martedì 16 agosto 2016

THE WITCH, di Robert Eggers

                                                MAD NEWS

THE WITCH di Robert Eggers

La famiglia dei dannati
di Maddalena Marinelli

“Streghe e magia svelano qualcosa di noi: l’aspirazione dell’uomo a voler cambiare il proprio destino, il desiderio di raggiungere una felicità facile e impossibile.”
(Dario Argento)

Siamo nel 1630, molti anni prima dei famosi processi di Salem.
Una famiglia puritana abbandona un villaggio del New England per vivere isolata in prossimità di un sinistro bosco, covo di oscure presenze.
Si inizia con la misteriosa scomparsa del più piccolo, il neonato Samuel, per poi proseguire in un vortice di sospetti, superstizioni, fanatismo religioso che porterà a mettere l’uno contro l’altro i membri della noiosa famigliola di agricoltori.
Accuse, bugie, sensi di colpa cominceranno pian piano ad avanzare.
Il male che si scatenerà da dove arriva? Da una presenza demoniaca? Da una punizione divina? O forse più semplicemente dall’animo umano?
L’altra ipotesi è che la famiglia stia uscendo fuori di testa a causa di un’intossicazione da segale cornuta, molto diffusa a quei tempi.


Anya Taylor-Joy in "The Witch"

Il terribile sortilegio di una strega, che non riusciremo mai a vedere chiaramente, avvolge tutta la vicenda lasciando aperte altre supposizioni.
La famiglia diventa agnello sacrificale; invece di unirsi si dilania per cercare un capro espiatorio. 
Compare un caprone, dai bambini chiamato Black Philip, che potrebbe nascondere satanici poteri.

Harvey Scrimshaw in "The Witch"

Ingiustamente uscito nelle nostre sale nel mese di Agosto, The Witch è un’opera prima affascinante, confezionata con grande cura e maestria estetica, non a caso, da un neo-regista già affermato da anni come scenografo e costumista.
Un concentrato di accuratezza tecnica.
Un terrore psicologico racchiuso in una dimensione simbolica che lavora per sottrazione, arrivando ad un' asciuttezza teatrale.
Si basa sulle ricerche, durate ben cinque anni, di materiale originale dell’epoca: testimonianze, superstizioni, leggende, diari privati.
Una favola nera, un horror ‘ancestrale’ di raro pregio che crea buone aspettative per il lavoro futuro del regista canadese Robert Eggers.
Una strega che si nasconde nel bosco, quindi cosa ci sarà di nuovo?
Con minimi elementi, pochi effetti speciali e grazie alla bravura degli attori, il film si snoda intorno ad un crescente mistero; a quel qualcosa che non viene svelato.
Riprende le annichilenti atmosfere di Il Nastro Bianco; l’idea dell’indefinita mostruosità che si nasconde nel bosco di The Village; il perverso gioco accusatorio del Crogiolo di Arthur Miller; l'austerità e il rigore formale di Ordet e Dies irae.
La piccola ‘società famigliare’ condotta alla pazzia attraverso il radicalismo religioso, la paranoia e la cattiveria che si scatena tra i suoi membri.
Quel delirio che si genera cercando l’origine del male che finisce per condannare degli innocenti. 
I dilemmi interiori tra il condurre una vita religiosamente morigerata o dare sfogo all'istinto e alla passione.
La seduzione del maligno che per la giovane Thomasin diventa molto più attraente delle castranti regole e punizioni inflitte dai genitori.
“Non fate il male, e il male non esisterà.” (Lev Tolstoj)

Anya Taylor-Joy in "The Witch"

sabato 9 aprile 2016

MAD MOVIES PARADE 4 (CLASSICI B/N)



Dieci film 'classici b/n' sull'alienazione mentale
di Maddalena Marinelli


L’impacciato Norman passa le sue giornate tra la gestione di un motel e la passione per la tassidermia. Ogni volta che Norman prova attrazione sessuale nei confronti di una donna, si scatena in lui un incontrollabile istinto omicida che ha radici nel morboso rapporto con la madre.
Tratto dall’omonimo romanzo del 1959 di Robert Bloch, la più celebre tra le opere del maestro del brivido, basato sulle reali vicende del serial killer Ed Gein che tra il 1947 e 1957, uccise due persone in Wisconsin, decorando la casa con i resti delle sue vittime.
Una doppia personalità come unico possibile equilibrio.
Norman Bates è diventato un'icona tra le più importanti del genere horror, nonché l’ispiratore di molti altri noti psicopatici del grande schermo come Frank di Maniac, Mark Lewis di Peeping Tom o Francis Dolarhyde di Red Dragon.
La schizofrenia scinde la personalità di Norman in due voci e in due menti che convivono in un unico corpo alternandosi ogni volta che s’innesca quel preciso richiamo ad un trauma infantile mai superato.

