mercoledì 20 aprile 2022

'SPENCER', di Pablo Larrain

 

SPENCER

La principessa incantata

di Maddalena Marinelli

Sotto un cielo plumbeo un commando arriva presso una maestosa residenza isolata.
In apparenza sembra di essere in uno stato di guerra, nel momento in cui un reparto speciale giunge nella riservatissima roccaforte di un leader politico.
Invece si tratta dei preparativi per le festività natalizie, lo  squadrone militare scorta le cibarie che serviranno ai cuochi per preparare i pasti.
Presto arriveranno tutti i membri della famiglia Windsor: il principe Carlo con i figli William ed Harry, la regina Elisabetta con il consorte Filippo e tutti gli annessi alla British Royal Family.
Manca solo lei. La mina vagante.
L’irrequieta principessa triste.
La tanto discussa Diana Spencer.
Sua altezza reale lungo la strada si perde, sembra disorientata: <Dove sono?>
Ormai il divorzio da Carlo è imminente, l’altra donna del futuro re è svelata, la stampa è sempre più ingorda di ottenere dichiarazioni scabrose e dettagli piccanti sulla crisi coniugale dei futuri sovrani.
Ad un punto di svolta della sua vita una Lady Diana confusa e infelice, tra continui ritardi e attacchi di bulimia, si prepara ad affrontare tre giorni infernali nella spettrale Sandringham House.
Sarà sotto gli occhi indagatori di tutti. 
Loro sanno tutto.
Dovrà sottostare ad ogni regola di corte perché: <Nessuno è al di sopra delle tradizioni>.  

Kristen Stewart in 'Spencer' di Pablo Larrain

L’antica magione attende Diana per avvolgerla in un tetro torpore popolato da terribili incubi, inquietanti apparizioni, continui presagi di morte.
La bambola spezza i suoi fili, si strappa i vestiti, vuole essere vera.
Sovvertire. Disubbidire. Infrangere ogni etichetta perchè tutto è sbagliato, tutto è passato, quindi bisogna fuggire da questo 'loop temporale'. 
Basta sfilare davanti al popolo come un manichino, basta reprimere ogni emozione, basta sorridere a comando.
A poca distanza, in antitesi, la tenuta Spencer in stato di abbandono, il luogo sicuro di un’infanzia da ridestare, una parte perduta di se stessa da ritrovare attraverso un disperato, utopistico tentativo di riavvolgere il nastro per ricominciare da capo la propria vita con scelte diverse.
Quella bambina felice non esiste più. Il posto delle fragole è marcito.
Va affrontata la realtà: l'umiliazione, il tradimento, il divorzio, lo scandalo, lo sdegno della regina madre.
Dopo la grande inquisizione sarà rogo o perdono?
Chi mangia, chi caccia e chi scappa.
Continui, ripetuti tentativi di fuga; un’ evasione da quella gabbia dorata che attanaglia in un perenne passato.
Quel 31 Agosto del 1997 fu proprio fuggendo che la principessa incontrò la morte, entrando per sempre nel mito. Omicidio o incidente?
Sandringham House  è un luogo stregato in cui < C' è solo un tempo. Il passato e il presente sono la stessa cosa e il futuro non esiste>.
Parole di un intenso sapore profetico. Diana infatti non avrà mai un futuro.

'Spencer' di Pablo Larrain

Larrain ritrae lo stato d’animo di Lady D, in quei tre giorni passati a Sandringham House per le festività natalizie del 1991, con quel velo di consapevolezza di tutto quello che in futuro accadrà.
La fine della favola della principessa del Galles è tristemente nota a tutti.
In Spencer il regista cileno immagina un continuo ‘stato d’assedio’ intorno alla figura di Diana che sembra sfiorare la follia.
In perenne allerta la donna sfila in un museo delle cere in cui viene spiata, giudicata probabilmente già condannata.
Quella collana di perle donatagli dal marito Carlo, che ne ha regalato un’altra identica a Camilla, stringe come un cappio intorno al collo, pare stia sul punto di strozzarla.
Larrain in questo psycho-horror fa continuamente perdere le coordinate, tinge tutto di ombre, spettri, opprimenti figure, orrorifici  sillogismi.
Lady Diana a Sandringham House sembra perdere il lume della ragione come Jack Torrence all’ Overlook Hotel.

