domenica 3 gennaio 2016

LA FINE DEL MONDO #4: "The Lobster", di Yorgos Lanthimos


'The Lobster' (2015) di Yorgos Lanthimos


Follie dell'inumano
di Maddalena Marinelli

Un mondo orripilante ridotto all’impossibilità di provare autentiche emozioni.
Egoismo, annichilimento, omologazione, intolleranza. Homo homini lupus.
Questo è il regno apocalittico di un futuro possibile in cui una società coercitiva non accetta i single imponendo come ideale la vita di coppia.
"La solitudine fa maturare l’originalità, la bellezza strana e inquietante, la poesia. Ma genera anche il contrario, lo sproporzionato, l’assurdo e l’illecito."
(Thomas Mann, La morte a Venezia, 1912)
Chi non trova l’anima gemella, malauguratamente rimane vedovo o divorzia senza riaccoppiarsi è considerato un fuorilegge e viene trasformato in un animale a sua scelta.
Nemmeno fuggendo e unendosi al gruppo dei 'solitari' nei boschi si è liberi perché viene imposto di rimanere single altrimenti si va incontro a mutilazioni fisiche.
Inevitabilmente tutte le fughe del protagonista finiscono in un vicolo cieco.
La sopravvivenza poggia sulla menzogna. Aberrazioni che generano altre aberrazioni. Alla fine anche lo stesso innamoramento si basa su leggi distorte, su dinamiche estranee ai sentimenti. Può iniziare per futili affinità e può finire per la scoperta di altrettante  insignificanti diversità.
L’uomo ha perso ogni spontaneità, ogni impulso emotivo, ogni morale.
L'omicidio, la tortura, la sopraffazione sono pratiche consuete.
Lanthimos, ancora una volta, ci mette di fronte ad un crudele scenario di reclusione distillando e ricomponendo dal peggio dell’umanità.
Un cinema tragico e bestiale condannato a non essere amato ma ammirato attentamente come trattato socio-antropologico dei nostri tempi.
Quando l’amore viene cancellato cosa può accadere alla nostra vita? Estirpare l’anima ci renderebbe esseri migliori?


'Fahrenheit 451' (1966) di Francois Truffaut

Eliminare lo stimolo di provare passioni è come svuotare il nostro corpo, morire senza essere morti.Togliere l'essenza dell'umanità.
In Fahrenheit 451 per sottomettere e controllare la massa si vieta la lettura dei libri.
L’espressione artistica implica un coinvolgimento emotivo e critico ovvero nutrimento, crescita della propria personalità. Un nemico per ogni totalitarismo.


'Equilibrium' (2002) di Kurt Wimmer

“Sradicare la vera fonte della crudeltà dell'uomo nei confronti dell'uomo stesso ovvero la sua capacità di provare emozioni” a questa conclusione è arrivata la società umana in Equilibrium in cui, per non provare sentimenti, la popolazione è costretta ad assumere la droga Prozium. Naturalmente, anche in questo caso, è vietato leggere libri o ascoltare musica.
Per non parlare di un futuro in cui si attua la supremazia di esseri artificiali. 
Robot che dominano il nostro mondo usando gli umani come fonte di energia per sopravvivere.
La creatura che vuole emanciparsi dal creatore fino a prenderne il posto alzando la soglia di crudeltà all'inverosimile.


'Matrix' (1999) di Lana e Andy Wachowski

Così in Matrix l’uomo è spremuto come una batteria mentre il suo cervello viene ingannato da una neuro-simulazione interattiva sviluppata dalle macchine per poter tenere sotto controllo gli umani:  “..un mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità”.
Anche gli alieni vogliono, ad ogni costo, privarci della nostra sfera emotiva.


'L'invasione degli ultracorpi' (1956) di Don Siegel
In L’invasione degli ultracorpi creature extraterrestri si replicano all'interno di enormi baccelli che crescono fino a creare copie di esseri umani privi di sentimenti con lo scopo di eliminare gli originali.