Un giornalista si cala, per esigenze lavorative, nella condizione di malato mentale facendosi ricoverare in una clinica psichiatrica. Il suo scopo è quello di svelare il colpevole di un omicidio per conquistare fama e stima, nonché la possibilità di ottenere il premio Pulitzer ma ci saranno imprevedibili conseguenze sulla sua psiche.
Quel quotidiano contatto con i pazienti e i medici lentamente lo logoreranno. 
Il manicomio visto come un grande palcoscenico. Le patologie trasformano i pazienti in bizzarri personaggi che si esprimono con lunghi e articolati monologhi teatrali, tra momenti di lucidità e fantasmagorici deliri. Samuel Fuller con spietata freddezza, senza alcun fronzolo, trasporta lo spettatore in un imprevedibile androne infernale. 
Nessun interesse ad un' indagine sulle condizioni che viveva in quegli anni il malato mentale in una struttura psichiatrica, solo il proposito di usare, come inquietante scenario del suo thriller manicomio e malati, per tracciare un percorso di angoscia e metamorfosi del protagonista.

Una giovane ma alquanto inibita governante accetta l’incarico di accudire due deliziosi bambini che vivono isolati in una grande casa lontana dal mondo che appartiene ad un facoltoso zio, completamente assente, desideroso di delegare ogni responsabilità e decisioni, riguardanti i suoi indesiderati nipoti, a qualcun altro.
Miss Giddens dovrà confrontarsi con strani avvenimenti tra il paranormale e la deviazione mentale. E’ tutto frutto della sua incalzante paranoia oppure qualcosa, una malefica entità, minaccia l’innocenza dei suoi protetti?
Un film velatamente sofisticato che affronta il mistero con un limpidissimo e rigoroso linguaggio estetico. La visione scorre serenamente come ascoltassimo una musica da carillon che ogni tanto si inceppa su segnali perturbanti.
Tutto costruito sulle sinistre  atmosfere dell’antica magione, la grande interpretazione di Debora Kerr e l’ipnotica ambiguità dei piccoli Miles e Flora.
Per gli appassionati di Giro di vite da tener presente anche il più torbido The Nightcomers (1972)  liberamente ispirato ai personaggi del romanzo di Henry James. Una sorta di ipotetico prequel. Racconta i fatti avvenuti prima dell'arrivo di Miss Giddens e soprattutto come il giardiniere e la governante abbiano "corrotto" i giovani Miles e Flora fino a tirar fuori una coppia di fratellini davvero diabolica.
Peter Quint e Miss Jessel, con la loro sadica storia d’amore, alimentano la crudeltà che Miles e Flora nascondono dietro l’alibi dell’innocenza.
In seguito, dopo le loro strane dipartite, gli spiriti dei due amanti è come se volessero possedere i corpi e le anime dei bambini per tornare a vivere.
Un altro famoso e imperdibile film ispirato, rielaborato sulle vicende di Giro di vite è The Others (2001) di Alejandro Amenabar. 


Un flautato racconto, una tenera amicizia tratto dal libro omonimo dello psichiatra e scrittore Theodore Isaac Rubin.
David è affetto da afefobia e oppresso da un' incontrollabile paura della morte; Lisa è affetta da sdoppiamento di personalità. I due giovani si conoscono in una clinica psichiatrica e subito stabiliscono uno specialissimo legame, fatto di un linguaggio tutto loro. La speranza di un miglioramento o di una guarigione grazie all’incontro con un'altra persona.
Una riflessione sulla diversità. L’incomprensione e l’allontanamento verso il malato mentale, considerato una vergogna e un peso persino dalla propria famiglia. L’importanza di trovare la strada giusta, quella luce inaspettata che può tirarci fuori dal buio.