'Spencer' di Pablo Larrain

Nelle stanze, lungo i corridoi i vivi si confondono con i morti.
Appare addirittura una celebre antenata della famiglia Spencer: Anna Bolena che, una volta incastrata, fu fatta decapitare dal marito Enrico VIII per poter sposare Jane Seymour.
Monito di un destino infelice. Una maledizione di famiglia. Diana come Anna?
Tutto il film è una proiezione di uno stato di alterazione mentale della principessa del Galles stanca di fingere una vita perfetta.
Rompere gli schemi. Uscire dalla bolla. Volare via.
La strada adesso è chiara davanti a lei.

mercoledì 26 gennaio 2022

'È STATA LA MANO DI DIO', di Paolo Sorrentino

 

E' STATA LA MANO DI DIO di Paolo Sorrentino


Vedi Napoli e poi vivi
 di Maddalena Marinelli

“A Napoli ognuno vive in una inebriata dimenticanza di sé. Accade lo stesso anche per me. Mi riconosco appena e mi sembra di essere del tutto un altro uomo. Ieri pensavo: O eri folle prima, o lo sei adesso” (J. W.Goethe)
 
L' abbraccio del piano sequenza su Partenope che si adagia sul golfo.
O’ tiempo a Napoli è irregolare, scorre a modo suo e ti confonde.
Passato, presente e futuro restano sospesi in un limbo incantato.
Anzitutto il passato. L’amarcord di Fabietto Schisa, ovvero l’adolescenza romanzata di Paolo Sorrentino nella Napoli degli anni '80 
In Fabietto c'è anche l'innocenza di un giovane Gep Gambardella destinato alla sensibilità e quella timida inquietudine stralunata dell' Elio di Chiamami col tuo nome che incerto ma audace procede nelle sue esplorazioni.
La famiglia, gli amici, l’amore, i riti di passaggio, l’abbandono; cosa ne sarà di me?
Il carrozzone dei parenti/freaks che sembrano degli allegri burloni ma invece sono tristi, rabbiosi. Sull'orlo della disperazione ognuno nasconde il suo dramma personale, ognuno scannerebbe quello che a tavola gli sta seduto accanto.

Filippo Scotti, Teresa Saponangelo, Marlon Joubert, Toni Servillo in 'E' stata la mano di Dio'

I genitori che quando siamo piccoli vediamo irreprensibili ed eterni e che invece non lo sono.
Possono sbagliare e possono andarsene all’improvviso.
Quando avviene perdi una parte di te e acquisisci una parte di loro, un lascito spirituale.
Non sarai mai più un figlio e ti rimarrà addosso uno smarrimento esistenziale.
Fellini ma forse più Troisi, il mito artistico che si manifesta come nume tutelare e un Capuano molto ‘concreto’ che nella mistica Piscina Mirabilis cazzia Fabietto esortandolo a cercare 'il conflitto' e gli ripete il monito: “Non ti disunire!”; ovvero restare fedele a tutto quello che nel bene e nel male ha fatto parte della sua crescita e trarne forza creativa. 
Non sottrarsi al dolore accettando un facile oblio ma accoglierlo ed elaborarlo altrimenti il Fabio/Paolo, futuro regista, non avrà mai nulla di valido da raccontare.
Maradona, il mito calcistico visto come l’arrivo del Messia che finalmente condurrà il popolo napoletano alla gloria, oltre a determinare la sorte del protagonista.
Panacea di tutti i mali. Maradona fa dimenticare agli Schisa e a tutti i napoletani le amarezze da ingoiare ogni giorno. 
La durezza della vita si dissolve magicamente nel sogno collettivo della vittoria di uno scudetto. E' l'illusione del riscatto, l'evasione da un presente deludente, quel filtro dorato per vedere la vita un po' più bella e concedersi una speranza.
“Maradona ha rappresentato per Napoli qualcosa di molto importante: è stato il riscatto, il vanto della città. Quello che ha fatto lui a Napoli lo hanno fatto solo i Borboni e Masaniello.” (Pino Daniele)
La realtà è scadente quindi si fugge nella superstizione, nel sogno erotico, nella magia del cinema, in un' eterna adolescenza, nel fascino dell'illecito, in un bagno, nella fede calcistica.
Il suo futuro Fabietto ancora non riesce a vederlo o non vuole più vederlo, dopo quel terribile  strappo ricevuto dalla vita.

Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Filippo Scotti in 'E' stata la mano di Dio'

Sorrentino ha voglia di evolvere e per questo nuovo inizio decide di condividere il suo vissuto emotivo, la sua visione impossibile, cercando di limitare gli orpelli tecnici ed estetici e di elaborare con più efficacia i suoi cari riferimenti felliniani.
Tutto questo è considerevole e rappresenta un atto importante per se stesso e per la sua carriera.
Ma Pinocchio non ce la fa proprio ad essere un bambino vero. 
Manca di autenticità anche quando si dichiara autentico.
Difficile mettersi a nudo, difficile liberarsi da un cinema disumano e onanistico, sovraccarico di così tanti e inutili simulacri.
Ed è ancora fumo negli occhi color Sorrentino e tutto sembra così speciale e commovente ma è solo l’illusione di un bravo burattinaio che spernacchia sul pubblico tronfio del suo operato sapientemente fasullo.
Nella ricerca formale non vi è alcun male a patto che ci sia un senso, una profondità celata e in Sorrentino questo accade ad intermittenza.
Sicuramente brillanti concetti ben definiti, perfettamente mirati  a colpire attraverso un’ articolata costruzione visiva.
Con pochi tratti metafisici il regista partenopeo è abilissimo nell’inquadrare un soggetto, una comunità, uno stato sociale, un’epoca avvicendando commedia a tragedia.
Le maschere sorrentiniane rappresentano solitudini, fallimenti esistenziali, pulsioni oscure, follie prorompenti.
Manca un senso di compiutezza. Tutto rimane frammentato e molti di questi frammenti sono superflui.
Picchi e discese. 
Film che funzionano a metà, tante scene ‘eccessive’ spacciate per altissime metafore, dialoghi farciti di frasi ad effetto che riecheggiano come vuote profezie.

Filippo Scotti e Ciro Capano in 'E' stata la mano di Dio'

Ostentazione inflazionata del corpo femminile che continua ad essere riproposto ogni volta attraverso un' attrice designata a scene di nudo integrale.
Ma cos’è questo continuo sbavare davanti ad un bel corpo di donna? 
Una citazione a Tinto Brass? Un omaggio alla commedia sexy all'italiana?
Il contrabbandiere Armando si fa lascivamente lavare nella vasca da bagno dalla procace sorella.
Fabietto desidera la zia e ha il suo primo rapporto sessuale con una donna che potrebbe essere la sua bisnonna. 
Un’altra grande metafora? Perché questo ‘famolo strano’ dal sapore incestuoso, questa inutile sordida scena  quando si poteva concepire altro per creare la scossa che farà uscire fuori dalla stasi del dolore il protagonista. 
Pensare sempre alla visione più improbabile per attirare l’attenzione, disorientare lo spettatore  con l’inaspettato nonsense.
In E' stata la mano di Dio si percepisce tutta l’indecisione tra il seguire una comunicazione visiva più vera o far detonare epifanie.
Si opta per una tediosa alternanza che danneggia soprattutto la seconda parte del film.
Sorrentino è più vero e lungimirante da monaciello dispettoso, quando persevera con l’illusione che quando affronta una narrazione reale, poichè finge anche dicendo la verità. 

domenica 28 novembre 2021

'ANNETTE', di Leos Carax

 

ANNETTE di Leos Carax

La roulette russa dello showbiz
di Maddalena Marinelli

“Qualora vogliate cantare, applaudire, piangere ridere o sbadigliare, siete pregati di farlo solo e unicamente nella vostra testa. Quella che viene richiesta è la vostra completa concentrazione, insieme al più assoluto silenzio”. (incipit del regista Leos Carax)

Henry e Ann si amano tantissimo, nonostante siano molto diversi.
Lei è l'apollineo; una celebre cantante lirica bellissima ed eterea che ogni sera 'salva' il suo pubblico.
Lui è il dionisiaco; un apprezzato stand-up comedian aggressivo e irriverente che ogni sera 'distrugge' i suoi spettatori.
L'elefante e la farfalla diventano la coppia più paparazzata del momento mentre le loro carriere artistiche volano sempre più in alto.

Marion Cotillard e Adam Driver in 'Annette' di Leos Carax

Il tutto trionfa in un matrimonio da cui nasce la piccola Annette, una creaturina molto speciale in cui si rifletterà  un amore genitoriale sbranato dal lato narcisistico e manipolatore di Ann ed Henry che finirà per oscurare e travolgere la fragile famigliola tra odio, tradimenti ed invidie.
L'inquietudine di Henry non sarà più così attraente ma diventerà pericolosa, soprattutto dopo il tracollo della sua carriera artistica.
L’infanzia di Annette sarà brutalizzata da una serie di tragici eventi.
La bimba verrà sballottata come un fantoccio da un palcoscenico all’altro da un padre che, una volta persa per sempre la sua popolarità, vuole sfruttare l’eccezionale talento della figlia.