'Il villaggio dei dannati' (1960) di Wolf  Rilla

Progenie aliena penetrata in grembi di donne terrestri che daranno vita a bambini/soldati impassibili ad ogni emozione in Il villaggio dei dannati.


'The Host' (2013) di Andrew Niccol 

In The Host la Terra è stata colonizzata dalle “Anime”, una razza extraterrestre che ha sfrattato gli umani dai loro corpi tramutandoli in dimore per viandanti interplanetari. Le Anime hanno trasformato il pianeta in un mondo sicuro e pacifico ma eliminando la razza terrestre con tutte le sue imperfezioni.
Gli uomini diventano più pericolosi quando sono dominati dalle passioni oppure quando ne vengono privati?
Nel finale di Lobster la scelta di seguire il cuore, o quello che ne resta, relegherà David a vivere per sempre nel buio anche se ritrovarsi in un mondo senza libertà, in cui la violenza diventa un atto assolutamente normale, è già come essere caduti in un buco nero.
David non è un eroe, non lotta per amore, non è portatore di cambiamenti, è solo un pezzetto cinerio di uno squallido ingranaggio. Prova ad andare avanti, cerca di non essere eliminato da un gioco di società in cui non si può arrivare a vincere, salvarsi o essere felici. Nella visione di Lanthimos o si soccombe o si passa ad un livello successivo, ancora più infernale, di questo degrado umano.

“Il conformismo è il carceriere della libertà e il nemico dello sviluppo.”
(John Fitzgerald Kennedy, Messaggio all'ONU, 1961)


sabato 22 agosto 2015

L'universo: nell'urlo di una nevrosi infinita






Delirio dal profondo spazio
di Maddalena Marinelli

“Forse che la terra sa cosa accade in quelle stelle lassù, gettate come granelli di fuoco attraverso lo spazio, così lontane che scorgiamo soltanto la luce di alcune, mentre l'innumerevole schiera delle altre é perduta nell'infinito, così vicine da formare forse un tutto, come le molecole di un corpo? Ebbene, anche l'uomo non sa ciò che accade in un altro uomo. Siamo lontani l'uno dall'altro più di quegli astri, e soprattutto siamo isolati perché il pensiero é insondabile.”
(Guy de Maupassant, Solitudine, 1884)

L’uomo e la sfida con l’infinito. L’esplorazione più estrema. L’ignoto.
L’insondabile che risucchia ogni certezze ed apre la porta a dimensioni sconosciute. Una potenza mistica accogliente in cui cullarsi.
Un’entità annientatrice di fronte a cui l’uomo prende coscienza del suo limite.
Una discesa nel buio siderale e nell’oscurità della mente.
Il confronto con l’immensità dello spazio è l’inevitabile confronto con se stessi, con le proprie paure. La possibilità della scoperta di fenomeni sovrannaturali o entità aliene fuori da ogni nostro controllo.
Ed ecco che il luogo più inesplorato, il nemico più oscuro e pericoloso si rivelerà in realtà la mente umana capace di aprire imprevedibili scenari.
Partiamo da due film attuali che hanno affrontato in modo nuovo ed appassionante queste tematiche rilanciando il genere fantascientifico che negli ultimi anni sembrava abbastanza assopito.
Gravity e Interstellar , richiamando 2001: Odissea nello spazio, ricollocano al centro ‘la scoperta di se stessi’, il viaggio cosmico  come trasvolata verso l’anima dell’essere umano.


"Interstellar" (2014)  di Christopher Nolan

In entrambi c’è l’estrema lotta per la sopravvivenza, l’impossibile confronto con l’infinito, la paura che fa compiere atti sleali.
Una fantascienza senza alieni che porta al limite le risorse umane.
L’uomo è solo, alla ricerca di un nuovo mondo da colonizzare o nel tentativo di ritornare a casa sulla Terra.
Sono escluse tutte le implicazioni paranormali.