Due anziane sorelle legate da un rapporto sadico e morboso che precipiterà nella follia. Jane Hudson sembra la più malefica con la sua ossessione ad un impossibile ritorno a quell’infanzia in cui era la famosa bambina prodigio Baby Jane. 
La paralitica Blanche Hudson solo apparentemente è la povera vittima delle sevizie della crudele Jane che per tutta la vita non sarà nulla di più di una marionetta. 
La scimmietta ammaestrata da un padre esaltato per i guadagni ottenuti dalla sua preziosa enfant prodige. 
L’ambigua Blanche era riuscita ad avere la sua rivincita, da quell’infanzia oscurata dalla viziata e osannata Baby Jane, diventando in età adulta una grande attrice ma un incidente stronca la sua carriera legandola per sempre alla sorella badante/carceriera. Lontane dal mondo, entrambe segregate nella loro sfarzosa villa hollywoodiana, le due sorelle arriveranno alla resa dei conti.
Quasi completamente ambientato in un interno; spiccano le capacità interpretative di Bette Davis e Joan Crawford che costruiscono i personaggi delle due sorelle su una straordinaria mimica facciale. Si sovrappongono, giocano con le voci, caricano l’espressione fino al limite del tragico e del grottesco.  Certamente Bette Davis riesce a volare più in alto della sua rivale e co-protagonista creando la figura di una memorabile psicopatica tra tenerezza, compassione e spietata crudeltà.
Una macabra parabola che scopre il lato oscuro del divismo, quando le luci della ribalta si spengono.

Virginia è finita in un ospedale psichiatrico in preda ad una perdita di memoria seguita da crisi isteriche. Un vaso rotto da ricomporre giorno dopo giorno, grazie all’aiuto di un illuminato psichiatra convinto che l’unica possibilità per curare Virginia sia la psicoterapia. La donna tra miglioramenti e ricadute riesce a risalire alle cause del suo trauma e ad avere una speranza di guarigione.
La fossa dei serpenti, che dà il titolo al film, era un luogo gremito di serpenti in cui, nell'antichità, venivano abbandonati gli alienati, perché si pensava che mettendo un pazzo in un luogo che avrebbe fatto impazzire un sano, il pazzo sarebbe guarito. 
Una tematica davvero insolita da trattare per il cinema hollywoodiano dell’epoca. Tramite lo sguardo della protagonista attraversiamo i vari reparti.  
Gironi danteschi che si differenziano in numeri secondo il grado di malattia delle ricoverate. 
L’ossessiva importanza delle porte che separano i luoghi e delimitano i confini tra malati e sani, tra il dentro e il fuori. La superficiale brutalità di medici e infermiere, seguaci di barbari trattamenti completamente inutili e umilianti per i degenti. 
La cruda descrizione delle cure psichiatriche adottate in quegli anni. 
Nonostante si perda in un finale aulico e pleonastico il film gode della coinvolgente interpretazione di Olivia de Havilland e di una regia convenzionale ma allo stesso tempo perspicace.

“La follia non potrebbe essere in fondo solo infelicità?..”
Vincent è un ragazzo taciturno e tormentato, reduce dalla guerra.
La sua sensibilità e la voglia di essere d’aiuto agli altri lo porta a trovare lavoro in un istituto psichiatrico dove conoscerà l’ammaliante Lilith. Una creatura eterea che nasconde un potere seduttivo/distruttivo per chiunque ne cada preda. 
Questa sembra la strana patologia di Lilith, dai medici considerata con poche speranze di guarigione. Ingenuamente Vincent pensa di poterla salvare ma alla fine sarà lui stesso che dovrà chiedere di essere salvato dalle pericolose conseguenze dell’amore per Lilith e dai tormenti di traumi trascorsi che ormai non possono più essere ignorati.
Lilith vuole donare amore a tutti ma i suoi comportamenti sono ai limiti della ninfomania. Una bella fatina che vive nel suo mondo incantato. Distrugge chiunque cada nella sua meravigliosa tela e non può adeguarsi alla sua 'particolare' idea di felicità.
Vuole ammaliare tutti con la sua polverina dorata ed è incapace di amare veramente.
Poetico e struggente, l’ultimo film di Rossen, più famoso per aver diretto Lo Spaccone o Mambo con la nostra Silvana Mangano. 
Nessun interesse a raccontare o documentare la vita, le pratiche quotidiane di un manicomio che infatti preferisce infiocchettare in una specie di lussuosa residenza di campagna, dove tutto è pulito e ordinato. 
L'amore visto come beffarda illusione. Un desiderio di rivincita infranto. La giovinezza come tormento, delusione, caduta oscura.