'Annette' di Leos Carax

Carax padre dedica questo suo sesto lungometraggio alla figlia Nastya e con lei inizia il film, facendo intendere la presenza di un significativo riferimento autobiografico legato alla sua storia famigliare e alla moglie Katia Golubeva che si è tolta la vita nel 2011.
Annette non è solo un musical ma un ensemble di generi: dramma, commedia, noir, miscelati con sapienza e ricercatezza estetica.
Si affronta la crisi artistica e umana sfociando negli attualissimi temi delle molestie sessuali e del femminicidio.
Come in Holy Motors si  gioca tra simulazione e realtà svelando gli ingranaggi del mondo dello spettacolo.
Il cinema ansiogeno e futurista di Carax ci travolge in un turbine di immagini ed emozioni.
Un' esperienza visiva in cui ogni singolo fotogramma racchiude un senso. 
La purezza di un cinema sovversivo e destabilizzante che si spoglia di ogni narrazione convenzionale comunicando attraverso corpi, musica, epifanie, allegorie per descrivere lo stato delle cose presenti e darci alcuni scorci su possibili scenari futuri.
Un mattatoio visivo dove esplodono colori, parole, azioni.
L’urlo di Carax diventa in Annette musical irriverente dove sotto la pioggia non si balla ma si ammazza.
Un acquazzone non basta, ci vuole un diluvio universale.
Metacinema che punta il dito sullo star system tritacarne e sulla gogna mediatica.
Meraviglie ed orrori dell'identificazione con la propria arte.  

Marion Cotillard in "Annette' di Leos Carax

Apoteosi dell’amore che può essere soave e poetico ma anche brutale e osceno, mutando nel tempo in pulsione oscura.
Nella malinconica faccetta di Annette dalle grandi orecchie, si scorge il volto iconico e spaurito di un petit Denis Lavant che immancabilmente attraversa tutta l’opera di Carax in carne e ossa o evocazione.
Nella splendida sequenza finale Annette rivolgendosi al padre dirà: "Non hai più nessuno da amare", gettando le sue catene, emancipandosi dai suoi sciagurati genitori, si rivela nella sua compiutezza allo spettatore come portatrice di verità.
Non la vediamo più attraverso lo sguardo di Ann ed Henry.
Adesso libera dal suo simulacro, potrà scoprire se stessa e l’autenticità del mondo lontano dai rifletttori.

sabato 16 ottobre 2021

MAD MOVIES PARADE 5: LA FOLIE A DEUX

 


Duetti folli al cinema
di Maddalena Marinelli

In conflitto con la realtà circostante.
Vittime dello stesso malessere interiore.
Incompresi o privi di comprensione.
La folie à deux. Il malefico duo.
Uniti nella medesima visione del mondo.
Spinti dalla stessa anomalia verso la realizzazione di un folle progetto.
Il dominante e il sottomesso si completano  e si fomentano a vicenda.
La coppia psicopatica agisce per vendetta, per soldi, per compiere astrusi piani o per pura cattiveria.
Possono essere amici, fratelli, amanti, coniugi o due persone sconosciute unite dal fato verso medesimi oscuri intenti.
Manifestano le deformazioni psichiche inflitte sull’uomo dalla società e delineano nuove mitologie contemporanee.
Sono specchio di patologie, paure, desideri, crisi della realtà odierna.

Paul e Peter (Arno Frisch e Frank Giering)  in 'Funny game' (1997) di M. Haneke


Due ragazzi biondi dal candido faccino perfettamente accostato alla loro immacolata divisa bianca da golf.
Con un pretesto bussano alle porte di borghesi benestanti introducendosi, con un certo bon ton, in case dagli interni accoglienti e ben curati.
In realtà dietro queste ‘maschere’, da bravi ragazzi, si celano due giovani psicopatici invitati ad entrare, da ignare famigliole concentrate su come trascorrere le loro vacanze estive tra gite in barca, barbecue, tranquille serate tra amici.
Quando la porta si richiude  Paul e Peter iniziano il loro implacabile ‘funny game’, lento e perverso.
Una volta arrivati al game over si ricomincia con un'altra famiglia.
Nel cinema di Michael Haneke c’è sempre una minaccia, una violenza allo stesso tempo concreta e metaforica, in tutta la sua freddezza e determinazione, insita nell’uomo moderno.
Non siamo mai al sicuro dal male che ritorna indietro come un boomerang.
Una violenza annientatrice apparentemente senza alcun senso, che colpisce ciecamente ma che ha radici molto profonde da ricercare in un passato storico o individuale irrisolto.
Paul e Peter agiscono a favore di telecamera come a rendere complice il pubblico che osserva e partecipa ad una sorta di snuff movie in cui vengono seviziate e fatte fuori intere famiglie.
Critica ai mass media che morbosamente diffondono cruenti fatti di cronaca nera dandoli in pasto ai telespettatori senza alcun filtro, anzi esaltandone  i dettagli più macabri.