'Gravity' (2013) di Alfonso Cuaron

L’uomo che riscopre le proprie capacità, la sua forza emotiva, la possibilità di risalita da una crisi, la salvezza da un apocalisse.
Passiamo a film sempre ambientati nello spazio che hanno trattato più direttamente stati di alienazione.
Perdere il controllo, non distinguere più cos’è reale da quello che non lo è, non riuscire a mantenere i confini tra il bene e il male, smarrirsi in un oscuro altrove. 
Sclerare nel profondo spazio nell’urlo di un orrore infinito.


'Solaris' (1972) di Andrej Tarkovskij

Non avvicinatevi a Solaris, altrimenti perderete la ragione.
Durante il sonno, rubando dai ricordi più intimi dei terrestri, il misterioso oceano pensante che circonda il pianeta genera delle ossessioni fatte carne che perseguitano gli umani fino a farli uscire fuori di testa. Crudeli miracoli.
Gli ospiti, persone morte che appartengono al passato, ritornano a vivere ma non sono veri esseri umani ma solo dei duplicati.
“Perchè andiamo a frugare l’universo quando non sappiamo niente di noi stessi?”
Kris Kelvin resterà esiliato nella dimensione del ricordo, nella casa della sua infanzia riprodotta fedelmente su un’isola nell’immenso oceano di Solaris.
Destino non troppo differente da quello di David Bowman in 2001 Odissea nello spazio, condannato a vivere in solitudine nella celebre stanza che compare nel finale o come Cooper in Interstellar finito nel tesseratto. 
Cosa sono e dove sono questi luoghi? Sono creati dagli stessi uomini o da esseri superiori?
Nello spazio cerchiamo il futuro ma vi ritroviamo ossessivamente il passato.
Tarkovskij immerge lo spettatore in un malinconico/filosofico confronto con noi stessi, con le nostre origini, con l’elevazione spirituale, l’arroganza della scienza che conduce all’annientamento.


'Punto di non ritorno' (1997) di Paul W. S. Anderson

L’astronave Event Horizon, svanita nel nulla da sette anni, è misteriosamente ricomparsa nell'orbita del pianeta Nettuno. Oscure forze si sono impossessate della nave spaziale entrate attraverso il suo micro buco nero generato artificialmente  che permette di creare un wormhole. Questo cunicolo spazio-temporale  l’ha condotta ad  una dimensione metafisica  di puro caos e di puro male.
Salvatevi dall’inferno. Un inferno colmo di terrificanti supplizi molto simili a quelli di Hellraiser. L’equipaggio perderà il senno in  preda ad allucinazioni. 
Ognuno comincerà a vedere i propri demoni e le proprie colpe materializzarsi.
L’astronave è come se avesse preso una coscienza perversa nel giocare con tutte le paure e i segreti degli umani a bordo. Dove è stata? Cosa si è trascinata dietro?


'Pandorum - L'universo parallelo' (2009) di Christian Alvart

Il pianeta Terra diventa inospitale, ormai sull’orlo del collasso. Si parte alla ricerca di una nuova casa ma i lunghi viaggi spaziali possono portare a turbe ossessive, ad un delirio chiamato pandorum.
In preda alla disperazione, un membro dell’equipaggio dell’astronave Elysium, dopo aver ricevuto un messaggio dalla Terra che annunciava la fine del pianeta per cause sconosciute, ha rinchiuso gli occupanti della nave nelle stive costringendoli ad una regressione bestiale. Una mutazione che li ha trasformati in orrendi predatori assetati di sangue che si aggirano in cerca di prede umane nell’immensa e labirintica struttura dell’ Elysium.


'Sfera' (1998) di Barry Levinson

Sul fondo degli abissi giace una misteriosa astronave dalla sconosciuta provenienza. 
Al suo interno c’è una sfera capace di condizionare la mente di chi vi entra in contatto. Materializza le paure dell’inconscio rendendole reali.
L’esplorazione dello spazio diventa sempre l’incontro con il proprio inconscio.
Pensiamo che nell’Universo sia nascosto qualcosa di nuovo e misterioso, forme di vita aliene, che tutto sia completamente diverso dalla nostra vita sulla Terra.