Cecilia, accecata dalla passione, sposa un uomo avvolto dal mistero.
Condotta presso la sua magione scopre che l’aitante architetto, ha riprodotto in casa delle camere dove si sono consumati famosi delitti. A questo punto la donna, per vederci chiaro, vuole aprire la porta di quell’unica camera che il marito tiene segreta.
D’ispirazione hitchcockiana; chiari i riferimenti a Io ti salverò e in particolar modo a Rebecca, la prima moglie.
Suspense ed accuratezza scenica. Personaggi che appaiono nella casa come fantasmi, e sembrano vivere unicamente all’interno delle stanze che si perdono l’una nell’altra.
L’inquietante che trasuda dal luogo che Lang rende protagonista quanto gli attori.

Dopo una serrata corte che non accetta rifiuto, Gloria sposa Francisco che dopo poco tempo dimostra impulsi feticisti, manie di persecuzione e gelosia morbosa rendendo la vita della donna un inferno. L’apparato borghese ossia la madre, il prete, gli amici non vogliono credere alla donna che rischia di essere torturata e uccisa dal marito che ormai non può più controllare il suo stato psichico deviato.
Tratto dal romanzo autobiografico di Mercedes Pinto. Una denuncia sull’ipocrisia e l’incomprensione del contesto sociale che la donna aveva vissuto come vittima di violenze da parte del marito.
Tra i film più importanti del ventennio messicano di Bunuel in cui compaiono molti riferimenti biografici. Un impianto classico da melò hollywoodiano che nasconde un andamento documentaristico dove non mancano fratture, picchi e naturalmente richiami morbosi.

Il giovane psichiatra MacLeod  tenta di opporsi ai metodi violenti e repressivi applicati in un ospedale psichiatrico.  
L’attenzione si concentra sul reparto femminile tenuto sotto il pugno di ferro della capo-infermiera Lucrezia Terry, antesignana della temibile Mildred Ratched di Qualcuno volò sul nido del cuculo.
Da una parte la crudezza di pratiche retrogradi e umilianti per le pazienti, dall’altra parte metodi più umani e innovativi. La violenza come sistema terapeutico: la camicia di forza, la camera d’isolamento, l’ elettroshock, i bagni caldi e gelati. 
Atti di prevaricazione, punizioni piuttosto che cure o percorsi terapeutici per un rinserimento nel mondo esterno. Una lotta tra quelli che vogliono mantenere alto il muro tra malato mentale e il resto del mondo e coloro che vogliono abbatterlo.

domenica 3 gennaio 2016

LA FINE DEL MONDO #4: "The Lobster", di Yorgos Lanthimos


'The Lobster' (2015) di Yorgos Lanthimos


Follie dell'inumano
di Maddalena Marinelli

Un mondo orripilante ridotto all’impossibilità di provare autentiche emozioni.
Egoismo, annichilimento, omologazione, intolleranza. Homo homini lupus.
Questo è il regno apocalittico di un futuro possibile in cui una società coercitiva non accetta i single imponendo come ideale la vita di coppia.
"La solitudine fa maturare l’originalità, la bellezza strana e inquietante, la poesia. Ma genera anche il contrario, lo sproporzionato, l’assurdo e l’illecito."
(Thomas Mann, La morte a Venezia, 1912)
Chi non trova l’anima gemella, malauguratamente rimane vedovo o divorzia senza riaccoppiarsi è considerato un fuorilegge e viene trasformato in un animale a sua scelta.
Nemmeno fuggendo e unendosi al gruppo dei 'solitari' nei boschi si è liberi perché viene imposto di rimanere single altrimenti si va incontro a mutilazioni fisiche.
Inevitabilmente tutte le fughe del protagonista finiscono in un vicolo cieco.
La sopravvivenza poggia sulla menzogna. Aberrazioni che generano altre aberrazioni. Alla fine anche lo stesso innamoramento si basa su leggi distorte, su dinamiche estranee ai sentimenti. Può iniziare per futili affinità e può finire per la scoperta di altrettante  insignificanti diversità.
L’uomo ha perso ogni spontaneità, ogni impulso emotivo, ogni morale.
L'omicidio, la tortura, la sopraffazione sono pratiche consuete.
Lanthimos, ancora una volta, ci mette di fronte ad un crudele scenario di reclusione distillando e ricomponendo dal peggio dell’umanità.
Un cinema tragico e bestiale condannato a non essere amato ma ammirato attentamente come trattato socio-antropologico dei nostri tempi.
Quando l’amore viene cancellato cosa può accadere alla nostra vita? Estirpare l’anima ci renderebbe esseri migliori?