Sophie e Jeanne (Isabelle Huppert e Sandrine Bonnaire) in 'La cérémonie' (1995) di C. Chabrol


Una coppia di amiche.
Sophie e Jeanne si trovano, si capiscono, coalizzano perché si riconoscono nella medesima vita di emarginazione, di abusi, di ingiustizie.
Vite da cui non aspettarsi nessun riscatto sociale.
Allora le due donne, sulle orme delle sorelle Papin, per invidia o per vendetta scelgono di sfogare tutta quella rabbia e frustrazione repressa sulla famiglia Lelievre, colpevoli di essere ‘i padroni’, i ricchi borghesi dalla vita facile che con la loro arroganza si permettono quando e come vogliono di rovinare le già labili esistenze dei meno fortunati per un capriccio, per pura perfidia o solo perché hanno il potere di farlo.
Sophie e Jeanne caricano i costosi fucili da caccia del capo famiglia Georges e compiono, senza esitazioni, ‘la mattanza’ nel salotto della villa borghese, come nel 1789 il popolo della Rivoluzione Francese irrompeva nelle lussuose case dei nobili per massacrarli o trascinarli in piazza, sotto la lama della ghigliottina, in nome di ‘Liberté, Égalité, Fraternité’.
Il cinema indagatore di Chabrol s’insinua nel cuore ovattato del nucleo borghese per esplodere, annientare, rivendicare, trovare spazio ad impulsi per troppo tempo sopiti.
Rimanendo sul tema home invasion ma passando al puro e crudo horror del geniale Pascal Laugier, assaporiamo sconcerto e ribrezzo in: la donna del camioncino dei dolci e l’orco.

La donna del camioncino dei dolci e l'orco (Kevin Power e Rob Archer) in 'Ghostland' (2018) di Pascal Laugier 


Evocatori di una macabra e grottesca bellezza, sono davvero una stramba coppia di terrificanti aguzzini, sicuramente con indescrivibili traumi infantili alle spalle lasciati tutti alla nostra immaginazione.
Irrompono nella casa dove si è appena trasferita una madre con le sue due figlie scatenando tutte le più orribili perversioni sulle tre malcapitate.
Non sappiamo e non sapremo molto su questi stravaganti serial killer che rappresentano il male puro, la più contorta delle anomalie.
Degustano la violenza come normale routine, centellinandola e ripetendo i loro sadici rituali giorno dopo giorno sulle loro sfortunate vittime.
Inclassificabili; non hanno storia, non hanno nome, non parlano, non sembrano appartenere alla nostra realtà; carichi di un’ energia malefica ineluttabile come Latherface e la sua parentela di antropofagi sciroccati.
Assolutamente terrificanti, usciti fuori dalla versione claunesca della scatola di Hellraiser o da qualche folle, marcio anfratto di Rob Zombie.

Genesis e Bell (Lorenza Izzo e Ana de Armas) in 'Knock Knock' (2015) di Eli Roth


Evan Webber è un’altra vittima di un’invasione e devastazione domestica davvero bizzarra.
Questa volta sono due minute ragazzine le sadiche aguzzine che si accaniranno sull’ignaro padrone di casa, rimasto solo per il weekend.
Evan verrà prima sedotto e poi bastonato dalle scatenate Genesis e Bel.
Vere e proprie castigatrici. Per loro si tratta di ‘una missione punitiva’, contro i papini perbenisti che nascondono tradimenti e molto altro alle loro famiglie perfette.
Le due giovani psicopatiche, di volta in volta, mirano ad un devoto marito e padre di famiglia che sistematicamente non resiste alle loro avances sessuali per poi, dalle stesse, ricevere un’ esemplare punizione e la conseguente, definitiva rovina di quell’esistenza apparentemente senza macchia.
Eli Roth si allontana dal cruento horror di Hostel o di The Green per dirigere egregiamente questa dark comedy intinta di thriller, dimostrando di essere un autore eterogeneo, capace di destreggiarsi bene in altri generi.