'Doppia immagine nello spazio' (1969) di Robert Parrish

In Doppia immagine nello spazio il viaggio verso un nuovo pianeta approda in un luogo speculare al nostro mondo. Un 'oltre' lo specchio dove tutto è identico ma inverso. Follia o realtà? Un classico della fantascienza di fine anni sessanta ma anche una tematica incredibilmente attuale se pensiamo a Kepler-186f , il pianeta gemello della Terra scoperto dalla Nasa.
Il doppio ormai non è più solo un’astrazione letteraria, una patologia psichiatrica. Potrebbe diventare una concretezza scientifica attraverso la clonazione.
Nessuna allucinazione, nessuna voce interiore, nessuna proiezione dell’inconscio.
Ritrovarsi davanti ad un essere identico a noi fatto di carne ed ossa.


'Moon' (2009) di Duncan Jones

E’ quello che accade a Sam Bell, un astronauta impegnato a supervisionare l’estrazione del prezioso gas helium3 sulla Luna. 
A causa di un banale imprevisto l’uomo si ritrova faccia a faccia con il suo rimpiazzo gemello. Scopre di essere lui stesso un altro clone.
Nient’altro che duplicati a scadenza triennale che la ditta Lunar Industries utilizza per supervisionare il funzionamento degli estrattori automatici.
Ogni tre anni un clone di Sam pensa di aver terminato il contratto e di tornare sulla Terra dalla sua famiglia, in realtà viene ogni volta eliminato proprio dentro quella stessa capsula/bara che avrebbe dovuto riportarlo a casa.
Quando un essere è davvero umano? Quali sono i limiti etici della manipolazione genetica?
I ricordi, le emozioni del Sam originale, anche se si tratta di innesti, affondano in radici molto profonde, così forti che i due cloni, diventati amici, decideranno di ribellarsi al loro destino.


'Le orme" (1975) di Luigi Bazzoni

Ed è ancora la luna, come emblema dello ‘squilibrio’, l’immagine ricorrente  nel thriller psicologico, di stampo polanskiano,  Le orme che non si ambienta nello spazio ma lo richiama negli incubi e nelle allucinazioni della protagonista come luogo metaforico dell’abbandono, della solitudine, del turbamento, dell’ isolamento forzato.
Un uomo lasciato sulla Luna come cavia per un esperimento scientifico, questo è l’incubo ricorrente di Alice Campos, forse reminiscenze di un vecchio film visto da bambina.
La donna ha dei vuoti di memoria che prova a riempire seguendo labili e confuse tracce che la conducono nella criptica Garma. In questa città la conoscono con il nome di Nicole.
Alice è vittima di una cospirazione o dei deliri della sua mente?
Il vero infinito si nasconde nel viaggio all’interno della psiche umana.
“La più antica e potente emozione umana è la paura, e la paura più antica e potente è la paura dell'ignoto.”
(Howard Phillips Lovecraft, L'orrore soprannaturale in letteratura, 1927)

L’ignoto siamo noi.

