, che quando esplode non può essere repressa.
E’ l’oscura natura di Maren, ereditata da una madre che appena nata  l’ha abbandonata al suo destino, come farà in seguito anche suo padre dopo diciottoanni di occultamenti e di fughe, incapace di rimanere ancora accanto ad una figlia predatrice di carne umana.
Un terribile abominio che Maren non ha scelto ma arriva ogni volta come un bisogno impellente.

Taylor Russell in 'Bones and all' di L. Guadagnino

La ragazza si ritroverà da sola a comprendere il suo male oscuro. 
Attraverso un viaggio di formazione imparerà a conoscersi, fiuterà i suoi simili capendo di chi fidarsi ma soprattutto si emanciperà dalla sua famiglia smettendo di cercare risposte, affetto, riferimenti da coloro che non sono riusciti ad amarla.
Maren, nonostante la sua ‘diversità’, smette di sentirsi sbagliata.
Vuole trovare il suo posto nel mondo; vuole vivere come tutti gli altri e l’amore per Lee la spingerà verso una nuova speranza.
Una possibilità di essere felice nonostante la sua devianza fuori dalle regole sociali.
I nostri antropofagi si spostano in un Midwest maestoso, dai paesaggi sconfinati ma esplorato nella sua parte più povera ed emarginata, in cui ogni giorno i reietti come i giovani Maren e Lee o l’anziano Sully cercano di sopravvivere come possono, oltrepassando i confini del male.

Mark Rylance in 'Bones and all' 

Sully è l’adulto adescatore, l'empatico tossico che si finge gentile e premuroso con Maren, nascondendo un interesse morboso e disturbante per lei.
La vuole. Il non sapere esattamente il suo scopo, se la desidera come compagna, figlia oppure per seviziarla o divorarla fino all’osso come il pasto migliore di sempre, rende tutto ancora più perturbante.
Il pericolo può arrivare non solo dai ‘normali’ ma anche dai propri simili.
La solitudine è profonda, una compagna costante accettata come protezione, scudo dalla minaccia che l’altro può rappresentare.
Guadagnino, muovendosi tra l’ordinario e lo straordinario, lavora sul genere horror per raccontare il disagio sociale; l’anomalia che sovverte la regola; il male da conoscere e convertire nascosto in noi e negli altri.
Il cannibalismo come in Raw o in Cannibal love diventa metafora di una condizione esistenziale, di un’esigenza di espressione, di pulsioni sessuali, dei tumulti inaspettati della pubertà, in cui ogni emozione è contrastante e amplificata.
La scoperta di trovare in noi stessi qualcosa di sconvolgente, un demone che ci allontana dagli altri e da un mondo che non può capirti.
Divorare il proprio mentore per emanciparsi da esso, cambiare le vecchie regole, assimilare la sua energia e il suo fulgore.
Divorare l’amato. Diventare tutt’uno con l’altro, penetrandosi e unendosi per sempre.

Timothée Chalamet

“È la storia di due giovani che scoprono che, per loro, non esiste un posto da poter chiamare casa, per cui devono reinventarselo. Maren e Lee vanno alla ricerca della loro identità in situazioni estreme, ma le domande che si pongono sono universali: chi sono, cosa voglio? Come posso sfuggire a questo senso di ineluttabilità che mi trascino dietro? Come possono entrare in sintonia con qualcun altro?” (Luca Guadagnino)

L’amore è un tema centrale nel cinema di Guadagnino.
Una forza trainante e rigeneratrice che supera il dolore, il tempo, le diversità.
Essere capaci di amare non è per nulla una cosa scontata o facile nella nostra società perché implica empatia, rispetto, coraggio, fiducia, comprensione.
Tutti sentimenti che stiamo dimenticando in quest’era di analfabetismo emotivo e solipsismo.
Guadagnino permea sempre la sua visione di una straordinaria sensibilità.
I luoghi, il corpo degli attori, addirittura gli oggetti, ogni elemento sotto il suo tocco registico diventa materia sensibile.
Un’emotività intensa mai stucchevole o struggente ma autentica, ottenuta condividendo ogni volta, in ogni film ‘un brandello’ profondamente intimo della propria esperienza di vita.
Road movie, horror, dramma, thriller in una miscela di inquietudine e disagio che ti pervade per tutto il tempo.

'Bones and all' di Luca Guadagnino

Bones and all è il viaggio iniziatico della giovane Maren, il sogno di trovare il proprio angolo di felicità, il tentativo di rivincita dei reietti e di come ti può cambiare e saziare l’amore.
Forse l'amore ti può salvare?