Le sorelle Legnani (Pina Borione e Eugene Walter) in 'La casa dalle finestre che ridono' (1979) di Pupi Avati


Le sorelle Legnani sono una coppia di ‘pazzerelle’ dedite, fin da giovanissima età, a riti incestuosi con il fratello pittore a cui procuravano cadaveri da ritrarre.
Le due malevoli sorelle  sono abili seviziatrici e anche in tarda età continuano, in incognito, a praticare torture e sacrifici umani dedicati alla memoria del fratello morto suicida, i cui resti sono amorevolmente idolatrati e conservati in un apposito stipo.
Due orride streghe. Il più terrificante duo di serial killer in età senile.
Un ritratto meravigliosamente tetro, grottesco ed ostile della soleggiata Bassa Padania trasformata da Pupi Avati, maestro di un terrore arcano, in un desolante scenario di orrori celati.
Un villaggio di dannati in cui tutti condividono e preservano un macabro segreto.
Jerry Lundegaard è un altro finto marito devoto che dietro quella sua apparente mitezza e innocuità progetta il rapimento della moglie per costringere il ricco suocero a pagare un riscatto.

Gaear e Carl (Peter Stormare e Steve Buscemi) in 'Fargo' (1996) di Joel ed Ethan Coen


Jerry ha sempre condotto una vita al margine e adesso vuole elevarsi, pensa che sia arrivata la sua occasione.
L’uomo, incautamente, si affida alla coppia di sicari Gaear e Carl, maldestri ma soprattutto mentalmente instabili e parecchio sanguinari.
Ben presto quello che doveva essere semplicemente un rapimento, grazie alla mancanza di ogni logica, remora o minima organizzazione  da parte dei due balordi, finirà in una lunga scia di sangue dritta verso una cippatrice.
Dal talento registico e narrativo dei fratelli Coen, una tragicommedia dai toni grotteschi diventata ormai un cult.
Fargo è stato un punto di riferimento per molte opere filmiche successive, oltre a definire le basi su cui poggia la caustica poetica dei Coen.
Prediletto, quasi sempre come tema centrale, il tentativo di rivincita sociale di personaggi marginali che conduce ad una serie di funesti, strani eventi.
Lynch lo aveva già sviscerato in Blue Velvet o meglio ancora in Twin Peaks: la violenza, il male che si annida nella tranquilla, monotona cittadina di provincia dove non accade mai nulla, si conoscono tutti e, ovviamente, nessuno è quello che sembra.
L’uomo qualunque catapultato in qualcosa che si rivelerà incontrollabilmente fatale.

Roman e Minnie (Sidney Blackmer e Ruth Gordon) in 'Rosemary's Baby' (1968) di R. Polanski


Passiamo alla vorticosa metropoli, esattamente New York e a tutti i suoi possibili deliri.
Gli amorevoli coniugi Castevet sono una normalissima coppia di anziani borghesi in cerca di un giovane fertile grembo, in cui depositare il seme di Satana per dare origine all’Anticristo.
In questo folle piano cadrà l’ingenua Rosemary, che farà non poca fatica a capire di essere finita nelle grinfie di una congrega satanica i cui adepti sono gli inquilini del suo stabile.
Per il marito di Rosemary non è così grave aver donato un figlio a Satana in cambio del successo professionale e tutti sono euforici per la nascita del diabolico pargoletto,  che farà sprofondare il mondo in un inferno terreno carico di supplizi per noi tutti.
Rosemary si arrabbia un tantino e sbraita con un coltellaccio in mano ma poi, cuore di mamma, accetta quel bimbo così ‘speciale’dagli occhietti diabolicamente vispi.
Polanski realizza un perfetto horror psicologico racchiuso in confortanti interni borghesi.
Il male  non si manifesta attraverso un' esplicita e visibile entità ma subdolamente è insito in un contesto reale.
Nessun mostro, niente sangue, nessuna morte cruenta.
E’ straordinario come nulla di questo ‘orrore’ ci venga mostrato ma solo raccontato o suggerito dal mondo onirico e non per questo fa meno paura.

Fabio ed Elisa (Vittorio Gassman e Catherine Deneuve) in 'Anima persa' (1977) di Dino Risi


Un’affascinante ma alquanto decadente coppia di coniugi incastonata all’interno di un’antica dimora veneziana.
Quando il passare del tempo logora il sogno di un amore idealizzato si cerca una soluzione, una via di fuga non sempre comprensibile o da potersi ritenere sensata.
Circondati da silenzio e solitudine Fabio ed Elisa, per poter continuare la farsa del perfetto matrimonio borghese,  si sono allontanati dal mondo per isolarsi in un loro altrove, in cui si può manifestare liberamente il doppio.
Nelle stanze, senza tempo, della loro vetusta magione Fabio diventa il lascivo professore ed Elisa è la piccola Beba.
Un gioco illecito che lentamente sta trascinando entrambi verso un punto di non ritorno. Un segreto sempre più scomodo che attraverso la figura del nipote Tino si dovrà scontrare con un brusco risveglio alla realtà e all’impossibilità di continuare tale delirio.
Sullo sfondo di una Venezia tetra e misterica, un inedito Risi esplora la zona d’ombra, il baratro della follia nascosto all'interno di un apparato borghese.