sabato 28 febbraio 2015

BIRDMAN, di Alejandro Gonzàlez Iñàrritu


BIRDMAN

Vacuità del successo
di Maddalena Marinelli

La scatola magica si apre mostrando i suoi ingranaggi nascosti e malconci.
Un’ansiogena macchina da presa si fa strada tra ballatoi, sipari, stretti cunicoli, vecchi camerini dismessi in cui echeggiano le discordie di un gruppo di attori aggrappati ad uno spettacolo che sta per debuttare a Broadway.
Tutti i nodi vengono al pettine e l’intricato 'retro-scena' diventa sempre più cupo e alienante, specchio di ogni tumulto interiore.  
Nell’epicentro dell’imminente disastro c’è Riggan Thompson un attore in piena crisi esistenziale. In passato era diventato famoso grazie al ruolo di un supereroe da block-buster e adesso vuole dimostrare a pubblico e critica che dietro la maschera di Birdman c’è dell’autentico talento.
Ha investito tutto in un progetto teatrale. Siamo a pochi giorni dal debutto e qualsiasi cosa va storta.  
La tensione è pronta ad esplodere. Dentro Riggan c’è un turbine in agguato.
Picchi e discese. L'ago della bilancia oscilla tra trionfo e fallimento. Intorno è tutto un susseguirsi di franate emotive: una disastrosa situazione economica, una figlia rancorosa ex tossicodipendente, un collega attore che si aggira tipo mina vagante, la più importante critica teatrale del New York Times che vuole stroncargli lo spettacolo ma soprattutto una cavernosa voce dal profondo del suo inconscio che sta per prendere il dominio.
E’ lui, è Birdman che non vuole essere eclissato; l’uomo uccello è pronto a liberarsi. L’ego della celebrità, sottoforma dell’eroe alato, irrompe con surreali scenari.
Riggan vola sopra Manhattan lanciando palle di fuoco dalle dita ma lo spettacolo non può andare in pezzi perchè è l’ultimo baluardo, la salvezza da quello stato di pochezza artistica a cui sembra essere condannato. The Show Must Go On....
Una reazione a catena. Tutto precipita e tutto risale mentre  lo spettatore è trascinato in un incessante flusso emotivo veicolato in un continuo piano-sequenza con inavvertibili stacchi.

Michael Keaton e Edward Norton in "Birdman"

Un gioco di specchi e scatole cinesi.
Birdman è il fantasma di Riggan, così come Batman lo è stato di Keaton?
Metateatro, metacinema, satira di Hollywood, condanna allo star-sistem: “Non importa se si parla bene o male, l’importante è che se ne parli”. 
Essere celebri non vuol dire essere bravi attori. La celebrità oggi arriva tramite una foto o un video di una bizzarria che si diffonde in rete. Il successo è una condizione instabile, può svanire con la stessa velocità con cui arriva.
In Birdman ritorna l’ancestrale tematica della brama di affermazione, la tragedia dell’artista, l’insopportabile minaccia del fallimento  tanto sviscerata da Cechov in Il gabbiano, nel cinema di Bergman, La sera della prima di Cassavetes o come dimenticare la commedia Nel bel mezzo di un gelido inverno di  Kenneth Branagh che riprende la stessa sovrapposizione tra finzione scenica e realtà con protagonista un attore in crisi artistica che cerca di ritrovare se stesso portando in scena l’Amleto.
L'artista narciso che annega tra verità e simulazione non riconoscendosi  nell'immagine artefatta che ha offerto al pubblico.
Birdman è un inno, un volo estremo spinto a ritrovare una verità, un senso, una passione autentica. In questo vorticoso valzer emotivo arriva anche  una bella legnata rivolta verso tutta quella critica vacua fatta di cliché e pregiudizi ma in particolar modo, sempre ritornano, le fragilità dell’attore che riportano alle recenti drammatiche scomparse di Philip Seymour Hoffman e Robin Williams.
Come in tutti i film di Inàrritu c’è un’ inevitabile concatenazione tra bene e male.

Distruzioni e rinascite. Il sorprendente flusso della vita che va ben oltre ogni nostra previsione. Una caduta può tramutarsi in un' ascesa.