'Fahrenheit 451' (1966) di Francois Truffaut

Eliminare lo stimolo di provare passioni è come svuotare il nostro corpo, morire senza essere morti.Togliere l'essenza dell'umanità.
In Fahrenheit 451 per sottomettere e controllare la massa si vieta la lettura dei libri.
L’espressione artistica implica un coinvolgimento emotivo e critico ovvero nutrimento, crescita della propria personalità. Un nemico per ogni totalitarismo.


'Equilibrium' (2002) di Kurt Wimmer

“Sradicare la vera fonte della crudeltà dell'uomo nei confronti dell'uomo stesso ovvero la sua capacità di provare emozioni” a questa conclusione è arrivata la società umana in Equilibrium in cui, per non provare sentimenti, la popolazione è costretta ad assumere la droga Prozium. Naturalmente, anche in questo caso, è vietato leggere libri o ascoltare musica.
Per non parlare di un futuro in cui si attua la supremazia di esseri artificiali. 
Robot che dominano il nostro mondo usando gli umani come fonte di energia per sopravvivere.
La creatura che vuole emanciparsi dal creatore fino a prenderne il posto alzando la soglia di crudeltà all'inverosimile.


'Matrix' (1999) di Lana e Andy Wachowski

Così in Matrix l’uomo è spremuto come una batteria mentre il suo cervello viene ingannato da una neuro-simulazione interattiva sviluppata dalle macchine per poter tenere sotto controllo gli umani:  “..un mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità”.
Anche gli alieni vogliono, ad ogni costo, privarci della nostra sfera emotiva.


'L'invasione degli ultracorpi' (1956) di Don Siegel
In L’invasione degli ultracorpi creature extraterrestri si replicano all'interno di enormi baccelli che crescono fino a creare copie di esseri umani privi di sentimenti con lo scopo di eliminare gli originali.


'Il villaggio dei dannati' (1960) di Wolf  Rilla

Progenie aliena penetrata in grembi di donne terrestri che daranno vita a bambini/soldati impassibili ad ogni emozione in Il villaggio dei dannati.


'The Host' (2013) di Andrew Niccol 

In The Host la Terra è stata colonizzata dalle “Anime”, una razza extraterrestre che ha sfrattato gli umani dai loro corpi tramutandoli in dimore per viandanti interplanetari. Le Anime hanno trasformato il pianeta in un mondo sicuro e pacifico ma eliminando la razza terrestre con tutte le sue imperfezioni.
Gli uomini diventano più pericolosi quando sono dominati dalle passioni oppure quando ne vengono privati?
Nel finale di Lobster la scelta di seguire il cuore, o quello che ne resta, relegherà David a vivere per sempre nel buio anche se ritrovarsi in un mondo senza libertà, in cui la violenza diventa un atto assolutamente normale, è già come essere caduti in un buco nero.
David non è un eroe, non lotta per amore, non è portatore di cambiamenti, è solo un pezzetto cinerio di uno squallido ingranaggio. Prova ad andare avanti, cerca di non essere eliminato da un gioco di società in cui non si può arrivare a vincere, salvarsi o essere felici. Nella visione di Lanthimos o si soccombe o si passa ad un livello successivo, ancora più infernale, di questo degrado umano.

“Il conformismo è il carceriere della libertà e il nemico dello sviluppo.”
(John Fitzgerald Kennedy, Messaggio all'ONU, 1961)


sabato 22 agosto 2015

L'universo: nell'urlo di una nevrosi infinita






Delirio dal profondo spazio
di Maddalena Marinelli

“Forse che la terra sa cosa accade in quelle stelle lassù, gettate come granelli di fuoco attraverso lo spazio, così lontane che scorgiamo soltanto la luce di alcune, mentre l'innumerevole schiera delle altre é perduta nell'infinito, così vicine da formare forse un tutto, come le molecole di un corpo? Ebbene, anche l'uomo non sa ciò che accade in un altro uomo. Siamo lontani l'uno dall'altro più di quegli astri, e soprattutto siamo isolati perché il pensiero é insondabile.”
(Guy de Maupassant, Solitudine, 1884)