Mickey e Mallory (Woody Harrelson e Juliette Lewis) in 'Natural born killers' (1994) di O. Stone


Figli di un’America maledetta, segnati e perduti in un abisso di abusi e disfatte Mickey e Mallory sono destinati ad essere assassini nati, uniti nel sangue, selvaggi giustizieri da aggiungere a quello zoo televisivo già gremito di ‘fenomeni’ da esibire ad un pubblico ingordo di atti cruenti, in un rapporto perverso tra violenza e mezzi di comunicazione.
Sono una versione potenziata di Bonnie e Clyde. 
Implacabili. 
Uccidono per il piacere di farlo. 
Angeli della morte affascinanti e nefasti per tutti coloro che incroceranno la loro strada. 
Simbolo e conseguenza di quel degrado morale che cresce ai margini del benessere economico made in USA.
Dai rimasugli di un american dream infranto Mickey e Mallory vogliono trascinare tutto e tutti nel loro caos di rabbia, rancore e odio. 

Claude e Marie (Léa Seydoux e Sara Forestier) in ' Roubaix, une lumière' (2019) di A. Desplechin
 

Roubaix, terra di nessuno, una delle città più povere della Francia con un altissimo tasso di disoccupazione e di criminalità
Assassine per caso o per noia Claude e Marie sono due ragazze interrotte, prive di empatia.
Due tossicodipendenti che una notte progettano di entrare nella casa della loro anziana vicina per derubarla di poche cose senza valore.
Senza un motivo preciso decidono di strangolare la donna perché nel quadro delle loro squallide e brutali esistenze probabilmente è un gesto a cui non dare troppa importanza.
Nella terra lacerata di una città lasciata alla deriva, la devastazione morale avanza.
Roubaix sembra una landa postapocalittica  in cui dei disperati provano a sopravvivere come possono, perdendo la cognizione del bene e del male.
Claude e Marie sono una coppia di sbandate che si dividono un tugurio e una dose.
Non hanno nulla da perdere. Si uniscono nel male diventando, allo stesso tempo, vittime e carnefici.

"Tante cose si fanno per il bene degli altri che diventano il male degli altri e il proprio."
(Leonardo Sciascia)

domenica 15 agosto 2021

LA FINE DEL MONDO #12: ‘THE TREE OF LIFE’, di Terrence Malick

 

THE TREE OF LIFE (2011) di Terrence Malick

Anatomia della vita tra inizio, fine e oltre.

di Maddalena Marinelli
 
Razionale e inafferrabile. 
L’albero simboleggia una contrapposizione di forze rivali, l’attaccamento alla terra e l’elevazione verso il cielo. 
Cammino di discesa e cammino di risalita; “la scala di Giacobbe” dove c’è il continuo passaggio degli angeli, sale e scende anche la consapevolezza degli esseri umani. 
Lungo l’albero si elevano i pensieri e le preghiere di coloro che cercano 'L’Essere supremo'. 
E’ a questo che più assomiglia The Tree of life,  a una lunga preghiera, un dialogo con un Dio muto che risponde solo attraverso le immagini, tramite l’impassibile flusso della continua rigenerazione dove le nostre drammaturgie umane si susseguono senza risposte, senza un senso. 
Creature che sono  alla ricerca di un contatto con l’imprevedibile 'creatore' che come può dare può togliere. 
Oppure una (im)possibile visione di quello che percepiremo dopo la morte tra ricordi della nostra vita, trasmigrazioni della materia, affetti ritrovati, luoghi dove 'il significato' ci sarà forse chiarito.