sabato 17 gennaio 2015

HUNGRY HEARTS, di Saverio Costanzo


                                                MAD NEWS

L'ossessione della purezza
di Maddalena Marinelli

Pensare che doveva essere una storia d’amore.
Il primo incontro avviene nel bagno di un ristorante cinese in cui Jude e Mina rimangono intrappolati. Inizia così un rapporto che porta tempestivamente ad un matrimonio quando lei rimane incinta.
In una New York che sembra malinconica e desolante come un paese dell’Europa dell’Est si muovono le figure spaurite di questi due ragazzi che pur avendo raggiunto l’età adulta sembrano ancora due sperduti e innocenti  adolescenti in cerca di se stessi in balia di un mondo ostile.
L'amore si trasformerà presto in qualcos'altro e per loro sarà come  incamminarsi verso l'ingresso di un tunnel che li condurrà in un abisso sempre più nero.
Lei nel periodo della gravidanza inizia a cambiare, cominciano ossessioni e manie di onnipotenza da infallibile istinto materno che si considera superiore ad ogni medico nel giudicare i bisogni del suo bambino ‘speciale’.
Lui da ragazzino innamorato esegue cecamente gli inflessibili ordini della sua donna fino a capire l’effettivo rischio. 
I pericoli delle ideologie. Bisogna preservare la purezza del nascituro perché si tratta, secondo la madre, di un bambino indaco destinato a grandi cose.
Le fisime di Mina aumentano giorno dopo giorno in un crescendo di follia.
La convinzione di agire per il meglio porta la giovane donna alla distruzione di quello che ama. La visione domestica diventa sempre più claustrofobica. 
Mina trasforma il piccolo appartamento in una prigione in cui difendere il bimbo da ogni infezione esterna. Si respira un clima apocalittico, come se fuori ci fosse un terribile male distruttivo. Rimane soltanto quel triangolo di corpi attanagliato su se stesso.
Al centro l’ insostenibile immagine dell’indifesa creatura continuamente in pericolo tra una madre che lo ama ma allo stesso tempo lo sta facendo morire di fame e un padre disperato che vuole salvarlo rendendosi conto troppo tardi dei gravi problemi psichici di cui soffre la moglie.

Alba Rohrwacher in Hungry Hearts di Saverio Costanzo


Il dramma di una donna in conflitto con l’improvvisa condizione di moglie e madre. Mina, attraverso la storia del bambino indaco, crea un originale meccanismo di difesa a tutte le sue paure. Allo stesso tempo dispensa amore e rifiuto per suo figlio e la nuova famiglia che ha formato.
C’è un enorme cerchio di solitudine che circonda Jude e Mina.
Una volta che si riconosce il problema nessuno riesce ad intervenire correttamente per supportare la giovane coppia. In una città ipertecnologica con milioni di persone in circolo continuo e organizzata con servizi per ogni esigenza non c’è nessuno in grado di aiutarli.
Non servirà a molto l’intervento dei servizi sociali o della polizia. Solo un muro di disumanità burocratica. Non esistono amici, nessuna rete sociale solo una nonna che prenderà una tremenda decisione.
Dopo un inizio ostile davvero poco brillante nonchè troppo sbrigativo, che non riesce a calare lo spettatore nella vicenda o ad entrare in contatto con i personaggi, Hungry Hearts ad un certo punto vive, stupisce acquistando consistenza tecnica ed emotiva pur giocando con pochi e ripetitivi elementi.
Il film riesce a mantenere alto, quasi costantemente, un senso di profonda inquietudine.
L’inquadratura è morbosamente chiusa sui personaggi non lasciando altro respiro.
Lo spazio si serra e si distorce sempre di più sulla sorte del bambino e sull’imprevedibile alienazione di Mina.
Scarnissimi i dialoghi. Credibili ma non eccezionali le interpretazioni di Alba Rohrwacher  e Adam Driver anche perché la regia dittatrice  di Saverio Costanzo non è in dialogo con l’attore, non vuole affatto dare spazio o spessore alla personalità attoriale . Inoltre anche l’impianto visivo, così primario e dettagliato, a tratti svanisce.
Addirittura, in ulteriore sottrazione, nelle numerose interruzioni delle immagini in cui le azioni dissolvono a schermo nero le scene proseguono, si compiono altrove.
Un film di 'devastazione' in tutti i sensi anche se nell'ultimo frame si respira libertà e speranza per l'avvenire.


lunedì 15 dicembre 2014

MAD MOVIES PARADE 3 (INEDITI)




Dieci film ‘inediti’ sullo squilibrio mentale
di Maddalena Marinelli


Avevamo già sentito parlare di vendere l’anima al diavolo ma qui si tratta di farsela estrarre, congelare o addirittura sostituire.
Paul Giamatti, nei panni di se stesso, deve interpretare zio Vanya ma paure e tormenti lo bloccano così si affida ad una strana agenzia specializzata nell’asportare e conservare le anime offrendo alle persone una vita più sopportabile, senza dolori e preoccupazioni.
Ogni anima sradicata dal corpo assume una fattezza specifica.
Quella di Giamatti ha la sconfortante forma di un minuscolo cecio che finirà disperso in un traffico di anime dall’ America alla Russia.
Un' illuminata interpretazione di Giamatti in un film fatto a sua misura.
Una gradevole commedia surreale che si allinea alle stesse riflessioni di altre brillanti opere filmiche come Being John Malkovich o Eternal Sunshine of the Spotless Mind.
Il voler cambiare se stessi o eliminare magicamente ogni dolore crea soltanto una mostruosa alienazione.