L’uomo e la sfida con l’infinito. L’esplorazione più estrema. L’ignoto.
L’insondabile che risucchia ogni certezze ed apre la porta a dimensioni sconosciute. Una potenza mistica accogliente in cui cullarsi.
Un’entità annientatrice di fronte a cui l’uomo prende coscienza del suo limite.
Una discesa nel buio siderale e nell’oscurità della mente.
Il confronto con l’immensità dello spazio è l’inevitabile confronto con se stessi, con le proprie paure. La possibilità della scoperta di fenomeni sovrannaturali o entità aliene fuori da ogni nostro controllo.
Ed ecco che il luogo più inesplorato, il nemico più oscuro e pericoloso si rivelerà in realtà la mente umana capace di aprire imprevedibili scenari.
Partiamo da due film attuali che hanno affrontato in modo nuovo ed appassionante queste tematiche rilanciando il genere fantascientifico che negli ultimi anni sembrava abbastanza assopito.
Gravity e Interstellar , richiamando 2001: Odissea nello spazio, ricollocano al centro ‘la scoperta di se stessi’, il viaggio cosmico  come trasvolata verso l’anima dell’essere umano.


"Interstellar" (2014)  di Christopher Nolan

In entrambi c’è l’estrema lotta per la sopravvivenza, l’impossibile confronto con l’infinito, la paura che fa compiere atti sleali.
Una fantascienza senza alieni che porta al limite le risorse umane.
L’uomo è solo, alla ricerca di un nuovo mondo da colonizzare o nel tentativo di ritornare a casa sulla Terra.
Sono escluse tutte le implicazioni paranormali.


'Gravity' (2013) di Alfonso Cuaron

L’uomo che riscopre le proprie capacità, la sua forza emotiva, la possibilità di risalita da una crisi, la salvezza da un apocalisse.
Passiamo a film sempre ambientati nello spazio che hanno trattato più direttamente stati di alienazione.
Perdere il controllo, non distinguere più cos’è reale da quello che non lo è, non riuscire a mantenere i confini tra il bene e il male, smarrirsi in un oscuro altrove. 
Sclerare nel profondo spazio nell’urlo di un orrore infinito.


'Solaris' (1972) di Andrej Tarkovskij

Non avvicinatevi a Solaris, altrimenti perderete la ragione.
Durante il sonno, rubando dai ricordi più intimi dei terrestri, il misterioso oceano pensante che circonda il pianeta genera delle ossessioni fatte carne che perseguitano gli umani fino a farli uscire fuori di testa. Crudeli miracoli.
Gli ospiti, persone morte che appartengono al passato, ritornano a vivere ma non sono veri esseri umani ma solo dei duplicati.
“Perchè andiamo a frugare l’universo quando non sappiamo niente di noi stessi?”
Kris Kelvin resterà esiliato nella dimensione del ricordo, nella casa della sua infanzia riprodotta fedelmente su un’isola nell’immenso oceano di Solaris.
Destino non troppo differente da quello di David Bowman in 2001 Odissea nello spazio, condannato a vivere in solitudine nella celebre stanza che compare nel finale o come Cooper in Interstellar finito nel tesseratto. 
Cosa sono e dove sono questi luoghi? Sono creati dagli stessi uomini o da esseri superiori?
Nello spazio cerchiamo il futuro ma vi ritroviamo ossessivamente il passato.
Tarkovskij immerge lo spettatore in un malinconico/filosofico confronto con noi stessi, con le nostre origini, con l’elevazione spirituale, l’arroganza della scienza che conduce all’annientamento.


'Punto di non ritorno' (1997) di Paul W. S. Anderson

L’astronave Event Horizon, svanita nel nulla da sette anni, è misteriosamente ricomparsa nell'orbita del pianeta Nettuno. Oscure forze si sono impossessate della nave spaziale entrate attraverso il suo micro buco nero generato artificialmente  che permette di creare un wormhole. Questo cunicolo spazio-temporale  l’ha condotta ad  una dimensione metafisica  di puro caos e di puro male.
Salvatevi dall’inferno. Un inferno colmo di terrificanti supplizi molto simili a quelli di Hellraiser. L’equipaggio perderà il senno in  preda ad allucinazioni. 
Ognuno comincerà a vedere i propri demoni e le proprie colpe materializzarsi.
L’astronave è come se avesse preso una coscienza perversa nel giocare con tutte le paure e i segreti degli umani a bordo. Dove è stata? Cosa si è trascinata dietro?