'The Tree of life' di Terrence Malick

Malick genera uno tsunami emotivo d’ immagine e suono inseguendo l’avventura della vita tramite una densità di segni e suggestioni, partendo dal microcosmo di una famiglia della provincia americana degli anni '50 per riverberare nel macrocosmo, riattraversando la genesi dell’uomo.
Un viaggio dell’eternauta. 
A differenza dei  suoi precedenti film in cui (r)esiste pur sempre una vicenda/parabola ben precisa, narrata dall’immancabile voce fuori campo che ricorda l’antico rito del condividere e tramandare, in The tree of life la trama viene continuamente, volutamente cancellata diventando un flusso di frammenti ciclici tra passato, futuro e vita ultraterrena. Sembra il frammento/trailer infinito di una vicenda che ogni volta riparte in loop con qualche variazione aggiunta.
Nel suo ossessivo ripetersi si espande ogni volta un po’ di più in un montaggio ipertrofico gestito da ben cinque montatori. 
Nello scandagliare l’interno si cerca ciò che fa pulsare l’esterno. 
E’ come se un vento atomico avesse risucchiato tutte le parole. 
L’inquadratura rimane quasi sempre ad altezza bambino, scrutando gli adulti dal basso verso l’alto o facendone vedere solo dei dettagli, come quando i piccoli intimoriti cercano di sfuggire dallo sguardo accusatore dei grandi. 
Poi l’occhio si apre improvvisamente sull’infinito eremitaggio nello spazio dell’anima, in un susseguirsi di epifanie organiche, in un viaggio fantastico fino all’origine della vita. Un nucleo oscuro che si apre alla moltitudine e alla mutazione del colore e della forma grazie agli effetti speciali di Douglas Trumbull, lo stesso di 2001: Odissea nello spazio, Emmanuel Lubezki alla fotografia, Alexandre Desplat alle musiche; la triade tecnica che ha permesso il connubio dialettico tra immagine e suono.
Brad Pitt e Jessica Chastain in 'The Tree of life' 

I personaggi (padre, madre, figli) diventano i container che sigillano forze contrapposte tra innocenza, durezza, odio, amore, rabbia, perdono che si alternano nel percorso di crescita di Jack: “Papa’, mamma, voi due siete in lotta dentro di me e lo sarete sempre”. In Jack è possibile cogliere l’attimo preciso in cui inizia a germogliare il male sul tenero terreno dell’innocenza infantile che se troppe volte offeso, trascurato, incompreso, violato inizia a formare quella catena di disamore alla base di malesseri, disumanizzazioni o gesti distruttivi futuri.

Sean Penn in 'The Tree of life'

Ancora una volta Malick enuncia la sua critica nei confronti dell’ipocrisia del sogno americano, che di fatto si trasforma in incubo, in una grande frottola.  
Dietro la bianca facciata della  famiglia felice, dell’ostentato moralismo, del benessere economico, dell’accoglienza si insinua l' odio, lo sfruttamento, l' individualismo, la smania di supremazia. 
Non a caso, nel film, questo stato di decadenza e smarrimento interiore, esteticamente, prende le sembianze di due forze dello star system come Brad Pitt e Sean Penn per infrangere l’idea di icone americane rassicuranti. 
In un’atmosfera desolata e raggelata, alienamente, i due attori attraversano i luoghi simbolo dell’ America dai grandi spazi aperti, alla casetta col portico, agli interni ipermoderni dei grattacieli. 
Costruzioni di una finta vita. 
Il padre ha consumato la sua esistenza intrappolato in falsi miti; al figlio è ancora concessa la possibilità di comprendere se stesso e trovare la sua strada.
Strani quei film attesi da tempo di registi che decidono di rimanere nell’ombra anche quando vincono la Palma d’oro a Cannes. 
Forse una buona strategia per farsi notare di più e alimentare il mito, forse semplicemente la voglia di fare il proprio lavoro rimanendo fuori dall’esposizione mediatica. 
Queste opere sono sempre oggetti misteriosi e preziosi che lasciano lunghe scie di fascinazioni profetiche.
Il cinema ultimamente si affanna  a raccontare un po’ troppo, è ipernarrativo, ipersceneggiato, iperspiegato sempre alla famelica ricerca di storie.
Terrence Malick un cineasta che vive senza dubbio in un'altra dimensione, che non è la nostra, ci consegna un’opera aperta in cui c’è ancora quello spazio necessario per lasciare il respiro alle nostre riflessioni contro la pratica, molto frequente, di quelle veloci consumazioni di amplessi cinematografici.

'The Tree of life' di T. Malick

Può il cinema ancora generare meraviglia? 
Di quel tipo che soddisfa la fame interiore, provocare un moto rivoluzionario, scuotere, innescare dentro di noi ordigni apocalittici per risvegliarci dai torpori della strategia dell’intrattenimento.
Cercare in ogni frame l’immagine assoluta come Kubrick, Bergman, Hitchcock, Visconti, Scorsese, Eastwood, 
Malick  può sembrare pretenzioso scivolando su un certo compiacimento estetico ma è (in)sana superbia d’artista.