Folgorante, psichedelico, scalcagnato, trapanante manifesto del cinema ferrariano.
Tra horror, denuncia sociale e compulsiva follia registica Driller Killer racchiude in sé tutto il mondo bituminoso di Abel Ferrara e le molteplici lucubrazioni sul marciume sociale che circonda le nostre esistenze.
Uno sfogo omicida, un artista che si trasforma in un serial killer metropolitano prediligendo come arma un trapano con cui sterminare i senzatetto della città.
Una folle danza macabra rockettara. Film maledetto e censurato, non approdato mai nelle sale cinematografiche italiane.
Va ricordato che esiste un dvd edito da RaroVideo uscito nel 2006.

Simon è un ragazzo timido e remissivo. Si muove mestamente in un mondo, dai paradossi e grigiori kafkiani, come se fosse invisibile a tutti.
A sconvolgere la sua grama esistenza arriva James, il gemello diverso.
James è un sosia caratterialmente opposto a Simon.
Irrompe con la sua spavalderia ottenendo tutto quello che vuole.
Giorno dopo giorno cercherà di cancellare Simon prendendo il suo posto.
Ma esiste davvero o si tratta di una proiezione della psiche?
La materializzazione del doppio, vendicatore di ogni sopruso.
Ispirato all'omonimo romanzo di Fëdor Dostoevskij, The double richiama, in qualche modo, le atmosfere rarefatte e nichiliste di Eraserhead nonché lo spirito orwelliano rimanendo troppo chiuso nella forma e poco sviluppato nel contenuto.  
Un mondo diventato glaciale in cui l’uomo svanisce da un oppressivo sistema che spartanamente annienta i più deboli.

Young-goon crede di essere un cyborg e rifiuta il cibo per paura di rompersi mentre Park Il-sun ha paura di svanire dal mondo. Entrambi sono ricoverati in un ospedale psichiatrico che diventa il surreale scenario della loro storia d’amore.
Pop-romantico, ludico e onirico I’m a cyborg, but that’s ok è sul pianeta opposto del conosciutissimo Old Boy che ha reso tanto celebre Park Chan-wook in occidente.
Il regista ci porta all’interno della realtà distorta dei pazienti della clinica attraverso un impianto visivo rigorosamente studiato ma soffice e spumoso.
Un bel carico d’inventiva che non delude, l’altra faccia di un cineasta tra i più interessanti in circolazione.  

La psichiatra Jane Morton è chiamata a curare Dorothy, una giovane babysitter che ha tentato di strangolare un neonato. Scoprirà che la ragazza è affetta dal disturbo della personalità multipla.
Ad alimentare le turbe psichiche o demoniache di Dorothy sono i membri del villaggio in cui è cresciuta per mantenere un contatto con i propri figli morti in un misterioso incidente.
Tra thriller psicologico e ghost story con al centro le perversioni e i segreti di una piccola comunità fuori dal mondo.
Da sottolineare l’interpretazione della giovane attrice protagonista  Jenn Murray che riesce a sostenere egregiamente questo personaggio multiplo variando voce e mimica facciale.

Basato sulla storia vera di Frankie Murdock, una donna affetta da personalità multiple che combatte per rimanere se stessa e non cedere al suo alter ego razzista.
La bella Frankie lavora in un locale come spogliarellista.
Un trauma vissuto in passato ha provocato un crollo psichico e l’insediamento di altre personalità che inaspettatamente prendono il sopravvento sconvolgendo la sua vita.
In lei, oltre alla sua, convivono: Genius, un ragazzino di sette anni, e Alice, una razzista bianca degli Stati del sud. Soprattutto con quest’ultima, la donna lotta duramente per non farsi sopraffare. La situazione rischia di precipitare ma c’è una speranza di guarigione quando si apre la strada della  dialettica medico/paziente.