'Pandorum - L'universo parallelo' (2009) di Christian Alvart

Il pianeta Terra diventa inospitale, ormai sull’orlo del collasso. Si parte alla ricerca di una nuova casa ma i lunghi viaggi spaziali possono portare a turbe ossessive, ad un delirio chiamato pandorum.
In preda alla disperazione, un membro dell’equipaggio dell’astronave Elysium, dopo aver ricevuto un messaggio dalla Terra che annunciava la fine del pianeta per cause sconosciute, ha rinchiuso gli occupanti della nave nelle stive costringendoli ad una regressione bestiale. Una mutazione che li ha trasformati in orrendi predatori assetati di sangue che si aggirano in cerca di prede umane nell’immensa e labirintica struttura dell’ Elysium.


'Sfera' (1998) di Barry Levinson

Sul fondo degli abissi giace una misteriosa astronave dalla sconosciuta provenienza. 
Al suo interno c’è una sfera capace di condizionare la mente di chi vi entra in contatto. Materializza le paure dell’inconscio rendendole reali.
L’esplorazione dello spazio diventa sempre l’incontro con il proprio inconscio.
Pensiamo che nell’Universo sia nascosto qualcosa di nuovo e misterioso, forme di vita aliene, che tutto sia completamente diverso dalla nostra vita sulla Terra.


'Doppia immagine nello spazio' (1969) di Robert Parrish

In Doppia immagine nello spazio il viaggio verso un nuovo pianeta approda in un luogo speculare al nostro mondo. Un 'oltre' lo specchio dove tutto è identico ma inverso. Follia o realtà? Un classico della fantascienza di fine anni sessanta ma anche una tematica incredibilmente attuale se pensiamo a Kepler-186f , il pianeta gemello della Terra scoperto dalla Nasa.
Il doppio ormai non è più solo un’astrazione letteraria, una patologia psichiatrica. Potrebbe diventare una concretezza scientifica attraverso la clonazione.
Nessuna allucinazione, nessuna voce interiore, nessuna proiezione dell’inconscio.
Ritrovarsi davanti ad un essere identico a noi fatto di carne ed ossa.


'Moon' (2009) di Duncan Jones

E’ quello che accade a Sam Bell, un astronauta impegnato a supervisionare l’estrazione del prezioso gas helium3 sulla Luna. 
A causa di un banale imprevisto l’uomo si ritrova faccia a faccia con il suo rimpiazzo gemello. Scopre di essere lui stesso un altro clone.
Nient’altro che duplicati a scadenza triennale che la ditta Lunar Industries utilizza per supervisionare il funzionamento degli estrattori automatici.
Ogni tre anni un clone di Sam pensa di aver terminato il contratto e di tornare sulla Terra dalla sua famiglia, in realtà viene ogni volta eliminato proprio dentro quella stessa capsula/bara che avrebbe dovuto riportarlo a casa.
Quando un essere è davvero umano? Quali sono i limiti etici della manipolazione genetica?
I ricordi, le emozioni del Sam originale, anche se si tratta di innesti, affondano in radici molto profonde, così forti che i due cloni, diventati amici, decideranno di ribellarsi al loro destino.


'Le orme" (1975) di Luigi Bazzoni

Ed è ancora la luna, come emblema dello ‘squilibrio’, l’immagine ricorrente  nel thriller psicologico, di stampo polanskiano,  Le orme che non si ambienta nello spazio ma lo richiama negli incubi e nelle allucinazioni della protagonista come luogo metaforico dell’abbandono, della solitudine, del turbamento, dell’ isolamento forzato.
Un uomo lasciato sulla Luna come cavia per un esperimento scientifico, questo è l’incubo ricorrente di Alice Campos, forse reminiscenze di un vecchio film visto da bambina.
La donna ha dei vuoti di memoria che prova a riempire seguendo labili e confuse tracce che la conducono nella criptica Garma. In questa città la conoscono con il nome di Nicole.
Alice è vittima di una cospirazione o dei deliri della sua mente?
Il vero infinito si nasconde nel viaggio all’interno della psiche umana.
“La più antica e potente emozione umana è la paura, e la paura più antica e potente è la paura dell'ignoto.”
(Howard Phillips Lovecraft, L'orrore soprannaturale in letteratura, 1927)

L’ignoto siamo noi.

sabato 28 febbraio 2015

BIRDMAN, di Alejandro Gonzàlez Iñàrritu


BIRDMAN

Vacuità del successo
di Maddalena Marinelli

La scatola magica si apre mostrando i suoi ingranaggi nascosti e malconci.
Un’ansiogena macchina da presa si fa strada tra ballatoi, sipari, stretti cunicoli, vecchi camerini dismessi in cui echeggiano le discordie di un gruppo di attori aggrappati ad uno spettacolo che sta per debuttare a Broadway.
Tutti i nodi vengono al pettine e l’intricato 'retro-scena' diventa sempre più cupo e alienante, specchio di ogni tumulto interiore.  
Nell’epicentro dell’imminente disastro c’è Riggan Thompson un attore in piena crisi esistenziale. In passato era diventato famoso grazie al ruolo di un supereroe da block-buster e adesso vuole dimostrare a pubblico e critica che dietro la maschera di Birdman c’è dell’autentico talento.
Ha investito tutto in un progetto teatrale. Siamo a pochi giorni dal debutto e qualsiasi cosa va storta.  
La tensione è pronta ad esplodere. Dentro Riggan c’è un turbine in agguato.
Picchi e discese. L'ago della bilancia oscilla tra trionfo e fallimento. Intorno è tutto un susseguirsi di franate emotive: una disastrosa situazione economica, una figlia rancorosa ex tossicodipendente, un collega attore che si aggira tipo mina vagante, la più importante critica teatrale del New York Times che vuole stroncargli lo spettacolo ma soprattutto una cavernosa voce dal profondo del suo inconscio che sta per prendere il dominio.
E’ lui, è Birdman che non vuole essere eclissato; l’uomo uccello è pronto a liberarsi. L’ego della celebrità, sottoforma dell’eroe alato, irrompe con surreali scenari.
Riggan vola sopra Manhattan lanciando palle di fuoco dalle dita ma lo spettacolo non può andare in pezzi perchè è l’ultimo baluardo, la salvezza da quello stato di pochezza artistica a cui sembra essere condannato. The Show Must Go On....
Una reazione a catena. Tutto precipita e tutto risale mentre  lo spettatore è trascinato in un incessante flusso emotivo veicolato in un continuo piano-sequenza con inavvertibili stacchi.

Michael Keaton e Edward Norton in "Birdman"

Un gioco di specchi e scatole cinesi.
Birdman è il fantasma di Riggan, così come Batman lo è stato di Keaton?
Metateatro, metacinema, satira di Hollywood, condanna allo star-sistem: “Non importa se si parla bene o male, l’importante è che se ne parli”. 
Essere celebri non vuol dire essere bravi attori. La celebrità oggi arriva tramite una foto o un video di una bizzarria che si diffonde in rete. Il successo è una condizione instabile, può svanire con la stessa velocità con cui arriva.
In Birdman ritorna l’ancestrale tematica della brama di affermazione, la tragedia dell’artista, l’insopportabile minaccia del fallimento  tanto sviscerata da Cechov in Il gabbiano, nel cinema di Bergman, La sera della prima di Cassavetes o come dimenticare la commedia Nel bel mezzo di un gelido inverno di  Kenneth Branagh che riprende la stessa sovrapposizione tra finzione scenica e realtà con protagonista un attore in crisi artistica che cerca di ritrovare se stesso portando in scena l’Amleto.
L'artista narciso che annega tra verità e simulazione non riconoscendosi  nell'immagine artefatta che ha offerto al pubblico.
Birdman è un inno, un volo estremo spinto a ritrovare una verità, un senso, una passione autentica. In questo vorticoso valzer emotivo arriva anche  una bella legnata rivolta verso tutta quella critica vacua fatta di cliché e pregiudizi ma in particolar modo, sempre ritornano, le fragilità dell’attore che riportano alle recenti drammatiche scomparse di Philip Seymour Hoffman e Robin Williams.
Come in tutti i film di Inàrritu c’è un’ inevitabile concatenazione tra bene e male.

Distruzioni e rinascite. Il sorprendente flusso della vita che va ben oltre ogni nostra previsione. Una caduta può tramutarsi in un' ascesa.