Il film è basato sulla graphic novel di Daniel Schaffer.
In una realtà distopicamente dark si ambienta la storia di una giovane donna alle prese con la sua distruttiva malattia mentale.
I medici la curano usando una macchina sperimentale ideata per eliminare le personalità multiple. “L’incenerimento siamese” dovrebbe annientare tutti gli ospiti che si affollano nella testa di Suki ma se eliminasse anche la sua vera personalità?
La ragazza si ritrova a vivere nella Juniper Tower,  praticamente la torre di babele della follia. I suoi inquilini esprimono liberamente la propria alienazione ma misteriosamente muoiono come mosche, si pensa, buttandosi dalle finestre ma in realtà non si tratta di suicidi.
Uno strano pasticciaccio di cose già viste ma con un climax coinvolgente.

Remake del film di Richard Franklin modernizzato e banalizzato rispetto all’originale.
Patrick è in coma ma è molto più sveglio di quello che sembra.
La sua mente è viva e maligna. Anche trovandosi in uno stato vegetativo, grazie a poteri di telecinesi, Patrick riesce a muovere oggetti, a controllare i flussi di energia elettrica oppure a penetrare nelle menti delle persone manipolandole come desidera. La possessività nei confronti dell’infermiera Kathy scatenerà la violenza di Patrick nei confronti di coloro che percepisce come una minaccia.

Tre figli tenuti reclusi dai loro genitori in una grande casa isolata dal resto del mondo. Non esistono nomi solo Madre, Padre, Figlio, Figlia Maggiore, Figlia Minore.
E’ proibito avere qualsiasi contatto o contaminazione con l’esterno di cui si è creata un’immagine distorta e terrorizzante. Le giornate si susseguono tra regole, punizioni e premi. I tre fratelli vengono allevati come dei cani obbedienti pensando che il nemico più terribile e letale che esista sia il gatto. La loro coscienza viene annientata, la percezione della realtà e dei contatti umani o dell’amore è completamente travisata e raggelata.  
Questo assurdo stato di isolamento e la completa anaffettività di genitori/carcerieri, convinti di proteggere la loro prole dai pericoli esterni,sviluppa nei figli una velata violenza che si manifesta nel loro particolarissimo ‘sistema di giochi’.
Se non è possibile cambiare il mondo è possibile avere un controllo solo su una piccola porzione creando un minuscolo regno plasmato secondo leggi proprie ma tutto questo quale conseguenze determina?
Dogtooth si allinea al cinema di Michael Haneke e al recente  Miss Violence di Alexandros Avranas. Quando l’orrore è dietro l’angolo, all’interno delle famiglie, nascosto in rituali e comportamenti apparentemente normali.

Frank Zito è un restauratore di manichini. Vive in simbiosi con queste silenziose, immobili, perfette creature.
Il ragazzo in realtà è un serial killer che ha trasformato lo scantinato in una galleria degli orrori in cui i suoi amati manichini vengono ornati da chiome direttamente rimosse dalle teste di donne che Frank uccide barbaramente dopo averle pedinate. Nell’immaginario del ragazzo gli scalpi animano le sue emaciate bambole che resteranno con lui per sempre costituendo il suo perfetto universo femminile. Interessante ed originale remake dell’horror cult del 1980 diretto da William Lustig. Girato quasi interamente in soggettiva, vediamo il mondo attraverso gli occhi dello psicopatico protagonista, un Elijah Wood che compare solo in fugaci momenti riflesso sulle superfici specchianti e nella scena finale.
Un film estremamente coinvolgente e stilisticamente ben congeniato che riesce a creare una buona simmetria tra la realtà e il mondo distorto del protagonista proponendo un finale non usuale ma emblematico.